Gli esami non finiscono mai

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Quanto celermente mutino i tempi insieme ai concetti affibbiati alle parole, ce lo insegnano i temi propinati negli anni ai giovani maturandi. Breve comparazione di quello che fu, con quello che è stato.

Pochi gli anni da precorrere a ritroso, quatto o cinque al massimo, per rendersi conto di quanto le cose siano cambiate.
Basterebbe rileggere i temi di italiano propinati ai ragazzi all’esame di maturità nel 2009, per avvedersi di come le prospettive d’attenzione, sulle arti, come sulla letteratura, siano nettamente mutate rispetto ad oggi.
Una manciata di anni addietro, si profilavano i temi dell’amore, della felicità, dell’innovazione, della creatività. Si focalizzava l’attenzione sui desiderata e sulle fantasie delle giovani generazioni, incitando le stesse ed emergere, ad autoaffermarsi, a progredire nelle scienze, nella tecnologia, nell’innovazione.
Era come se allora, al contrario di ora, si volesse dare l’idea di intravedere nitidamente un futuro possibile, si respirasse una promettente aria di avanguardia, e si credesse nella facoltà di evolvere senza necessariamente regredire.
‘Gli amanti’ di Magritte, ‘La passeggiata’ di Chagall, ‘Amore e psiche’ di Canova, erano  i disegni calcati a inchiostro sui fogli dei maturandi, per essere da questi condivisi, commentati, argomentati. Idilliache visioni conducenti il pensiero in sconfinanti altrove: nella poesia, nella musica, nelle arti, nell’ozio, nelle passioni incontrollabili. Al di là delle nuvole, sopra l’atmosfera, trascinati dall’ebbrezza, oltre ogni dove.
Amor ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
I versi di Dante, assieme a Leopardi, a Gozzano, e a un altro paio di inguaribili romantici, ad ispirare la scrittura, la riflessione, in un momento ancora non sospetto. Tempo così vicino, ma ormai già lontano, in cui non era azzardo concedersi una sosta ispirata per mirare affascinato quell’aristocratica coppia dai volti celati, involta in abiti anni venti da pseudo ricchi, immortalata su tela da Magritte, e trovarci, magari, qualcosa di sublime, di poetico, di trascinante.
Un tempo in cui non era provocazione incitare allo sviluppo di nuove tecnologie, o all’autodefinizione giovanile nella società.

Ma oggi, che succede?

Oggi è un’altra la storia. Un altro il tempo.
È il tempo del dono. Pare.
I magi che adorano Gesù, l’Imperatore Costantino che offre al Papa la tiara del potere, Antioco che riceve in sposa Stratonice, moglie del suo stesso padre.
Hanno trovato questo i maturandi del 2014 sui loro fogli, come proposta per la prova di italiano.
Un’idea estrema del dono. Una nozione del donarsi, che sfiora quella di sacrificio, debitamente celata.
Un tentativo, forse, di mascherare la dolorosa necessaria rinuncia, sotto una coltre di benevolenza mitologica, che sfiora il divino. Per non spaventare, per non atterrire, per non sconvolgere.
Come se ora, al contrario di allora, si credesse all’amore come rinuncia, come perdita, come autoannullamento, si aspirasse a trasformare gli uomini in una marea di Cristi senza il potere della resurrezione.
Come se ora, al contrario di allora, si sentisse l’esigenza di resettare le menti spinte al progresso estremo, per portarle non indietro, non avanti, ma lassù: in paradiso, dove nulla si agogna, nulla si desidera, nulla si abbisogna.
Bella prova!
Questi esami. Questi esami.
Non finiscono mai.

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