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La bocca di Anna

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Sono il mignolo della mano sinistra di Anna la parrucchiera. Quando Anna si concentra, abbandona la guancia nella mano e io mi piego nella bocca, bagnato dalla lingua con l’unghia appena tra i denti.
Sono il mignolo della mano sinistra di Anna la parrucchiera. Quando Anna si concentra, abbandona la guancia nella mano e io mi piego nella bocca, bagnato dalla lingua con l’unghia appena tra i denti. Non mi morde in quei momenti, mi stuzzica con la lingua e con gli incisivi, mi succhia leggermente. Che lei lo sappia o no, passiamo molto tempo così, in quel calore primordiale. Io lo sento nella sua bocca, lei  se ne compiace.
A volte mi incastra all’angolo delle labbra e ogni mio tentativo di spingermi più giù in quella cavità liscia si rompe contro la barriera dei denti,  Non ci sono suoni nella bocca di Anna e il tempo non esiste. Si ondeggia nel fluire intimo e bollente del respiro. Vorrei che Anna mi tenesse ancora, che mi ingoiasse per sempre. Ma sono incatenato alla mano e la mano intera nella bocca non può entrare, se non in parte. Alle elementari alcuni bambini si infilavano quattro dita in bocca. La mano sporgeva dal mento come uno di quei piattini che usano alcune tribù africane per allungare il labbro. Io no, non la volevo deformare la bocca di Anna, volevo solo che mi tenesse di più anche a costo di essere morso, spellato vivo, torturato. Purché mi portasse con sé dentro di lei. Purché quell’involucro umido mi promettesse la pace dell’eterno,
Il nostro amore lascia segni vistosi. A volte sanguino, ma non provo dolore.  Un mignolo non è fatto per stare in bocca. I segni che porto sono il monito del mio utilizzo proibito di cui ora Anna si vergogna. Mi nasconde, mi evita mi ricopre di creme, mi fascia. Non vuole che gli altri vedano le mie cicatrici. Se lascio scie di sangue dopo che mi ha ferito, mi umilia. Mi stringe dalla base e succhia via di corsa tutto il sangue. Mi svuota come per acquietarmi, accogliendomi nella bocca un istante solo, per nascondere le mie tracce. Poi mi getta fuori, mi asciuga. Mi costringe al lavoro meschino delle altre dita, serve della mano.
Alcuni giorni fa una cliente mi ha visto. Ha guardato la mano sinistra di Anna proprio durante uno dei miei innumerevoli viaggi verso la sua bocca. Lei ha morso, ha succhiato di corsa e mi ha nascosto nel taschino delle mollette.
Da una settimana ha deciso di non tenermi più nella sua bocca. Mi ha fasciato con un cerotto, e ogni volta che ha l’impulso di mettermi in bocca, la sua lingua tocca quel tessuto impermeabile color del dito e mi allontana. Io, in questa barriera di plastica, soffoco. Sono gonfio e molliccio come un cadavere nell’acqua. Il cerotto è troppo forte, non posso romperlo.  Quando sento le pareti del cerotto scaldarsi, so che sono in prossimità del suo respiro e scalpito, perché lei mi senta anche da qui dentro. Sbatto, palpito, mi dispero. Ecco i denti di Anna avvicinarsi. Mordicchia il cerotto con foga crescente e io mi auguro che lo spacchi con i denti e mi rimetta al mio posto con Anna, dentro di Anna, per sempre, perché da Anna vengo e da Anna voglio tornare. Ma lei resiste e getta giù la mano. Mi strofina a volte contro il pollice come a grattarmi o mi preme dall’esterno contro le labbra. Non sente me, ma il cerotto. Io sono ormai una larva senza colore. Rinchiuso in un buio appiccicoso da giorni, comincio a muovermi anche male. Se solo fossi il mignolo destro potrei gettarmi tra le lame delle forbici durante il taglio ma sono il sinistro, incatenato alla mano maestra. Aspetto, con l’orrenda consapevolezza dell’addio, un taglio netto, ma non il vuoto, l’assenza e la gelosia di pensarla felice senza di me.
Ci addormentiamo. Mi sveglio nella bocca di Anna. Immagino di essere morto e che questa sia la vita oltre la morte. Non è così. Anna ha strappato il cerotto, mi ha liberato nella notte, mi ha ripreso con sé.

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