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Molliccia

di

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Lo odiava. Non aveva motivi concreti. Ma lo odiava. Forse era anche una brava persona. Andava lì tutti i giorni. Arrivava ciondolando con quella sua camminata autocommiserativa, stupida, timorosa.

Lo odiava. Non aveva motivi concreti. Ma lo odiava. Forse era anche una brava persona. Andava lì tutti i giorni. Arrivava ciondolando con quella sua camminata autocommiserativa, stupida, timorosa. Come se il corpo fosse privo della consapevolezza di avere un peso, insicuro sulle piante dei piedi piatti e molli. Un po’ a destra, un po’ a sinistra. La linea delle spalle si chiudeva a pera nell’ammasso di adipe flaccido appoggiato sui fianchi che gli girava, letteralmente, intorno alla vita e ballonzolava a ogni movimento attorno all’incavo dell’ombelico, in evidenza per le magliette aderenti. Si avvicinava come farebbe un ragazzino sprovveduto, un animale che non ci vede bene. Un teletubbies cinquantenne. Pantaloni calati, sneakers, borsello.
Lei lavorava. Con la coda dell’occhio distingueva la sua sagoma avanzare, mentre puliva la macchina del caffè o scaricava la lavastoviglie o lucidava il bancone. E già provava fastidio. Ma non hai un cazzo di meglio da fare?
Lo salutava alzando l’angolo destro della bocca; non riusciva a fare di più. Anche lui sorrideva senza sorridere. Si arrogava il privilegio di essere timido e inscenava “il dimesso” solo per farla sentire in colpa. Faceva tutti i giorni la stessa parte pietosa, con quegli occhietti ravvicinati e perfidi che le dicevano che tutta la sua giornata sarebbe dipesa dal suo apprezzamento, dalla quantità di comportamento gentile nei suoi confronti. Lo odiava. Perché si sedeva sempre allo stesso tavolino, con lo stesso quotidiano, con la stessa espressione. Con le stesse manine mollicce. Dita mollicce attaccate a un dorso inconsistente e molliccio.
Sfogliava le pagine. Fingeva partecipazione per la cronaca cittadina.
Si alzava e chiedeva un caffè. Poi con la mano molliccia e le dita mollicce e mangiucchiate alle unghie afferrava il piattino simulando difficoltà con il cucchiaio in bilico. E intanto la guardava. Sono qui, sono tanto buono, non farmi essere invisibile!
Lo odiava.
Si risedeva. Goffo e ostentatamente ricurvo. E beveva il caffè alzando il mignolo. Beveva senza muovere la testa. Alzava la tazzina. E il mignolo.
Lo odiava.
Il mignolo era molliccio. La mano era molliccia. Ma si vedeva che godeva. Facendo rumori senili apriva e chiudeva la bocca. Allora il caffè ti piace, eh? Perché vieni a rompere il cazzo a me. A farmi pena. A estorcere la mia attenzione. A farmi sentire in colpa perché sono bella sana piena di gioia di vivere e tu – non – mi – piaci! Tu sei molliccio, non – mi – piaci. Non mi piaci. Tu non mi piaci!
Una mattina di luglio. Se avesse potuto, avrebbe preso un bastone e lo avrebbe picchiato, picchiato e picchiato finché non fosse uscita tutta quella sostanza che lo rendeva flaccido, floscio, gelatinoso, molle, moscio, sfatto, tremolante, tremulo, cadente, cascante, inconsistente, informe. Molliccio. Fintamente, solo fintamente buono, bonario, accondiscendente, garbato, cordiale, bisognoso, discreto, ritardato.
Era una mattina di luglio. Per scoraggiarlo definitivamente e per punirlo e non farlo mai più tornare, aveva chiamato un amico con il quale simulare fidanzamento ed effusioni dietro il bancone. Magari di fronte a un altro avrebbe smesso di elemosinare la sua attenzione.
Con l’amico (bicipiti interamente tatuati pettorali che si vedevano dalla maglietta occhi a mandorla e barba) fu inscenato uno sbaciucchiamento, dietro alla vetrina frigorifero. Il teletubbie fingeva di non avere il coraggio di guardare ma dimostrava di aver visto e con la sua postura, sempre più depressa, li mortificava. Restava seduto al tavolino esprimendo tutta la sua sofferenza attraverso una fissità corporea che culminava nello sguardo, bloccato sul giornale, pur non leggendo. Di profilo, con le mani una sopra l’altra appoggiate sul tavolo all’altezza dell’adipe, rimaneva immobile con gli angoli della bocca in giù, la fronte corrucciata, come in punizione. Ma non schiodava.
L’amico tatuato con la mano sul culo di lei fece un bel discorso sull’uso dell’autocommiserazione, lo soprannominò quindi “il piagnucoloso” e aggiunse che non capiva perché lei non riuscisse a ignorarlo. Se ne andò.
“Piagnucoloso” uccideva con la supplica, violentava con la pietà. La faceva sentire responsabile della sua mascolina inadeguatezza, rea del suo presunto ritardo fisico e mentale. Era una spugna emotiva. Apparire patetico era la sua arma, il suo dispositivo di manipolazione. Lei lo aveva capito e lo odiava. Odiava la manipolazione, il suo bisogno, quel senso di colpa che sentiva, tossico e astratto.
Fu il turno dell’amica-conoscente di professione prostituta di lusso. Come ultima possibilità. La supplicò di abbordarlo per riuscire finalmente a svelare la vera personalità di quel solo-apparente-depresso crudele killer per coercizione affettivo-emozionale e a liberarla dal disagio. La ragazza, bella giovane e orientale (non solo elegante ma ci sapeva anche fare) non riuscì neanche a farsi offrire un bicchier d’acqua. Lui aveva lo stesso comportamento di un ragazzino di 14 anni sessualmente complessato a una festa sado-maso. La guardava con diffidenza, rispondeva a monosillabi, continuava a sbucciare la pelle del pollice sinistro con l’unghia del dito indice. A utilizzare il giornale per indirizzare lo sguardo. Poi la ragazza piegò la testa di lato. Era riuscito a farsi compatire.
Adesso. Lei. Voleva. Ucciderlo.
Sentì che avrebbe potuto ucciderlo.
Certo, avrebbe invece potuto cercare dentro di sé i motivi di quel sentimento. Odio verso se stessa, ferite e traumi infantili, noia e frustrazione. I motivi in definitiva che davano a quell’adipe ballonzolante il potere di farla sentire in difetto. Ma non lo fece.
Cambiò lavoro. Cambiò casa. Cambiò quartiere. Cambiò amica. Cambiò macchina. Cambiò fidanzato.
Ma allo specchio continuava a vedersi molliccia.
Avrebbe mai potuto ammetterlo?

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