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Non entrare

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Aprii gli occhi, la sveglia proiettava sul soffitto le 6,59. «Questa volta non mi freghi!» pensai, e allungaI il braccio verso il comodino. Stavo per premere il pulsante di spegnimento

Aprii gli occhi, la sveglia proiettava sul soffitto le 6,59.
«Questa volta non mi freghi!» pensai, e allungaI il braccio verso il comodino. Stavo per premere il pulsante di spegnimento quando sentii quel “click” tanto odiato. Erano le 7 e prima ancora che potessi rendermene conto le coperte si tirarono giù lasciandomi in mutande e canottiera; le finestre si spalancarono e la luce invase tutta la stanza. Il letto si sollevò un metro da terra e cominciò a ondeggiare fino a che mi alzai in piedi sul materasso e gridai:
«Basta! Sono sveglia».
Il letto tornò al suo posto. Mi misi seduta sul bordo e stavo per infilare le ciabatte quando arrivò Manny, con la bocca più quadrata del solito, sembrava quasi che ridesse. Posandomi un enorme pacco regalo rosso sulle gambe esclamò:
«Buongiorno signorina Rose! Questo è per lei».
«Sono Katy!» gli dissi scocciata. «So il suo nome… signorina Rose».
«Stupidi robot» pensai e scartai il pacco strappando la carta in mille pezzi. Era una scatola color oro ricoperta di brillantini e, prima ancora che potessi guardarci dentro, il coperchio saltò via. Un miliardo di coriandoli rosa mi esplosero in faccia e uscirono fuori mia madre e mio padre versione pupazzetto che gridavano:
«Tanti auguri, piccola! Ti vogliamo bene».
Strano da parte loro. Ma il momento di entusiasmo durò poco quando capii come stavano realmente le cose.
«Dove sono mamma e papà?» chiesi a Manny.
Lui mi guardò senza dire una parola. Non serviva che mi rispondesse. Sapevo che i miei genitori erano andati al lavoro anche se mi avevano promesso che avremmo pranzato insieme in occasione del mio compleanno. Possibile che quei maledettissimi robot in fase di sperimentazione fossero più importanti della loro unica figlia?
Non sapevo neanche perché ci rimanevo così male. Dopotutto avrei dovuto esserci abituata. Gettai la scatola a terra, misi una felpa e scesi in soggiorno.
Il mio iPhone 1807 era pieno di messaggi di auguri dei miei amici, ma stranamente non avevo voglia di leggerli. Così andai in cucina.
Sul muro era proiettato un titolo: “La Crisi economica del XXI secolo”. Un tizio, appena entrai dalla porta, cominciò a parlare:
«Il XXI secolo è ricordato per una crisi socio-economica che coinvolse buona parte del…».
Subito corsi in salotto e spinsi il pulsante di spegnimento del programma altrimenti quel tizio non mi avrebbe mollato. Ultima fastidiosa trovata dei miei genitori per farmi studiare: un ologramma che mi seguiva ovunque riempiendomi la testa di scemenze inutili, come la crisi del XXI secolo. Ma a chi vuoi che interessi nel 2422 una cosa del genere? A me no di certo.
Arrivò Manny e cominciò a sbattere contro il muro e il divano. Per poco non fece cadere i preziosi vasi di mia madre posti sul tavolo e risalenti al III secolo a.C. Evidentemente mio padre aveva di nuovo scordato di riprogrammare il percorso di Manny nel salotto dato che avevamo fatto dei cambiamenti.
Per una volta però aveva fatto qualcosa di buono. Riuscii infatti a svignarmela e ad arrivare in camera. Sapevo che mi era proibito, ma non mi importava; ero troppo arrabbiata.
Non solo mamma e papà mi avevano lasciata sola anche il giorno del mio compleanno con quello stupido di Manny, ma volevano anche che lo passassi a studiare. «No! Stavolta non ci sto» pensai.
Decisi di cambiare la password della porta così, quando i miei genitori sarebbero tornati, mi avrebbero trovata chiusa in camera senza poter entrare per assillarmi con le loro scuse. La vecchia password era “odio Manny” e sapevo che mio padre l’aveva scoperta. Una volta mi aveva visto digitare il nome “Manny”… il resto era facile da indovinare.
Di certo non volevo bene a quel pezzo di latta che prendeva il posto dei miei genitori
dato che loro erano troppo impegnati con il progetto “Brain 017″.
«Potremmo fare in modo che i robot provino anche dei sentimenti» si giustificavano tutte le volte che mi lamentavo della loro assenza.
