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Non è mio

di

Data

Non c’è più. E sì che ho cercato, accendendo con cautela le luci di stanza in stanza. Prima di ricordare che certi occhi scintillano al buio e spegnere tutto, tornare alla notte per scoprire un bagliore, rivelare un nascondiglio.

Non c’è più. E sì che ho cercato, accendendo con cautela le luci di stanza in stanza. Prima di ricordare che certi occhi scintillano al buio e spegnere tutto, tornare alla notte per scoprire un bagliore, rivelare un nascondiglio. Niente. Il gatto non c’è. Non è il mio gatto, intendiamoci, è un gatto qualunque. Nero e grosso e con le unghie affilate che si è presentato all’improvviso, grazie a una finestra dimenticata aperta.
Accendendo una sigaretta sono uscito in terrazzo. Mi sono seduto per qualche minuto sulla scala antincendio prima di rintanarmi in poltrona. Dormire un po’.
Finché ho sentito suonare: una scampanellata insistente alla porta d’ingresso.

«Ascolta bene» aveva detto l’inquilino del piano di sotto quasi un mese prima, «la devi smettere di innaffiare a quest’ora, il mio terrazzo è schizzato». S’era fermato sul pianerottolo, la luce del corridoio faceva ombra sulla faccia, gialla come albume sbattuto. I capelli, neri e grassi, gli pendevano ai lati del collo.
«È mezzanotte, se non lo faccio ora quando?»
«Non è un problema mio il quando. Il mio terrazzo è schizzato».
Sapevo di avere i sottovasi, come sapevo che l’interno sedici, proprio sopra di me, non ne aveva.
«D’accordo» ho tagliato corto. Ero stanco e con la voglia di dormire. Ma il muso ingrugnito di Buchicchio pretendeva di più.
«D’accordo, signor Buchicchio» ho ripetuto cercando di sorridere. «Spero vorrà essere così gentile da scusarmi, non succederà più».
A quel punto se n’è andato, girandosi di scatto come un pupazzo telecomandato. Senza dire una parola e con i pugni ancora stretti.
Ho accarezzato a lungo le foglie del Ficus a lato della porta, prima di richiuderla.
«Allora, gatto, vieni fuori o no?»
Lo chiamo così, gatto, rifiutandomi di assegnargli un nome specifico, per il semplice fatto che non è il mio gatto.
Quando è apparso, nero come la notte che l’ha portato, si è acquattato ai piedi del divano, immobile come una fiera in attesa della preda. Il bagliore degli occhi mi aveva fatto saltare, mentre camminavo al buio per l’insonnia. Il colpo violento contro lo spigolo del tavolo. E il livido, insistente sul sedere, che s’era allargato sulla chiappa destra come olio bruciato.
«Allora, pezzo di merda» avevo detto dopo aver acceso la luce, «sparisci da dove sei venuto. Fuori da casa mia». Indicavo la finestra accostata, giurando che l’avrei tenuta chiusa sopportando la calura estiva, pur di non vederlo più. Ma quello aveva cominciato a soffiare drizzando il pelo sul groppone. I denti spuntavano come un rastrello dalla bocca e le unghie si facevano lunghe sotto le zampe.
«Buona bestiaccia, buona… non provare a graffiare niente ché quello che vedi è ancora da pagare». Non voleva proprio saperne di sgombrare. «Fanculo, allora, resta dove sei. Ma se domani non sei sparito…»
Me ne sono andato a dormire, chiudendo per bene la porta della camera.
A colazione era ancora lì. Spalmato sul bracciolo del divano.

«Spegni questa cazzo di musica».
«Sono le undici del mattino, signor Buchicchio, ed è domenica. Credo di poter ascoltare un po’ di radio».
«Mi dà fastidio. Spegni quell’arnese».
«È al minimo, come fa a sentirla di sotto?»
«Ho le orecchie buone, migliori delle tue che sembri sordo. Spegni tu o entro io?»
«Spengo io, tranquillo».

«Che intenzioni hai, gatto? Vivere sul mio divano per sempre? Se speri di usare il mio cibo e la mia acqua hai capito male. Per quanto mi riguarda puoi morire, l’importante è che lo fai lontano da qui». Mi aveva guardato, il gatto, accomodandosi meglio col muso sulle zampe, per niente intenzionato a togliersi di torno.
«Non comincerai a farla dappertutto, vero? Perché prima o poi dovrai farla, no? Anche se rimani digiuno, lo so che troverai il modo di spurgare come una lumaca e la mia casa diventerà un letamaio, nero e piscioso come te».
Non si era mosso. Lo sguardo verticale mi aveva regalato un brivido, tale da ingoiare in fretta il caffè e chiudere a chiave tutte le porte, lasciando aperta solo la finestra.
Poi ero uscito.

