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La bicicletta

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Ovviamente la conoscevo bene. L’avevo vista tante volte rotolare giù dal pendio dietro casa mia, uno di quei palazzi di periferia dove il più grande dei divertimenti è buttarsi giù in bicicletta da un pendio erboso.

Ovviamente la conoscevo bene. L’avevo vista tante volte rotolare giù dal pendio dietro casa mia, uno di quei palazzi di periferia dove il più grande dei divertimenti è buttarsi giù in bicicletta da un pendio erboso. Quella bicicletta in particolare era stata l’invidia di tutti, perché era nuova innanzitutto, e le cose che non arrivavano dalla catena di fratelli-cugini-amici-di erano rare da quelle parti. E poi perché era bella davvero. Con il telaio argentato tirato a lucido, il sellino e i manubri rossi, il campanello lucido, le lucette di segnalazione e le ruote ammortizzate. Una vera mountain bike. Non uno di quei rottami che i nostri genitori rimediavano. Neanche Matteo se la sarebbe mai potuta permettere, ovvio, ma una volta tanto uno dei vizi di famiglia era servito a qualcosa. Suo padre aveva vinto un po’ di soldi con una schedina, e così erano saltati fuori un forno microonde per la moglie, una tv nuova, un paio di vestiti per la ragazzina e ovviamente la bici per Matteo.

Anche se risparmiando tutti i soldi che si era mangiato in schedine ci avrebbe potuto aprire un negozio di biciclette. Matteo prendeva la ricorsa e saltava sul sellino quando la bici era già sull’orlo del pendio, poi si divertiva a venire giù schivando sassi e mattoni. Ricordo ancora il tintinnare del campanello sulle buche e lo stridore delle gomme quando frenava sul piazzale. Ovviamente ogni tanto anche Matteo beccava qualche sasso, una volta è scivolato ed è venuto giù portandosi la bici. Niente di grave, ma su quel bel telaio argentato è comparsa un’ammaccatura. Soldi per ripararla manco a parlarne, e la bici è rimasta così, ammaccata come un valoroso soldato. Il tempo di un paio di estati e Matteo è diventato così alto e allampanato che sembrava ridicolo su quella bici, così è finita in cantina.

Ogni tanto passavo davanti al loro box, e mi prendeva tristezza a vederla sempre più stinta, più sgonfia e impolverata. Passando di qua non mi sarei mai aspettato di imbattermi in un fantasma, invece eccola là, in una bancarella di mercato, tra un bancone di pigiami e uno di pentole e tovaglie. Lo so che è lei, conosco ogni graffio di quella bici, l’ho sognata di notte mentre maledicevo il mio trabiccolo ereditato da uno zio, ciclista forse ai tempi di Coppi e Bartali. Il telaio è un po’ arrugginito, la pelle del manubrio ha qualche strappo, e finalmente appare per quella che è. Una mountain bike da ragazzino, fuori moda e tirata a lucido alla bell’e meglio. Non vale neanche i trenta euro del prezzo sul cartellino, ma nessuno saprà mai quanto filava veloce su quel pendio, come ci faceva sudare quando Matteo scalava le marce e ci lasciava dietro a mangiare la polvere, a seguire l’argento sempre più lontano. L’ho accarezzata, ho sentito la trama irregolare del telaio e la morbidezza del sellino, ho fatto girare i pedali e le ruote. Il signore del bancone mi è venuto incontro con un sorriso, ho sorriso anch’io, mi sono girato e l’ho lasciata lì.

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