Certo! Ma che innovazione! Intanto non gli era mai venuto in mente di fare in modo che Manny imparasse il mio nome.
Una volta chiusa la porta mi gettai sul letto, che era già perfettamente rifatto.
Cominciai a pensare che il giorno del mio compleanno, nel quale avrei dovuto essere la protagonista, sarei invece rimasta a casa.
«Quest’anno avrai un compleanno da principessa» avevano promesso i miei genitori.
«Infatti – pensai – sola come un cane in camera mia con Manny che sbatte ovunque al piano di sotto. Il compleanno che ho sempre desiderato!».
Perfetto! Se loro non volevano stare con me allora io non volevo stare con loro. Me ne sarei andata a fare baldoria con i miei amici e per di più senza chiedergli il permesso.
Mi alzai dal letto, presi il mio vestito più bello e lo gettai nel tubo di lavaggio che lo risputò in circa dieci secondi perfettamente piegato e profumato senza neanche una piccola piegolina. Lo indossai, misi le scarpe, un giacchetto e corsi giù per le scale. Manny era ancora in salotto a sbattere ovunque; lo salutai dicendogli:
«Puoi dire ai miei genitori di venire a prendermi a casa di Luca alle quattro e mezza?”.
«Di oggi pomeriggio?».
«No! Di stanotte. Addio!» gridai sbattendo la porta.
Corsi in garage a prendere la mia navicella, non vedevo l’ora di andarmene da quella casa. Arrivata in garage notai qualcosa di strano. Al lato della porta d’ingresso ce n’era un’altra che portava nella stanza dove mio padre teneva le sue cose “personali” e dove passava la maggior parte del tempo.
La stranezza era che sulla porta c’era qualcosa che non ricordavo di aver mai visto: un
cartello rosso con scritto in bianco a caratteri cubitali “NON ENTRARE”. Rimasi a fissare il cartello per qualche secondo poi pensai che non puoi scrivere su una porta “Non entrare” e pretendere che la gente non entri.
Così spalancai la porta, accesi la luce e mi trovai in una piccola stanza senza finestre piena di pezzi di ricambio per robot e disegni di aggeggi strani ovunque.
«Che cosa credevo di trovare?» pensai. Così mi voltai e feci per andarmene.
Quando stavo per richiudere la porta notai qualcosa che non avevo mai visto prima.
Mi avvicinai. Era un enorme cubo bianco con un buco nel centro e dei pulsanti sul lato superiore.
Fissavo quella cosa strana da ben cinque minuti quando capii: era il regalo dei miei genitori per il mio compleanno! Per questo sulla porta c’era scritto “Non entrare”. Ovviamente non volevano che lo vedessi. Era un’ipotesi più che plausibile. Per farsi perdonare i miei genitori mi avevano fatto un mega regalo. La giornata, finalmente, stava andando per il verso giusto. Cominciai a saltare ovunque. Se non avevo mai visto quella cosa voleva dire che ce l’avevo solo io. Era qualcosa di speciale per la loro figlia speciale.
Una volta passato l’entusiasmo iniziale tornai a fissare quel cubo bianco «Ma che diavolo è?» mi domandai. Effettivamente non avevo mai visto una cosa del genere.
«Forse è una navicella modello retrò» pensai.
Così aprii lo sportello dell’oblò e provai a entrarci, ma non ci riuscivo… era troppo piccolo. Provai di nuovo, ma niente. Allora capii: non era una navicella retrò, anzi al contrario, era una delle navicelle più innovative del secolo! Ne avevo sentito parlare da qualche parte.
In fase di sperimentazione c’erano delle navicelle ipertecnologiche. Avevano quattro razzi anziché due e andavano velocissime. Non serviva neanche aprire lo sportello per entrarci. Bastava andare contro la facciata frontale e automaticamente ti ritrovavi sul sedile con tanto di cintura allacciata. Non ne avevo mai visto una in giro e questo voleva dire che sarei stata la prima ad averla. Per la prima volta amavo il lavoro dei miei genitori. Forse, essendo degli scienziati, avevano il diritto di provare per primi gli oggetti in fase sperimentale. Ma che importava! Non vedevo l’ora di provare la mia nuova navicella, così mi allontanai di qualche passo e camminai in avanti, ma non successe niente.
Urtai semplicemente l’oblò che era nel mezzo. Allora ci riprovai: mi allontanai di più e camminai più velocemente, ma niente. Allora pensai che dovevo prendere la rincorsa, così mi spostai all’angolo opposto della stanza, mi voltai, contai fino a tre, cominciai a correre verso la navicella e… BOOM. Non feci altro che sbattere contro quella cosa che ormai faticavo a chiamare ancora navicella.