«Cosa c’è stavolta, Buchicchio?»
«Cosa c’è?» ha ruggito dal pianerottolo. «Vieni che te lo faccio vedere».
«No. Adesso non è proprio possibile. Guardi» ho fatto indicando il computer e il cumulo di fogli sparsi sul tavolo. «Sto lavorando e sono in arretrato».
«Che vorresti dire, scienziato, che io non lavoro? Io mi faccio un mazzo tanto, ogni giorno, non passo il tempo col culo in ferie sulla sedia».
«Non intendevo…»
«Ma guarda questo! Gli pubblicano qualche necrologio e pensa di sapere tutto lui».
«Va bene, va bene» ho fatto alzando le mani, «la seguo».
E tu, gatto, ho detto tra me fissandolo ai piedi del divano, non toccare niente. Ti supplico.
In garage, la sua CLK era parcheggiata accanto alla mia Citroën C3. I limiti, marcati da strisce bianche numerate: dieci per lui, tredici per me.
«Perché mi ha portato in garage?»
«Vieni con me» ha fatto Buchicchio trascinandomi per un braccio. «Lo vedi questo?»
Sì, che vedevo: una striscia rossa sulla fiancata destra della Mercedes.
«Continuo a non capire».
«È colpa tua».
«Vorrà scherzare».
«Adesso mi ripaghi».
«Non ci penso proprio: la mia auto è grigia, come potrei averle causato quella striscia rosso fuoco?»
«Adesso mi ripaghi» aveva ripetuto respirandomi in faccia. La mano destra sembrava una tenaglia sulla mia mandibola.

«Hai capito, gatto?» avevo detto tornando su e guardando con gratitudine la pila di fogli intatti sul tavolo. «Quello vuole che paghi per una cosa che non ho fatto. Ti sembra giusto?»
Il gatto restava impassibile sul divano. Massaggiavo la mandibola che ancora mi doleva, odiando me stesso per non essere riuscito a difendermi, per aver promesso a quell’energumeno che sì, l’avrei ripagato, doveva solo comunicarmi l’ammontare del danno. Felice di essere ancora intero ho stappato una Coca ghiacciata.
«Hai sete?» avevo detto al gatto con la lattina a mezz’aria. Al lavandino ho riempito una ciotola. «Tieni, bevi».

«Vedo che hai un gatto» ha detto Buchicchio un sabato pomeriggio portandomi il totale della riparazione dell’auto. Il gatto nero era sbracato e immobile sul solito bracciolo. Ho evitato di dirgli che non era mio e che, stavolta, m’avrebbe fatto un favore.
«Quando sarò amministratore ci sarà il divieto di tenere animali. Tutti fuori» ha continuato lasciando cadere dal sigaro un cilindro di cenere. «E ai furbi vengo a prenderli a pedate di persona».
«Ma come? Anche lei ha dei gatti… sono certo di averli visti».
«Oh, quelli» ha fatto lui senza scomporsi. «Sono di mia moglie».
Ma che risposta è, avrei voluto dire. Invece ho taciuto.

«Allora, gatto, la finiamo di giocare a nascondino?»
Ho ripetuto due volte il giro delle stanze, scrutando negli stessi angoli, negli spazi ristretti sotto al mobilio. Ho perfino spostato dei libri dalle mensole.

«A proposito» ha detto Buchicchio incrociandomi al portone d’ingresso, «questa dev’essere tua». Mi aveva messo tra le mani una raccomandata. La data risaliva a tre mesi prima.
«Ma… perché ce l’ha lei?»
«Dovresti ringraziarmi, ho firmato per te».
«Perché non me l’ha consegnata subito?» ho detto mentre la aprivo, scoprendo che si trattava di un incarico da confermare entro due giorni.
«L’ho dimenticato, qual è il problema?»
«Il problema è che ho perduto un lavoro importante. E anche ben pagato».
«Non sono il tuo segretario, bello». Poi è salito, non prima di concedermi una manata che mi ha piegato la spalla.

«Questo è troppo, è troppo» ho sibilato con una vampa che montava alle orecchie. Ero seduto in macchina già da mezz’ora, incapace di mettere in moto. La busta sgualcita tra le mani. Così sono tornato indietro, conquistando le scale due gradini alla volta e riprendendo fiato solo al piano di Buchicchio, pronto a dire la mia.
Ero lì lì per bussare, quando la voce della signora Buchicchio ha cominciato a doppiare una canzone alla radio. Suo marito le faceva eco, ripetendo le note con una voce allegra e baritonale. Di quando in quando interrompeva i fraseggi per afferrare la donna che implorava, senza troppa convinzione, di lasciarla andare: «Smettila Antonio, smettila… lo sai che soffro il solletico». Ma lui non smetteva. Non smetteva di schioccare baci rumorosi che attraversavano la porta per cadere sul pianerottolo.
C’è da diventar matti, mi sono detto mentre le loro parole diventavano ovattate e io capivo solo: «Sei una meraviglia, luce dei miei occhi, una meraviglia…»
Mi sono allontanato tornando alle scale, ancora incapace di credere che da quell’uomo potesse venir fuori qualcosa di gentile.

