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Quando la realtà supera l’immaginazione, l’opera dello scrittore si smonta

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Chiudete gli occhi. Pensate a mucchi di bottiglie, sacchetti, aggeggi, e rimasugli in plastica messi a incastro, uno ad uno, come pezzi di un gigantesco puzzle.

Pensiamo ad un’isola mobile, simile all’isola galleggiante che Yann Martel descrive in ‘Vita di Pi’. Immaginiamola però grigiastra, senza alghe. Visualizziamola come un agglomerato semisolido composto interamente da plastica. Poi apriamo gli occhi.

Eccolo: è il Pacific Trash Vortex.

La più grande, ma non l’unica, tra le isole che il mare raccoglie, formata interamente da detriti solidi. Da celluloide, per l’esattezza.

Federico Batini, in “Non è tutto da buttare”, Edizioni Ambiente, la racconta come: ‘Una massa non solida, una sorta di insieme liquido, che da breve distanza appare gelatinoso, ma omogeneo, che si sposta, che assume dimensioni e forme differenti, che gira su se stessa, che muta, si assesta per poi dissestarsi, a perdita d’occhio. Una strana isola da lontano. Da vicino qualcosa di vivo, come un grandissimo animale sopra e sotto la superficie del mare”.

Al di là di ogni idea mitologica, oltre le colonne d’Ercole, oltre gli inferni marini, il Pacific Trash Vortex resta una gigantesca, incredibile, isola di spazzatura.

Ed esiste davvero.

La sua formazione risale agli anni cinquanta, quando per effetto del Vortice Subtropicale del Pacifico molti detriti si accumularono al centro dell’Oceano. Il maremoto Giapponese del 2011 ha fatto il resto, contribuendo alla sua compattazione, estendendola per oltre 2000 miglia di larghezza.

Di tanto in tanto, ancora si ode di facinorosi ecologisti con l’intento di raccattarla, disintegrarla. Ma come?

Nessuno, ad oggi, è riuscito a tranciarla dall’Oceano.

Così, con tutta questa spazzatura, ed inimmaginabile visibile, allo scrittore di fantascienza nulla resta da raccontare, e al lettore appassionato, nulla rimane per sbalordire.

L’inverosimile che si fa reale, spiazza, intristisce, e azzera ogni fantasiosa inventiva, specie se sfiora l’orrido.

Jules Verne, nel suo “Viaggio al centro della terra” narrava di cavità sotterranee ricche di preziosi e rari minerali, resti di animali preistorici, ittosauri e plesiosauri. Altri autori come Jack Williamson, John Campbell o Edmond Hamilton, si sono spinti verso lo spazio ignoto, per dare l’idea del non reale.

Adesso, l’inverosimile va solamente visto. Nulla, o quasi, può dirsi più incompiuto, soprattutto nell’orrore.

Smetta, dunque, il narratore di credersi esclusivo fautore dell’immaginifico, del trash, dello stupore. Smetta lo scrittore di assurgere a preconizzatore dell’evoluzione devastante, con tanto di morale al margine, per salvare gli uomini dallo sfacelo.

E’ stato tutto ormai fatto.

Fantascienza oggi è altro. E’ una coppia di giovani che chiacchiera con i vicini del proprio orto, della pioggia o del sole. E’ la massaia che prepara un dolce senza impastatore elettrico. E’ la vista di un paesaggio verde lontano dal cemento.

Fantascienza potrebbe essere tornare indietro dopo essere andati troppo avanti.

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