Mentre ero a terra ancora stordita una luce verde cominciò a lampeggiare. Forse avevo spinto qualche pulsante sbattendoci contro. L’oblò cominciò a girare vorticosamente facendo un rumore assordante. Allora capii che avevo fatto un casino e che era arrivato il momento di tagliare la corda.
Mi voltai e vidi mia madre e mio padre in piedi sulla soglia della porta con le braccia incrociate e un’espressione di dissenso sulla faccia.
«Ciao ma’, ciao pa’!» esclamai con un sorrisino angelico.
«Quale parte di “non entrare” non ti è chiara?» mi rimproverò mio padre.
«Questo oggetto è molto più importante di quanto pensi» disse mia madre e si diresse
verso il cubo bianco per spegnerlo.
«Che cos’è?» le chiesi.
«Niente che ti possa interessare» rispose mia madre.
«E invece sì!» le dissi «dato che mi sono quasi rotta un braccio per capirlo».
«Dammi il tuo giacchetto» disse mio padre.
Me lo tolsi perplessa. Mio padre lo strofinò per terra sporcandolo d’olio di navicella e prima che potessi gridargli contro mi fece un cenno con la testa come a dire “fidati!” e gettò il giacchetto all’interno dell’oblò. Spinse un pulsante, la luce verde ricominciò a lampeggiare e l’oblò a girare riempiendosi d’acqua. Lo guardavo scioccata quella cosa che frullava il mio giacchetto.
«Posso sapere cosa sta succedendo?» dissi a mio padre.
«Certo!» rispose lui sedendosi a terra.
Mia madre fece lo stesso, poi, guardandomi, disse: «Vieni, siediti. Ci sarà un po’ da aspettare».
Così feci come mi avevano detto e sedetti accanto a loro.
«Hai presente il tubo di lavaggio che c’è in camera tua?» disse mio padre.
«Sì».
«Questo oggetto che vedi è il suo trisavolo. Serviva proprio per lavare i vestiti, non sappiamo come venisse chiamato, ma è stato il primo passo».
«Il primo passo per cosa?»
«Per arrivare a inventare il tubo di lavaggio che è anche in camera tua» mi rispose.
Ci stavo prendendo gusto ad avere mio padre tutto per me e, mentre quel cubo che
adesso cominciava a piacermi continuava a girare con dentro il mio giacchetto, gli chiesi:
«Ma come è nato tutto questo?»
Lui, con un’espressione meravigliata nel vedermi realmente interessata disse:
«Beh! Bisogna partire da tanto tempo fa».
A queste parole mia madre si alzò dicendo:
«Vado a preparare dei panini. Torno subito. Ci sarà ancora un bel po’ da aspettare».
«Dicevo…» continuò mio padre mentre mia madre si allontanava «che bisogna partire
da tanto tempo fa. Anticamente, in tempi lontanissimi, i vestiti venivano lavati a mano nell’acqua dei fiumi o dei laghi. Ma tutto questo richiedeva troppo tempo e fatica. Così nel corso di secoli venne inventato questa macchina per lavare gli indumenti. Ma il tutto continuava a essere molto faticoso. Bisognava dividere i vestiti in bianchi e colorati per evitare che si rovinassero. Si doveva aspettare per ore che asciugassero al sole e poi occorreva stirarli con aria calda per togliere tutte le pieghe che rimanevano. Così qualcuno inventò una macchina che non solo lavava i vestiti, ma li asciugava anche. Ne venne poi inventata un’altra che li lavava, li asciugava e li stirava. Erano dei processi che richiedevano comunque molto tempo. Così venne inventato il tubo di lavaggio che in
dieci secondi risolve tutti i problemi».
«Già è sempre una questione di tempo e fatica» pensai.
Nel frattempo mia madre era tornata con in mano tre panini. Ne diede uno a mio padre e uno a me. Aveva preparato il mio panino preferito, quello con tonno e pomodoro e aveva anche una candelina rosa nel mezzo.
Mia madre si mise seduta vicino a me e sussurrò: «Esprimi un desiderio».
Rimasi immobile a guardare l’oblò pieno d’acqua che continuava a girare con dentro il mio giacchetto. Poi guardai me riflessa nel vetro con in mano quel panino ormai ricoperto di cera rosa. Mio padre, accanto a me, continuava a parlare entusiasta e mia madre continuava a sorridere e a dirmi di spegnere la candelina prima che il panino prendesse fuoco.
Che cosa potevo desiderare di meglio?

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