Il Ficus, a lato del mio campanello, aveva le foglie umiliate da buchi dai contorni crostosi. Un grosso sigaro era infilato vicino alle radici.

«Ehi, gatto, vieni fuori» ho detto affacciandomi sul terrazzo e scendendo qualche scalino della rampa antincendio. Più sotto c’era l’appartamento di Buchicchio. Le luci del televisore lampeggiavano attraverso la finestra socchiusa, quindi non sono andato oltre. Del gatto, neanche l’ombra.
Ho acceso una sigaretta pensando che dopo ventiquattr’ore diminuiscono le possibilità di trovare anche un essere umano, figuriamoci un animale. Un gatto, poi…
Sono tornato dentro abbandonandomi sulla poltrona, al buio. Devo avere anche dormito, per un po’. Finché ho sentito suonare: una scampanellata insistente alla porta d’ingresso.
Ho aperto. «Signora Buchicchio, cosa c’è?»
La donna, minuta e con una vestaglia a fiori, sembrava non riuscire a parlare. Al piano di sotto, un tramestio di voci.
«Cosa succede? Posso aiutarla?» ho ripetuto seguendo la linea delle lacrime che si mescolava al moccio sotto al naso.
«Scenda, la prego, non riusciamo a spostarlo».

La porta dell’appartamento era spalancata. L’inquilino dell’interno sette era dentro e anche quello del nove.
«Pesa troppo» ha fatto il nove dandomi una pacca sulla spalla. «Forse in tre ce la facciamo».
«Ma cos’è successo?»
«I suoi gatti».
«Quali gatti?» ho detto come se li avessi dimenticati.
Si è accostato al mio orecchio. «Tre bastardelli tigrati che ha voluto la moglie. Lui non li sopporta. La moglie dice di averlo sentito inveire dentro la doccia ma che ha continuato a dormire, pensando a una delle solite sfuriate del marito».
«E poi?»
«Pare che i gatti per qualche ragione l’abbiano assalito».
«E Buchicchio?»
«È scivolato. Ha battuto la testa. Devi vedere che roba… è pieno di graffi. Quel pazzo dev’essersela presa con i gatti e quelli si sono difesi».
«Allora, vi muovete?» ha fatto l’interno sette. «Dài, portiamolo sul letto. Ho già chiamato la Guardia Medica».
«Non sarà mica morto?» ho fatto io col fiato strozzato.
«No no, è vivo» ha detto l’interno nove.

Buchicchio era sul letto, nudo e bagnato e con l’uccello molle come fegato dentro una scatola Felix. Non so perché ho pensato questo, forse per i tre gatti tigrati che giravano intorno come se non fosse successo niente. Ho guardato l’orologio, d’istinto: sembrava passato un anno da quando ero sceso, invece erano trascorsi solo quindici minuti. Sono tornato a guardare i gatti, chiedendomi come avessero fatto a non bagnarsi: nel cesso sembrava ci fosse stato un temporale.
«Eccola che arriva» ha fatto l’interno nove. Da lontano la sirena dell’ambulanza cominciava a farsi grossa.
Buchicchio ha sollevato prima una palpebra poi l’altra, mentre sul cuscino s’allargava una chiazza di sangue. Ha fissato sua moglie e noi tre muovendo la bocca come per dire qualcosa, prima di liberare una polla urinosa tra le cosce e rovesciare gli occhi all’indietro.

Quando sono rientrato in casa l’ambulanza era ripartita da un pezzo: col cadavere di Buchicchio scortato dalla moglie. Un odore ferroso continuava a colpirmi la faccia, mentre mi sforzavo di tornare a un respiro regolare. Ho acceso la sigaretta senza neanche lavarmi le mani. Senza accendere le luci. Avevo macchie di sangue dappertutto, lo sapevo. E tremavo. C’è voluto tempo perché il cuore si placasse e nel fumo che mi bruciava gli occhi è ricomparso lui, Buchicchio: ho contato a fior di labbra i soprusi a cui mi aveva sottoposto.
Qualcosa di sconosciuto ha preso a salirmi dalle caviglie allo stomaco, una specie di calore che mi rendeva euforico. La scena a cui avevo assistito non l’avrei dimenticata facilmente, eppure non potevo fare a meno di sentirmi eccitato, esaltato come uno sniffatore a certe feste ben riuscite.
«Neanche fossi stato io a uccidere» ho detto piano, pentendomi un poco.
Poi ho visto il luccichio, uno sfavillare repentino come un battito di ciglia.
Ho acceso la luce e il gatto era lì, pingue e nero ai piedi del divano.
«Gatto!» ho esclamato.
Si leccava le zampe. Prima una poi l’altra, la destra e la sinistra, con colpetti di lingua goduriosi e interminabili. Mi sono dovuto avvicinare molto prima di capire.
Ho preso a carezzargli la testa con un movimento misurato, poiché era la prima volta che lo toccavo.
«Il mio Gatto» ho detto asciugandogli il pelo bagnato col fazzoletto. «Scommetto che hai fame».

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