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La danza del peperone

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Quando l’impellenza diventa indomabile, il corpo cede alle sue debolezze, e niente e nessuno riesce a fermarne i fremiti, specie se di mezzo c’è una succulenta peperonata.

I peperoni della sera prima camminavano nello stomaco come tante pecorelle al pascolo. La riunione era cominciata. Ero il terzo a parlare. Presentavamo il progetto del secolo quella mattina.

In principio ho tossito per evitare che i gorgoglii si sentissero.

Cavolo, come faccio adesso? – Ho pensato mentre il primo illustrava la mission.

La stanza era sgombra da mobili, solo un grande tavolo rettangolare con la base di cristallo: 16 uomini seduti intorno, e nell’aria una specie di eco.

I muri giallo ocra erano perfettamente uniformi, e una barra di legno a metà tra il pavimento e il soffitto, faceva da cornice.

L’amministratore delegato della mia società era in abito scuro. Cravatta celeste, a righe bianche. Non faceva una piega. Mentre parlava il suo mento arrivava a toccare il collo per quanto sgranava la bocca. Era il suo unico vezzo. Per il resto pareva un bronzo di Riace.

Fingevo di stare ad ascoltare, intanto che la rivoluzione aveva inizio.

Ho trattenuto il respiro per qualche secondo poi l’ho allentato. Il rumore si è bloccato. Ma è cominciato il dolore. Dio santo, una tempesta a ciel sereno nella pancia.

Ho continuato con gli esercizi di respirazione. E la fronte ha preso a sudare.

La giacca è diventata un forno. Effetto sauna sentivo addosso. Mi sono concentrato sulla porta a vetri della sala, chiusa. Fissavo l’incavo della maniglia, che spinta a dovere fa scorrere i pannelli dentro la parete.

Il secondo collega si è alzato. Responsabile marketing. Cravatta rossa e tante minuscole bolle blu notte a spegnere il fervore. Voce calda. Gesticolatore per eccellenza. Due tentacoli per mani. Sempre in movimento.

Mamma mia, fra un po’ è il mio turno, – ho pensato, mentre lo guardavo mandare le braccia a destra e a manca con la bacchetta tra il pollice e l’indice della sua mano destra.

Gli occhi dei presenti stavano fissi sull’oratore. Ipnotizzati da questo gioco circense.

Quello, in piedi, dritto dritto, parlava e gesticolava. Padrone della platea.

Cacchio, e ora? La mia faccia diventava paonazza, sentivo le guance accese dallo sforzo fatto per calmare lo spasmo. Mi sentivo in pendant con la cravatta del collega che avevo di fianco: amaranto vivo.

Era il momento più importante della mia vita. La promozione a un passo, e il cesso in un pianeta lontano. Cavoli! Addio sogno, – pensavo. Il capo non me l’avrebbe perdonata. Era dal lato stretto del tavolone quadrato, in un doppio petto grigio, con gli occhi nascosti sotto due folti cespugli biancastri.

Avevo la sensazione che mi stesse osservando dal principio, che avesse carpito quel qualcosa di nefasto che mi stava accadendo. Una terribile soggezione, sotto la sua traiettoria laterale destra.

Avrei dovuto ripetere a mente le cose da dire. Grafici, statistiche, numeri, bilanci: li sentivo i miei nemici.

I peperoni bussavano alla porta: volevano uscire. Gli istogrammi tappavano l’uscio. E il nostro progetto di 10 grattaceli a Dubay sembrava pronto per essere inglobato dalla più grossa società di costruzioni degli Emirati Arabi.

Gli ospiti stranieri guardavano solo gli oratori. Si distinguevano per l’abbronzatura evidente, per i tratti somatici marcati, e per le vesti larghe.

Erano loro i nostri obiettivi. Quegli abiti comodi in perfetta antitesi coi nostri costumi da impresari d’occidente, erano il nostro punto d’approdo.

Intanto l’umido aveva raggiunto la mia giacca safari indossata per l’occasione. L’avevo scelta chiara: ne eccessivamente elegante, ne eccessivamente casual. La giusta via di mezzo, prima dei peperoni.

Ecco, il secondo aveva terminato. Sentivo l’applauso. Toccava a me. Era il momento di illustrare i costi dell’operazione, la parte più difficile: convincere gli investitori che eravamo i più competitivi e affidabili sul mercato.

Mi sono alzato, continuando ad applaudire. Poi ho smesso.

“Signori, la cosa che più spaventa i finanziatori è l’incertezza”, – ho detto d’un fiato, spingendo il primo bottone nell’asola della mia giacca safari.

Lo stomaco si è bloccato sulla parola incertezza. Era esattamente il sentimento che provavo io in quel mentre: incerto della capacità di resistenza del mio intestino dinnanzi allo scalpitio di pecorelle brulicanti che nulla parevano in confronto alle facce scure e baffute degli sceicchi che mi stavano intorno.

“Ma ciò che sto per mostrarvi, cancellerà ogni titubanza”.

Esitai un attimo, approfittai di un colpo di tosse in sala per raccogliermi in celata meditazione.

Cosa stavo blaterando?

Sentivo tutto il calore dei fari bianchi che dal soffitto mi colpivano come missili.

La cacca che urgeva l’uscita, ispirava qualcosa di più che un discorso sull’andamento del mercato internazionale, su tassi di interesse attivi e passivi, sul valore dei mattoni. Ecco, mi veniva facile adesso l’assonanza tra grattacieli e merda. La condizione che stavo vivendo, suggeriva chiara quella similitudine tanto lontana nelle fattezze.

No, non so se avesse un significato più profondo, non lo intendevo. Il bisogno viscerale mi impediva tali approfondite analisi. Ma visualizzavo i due termini alla stessa maniera: un cesso.

La platea attendeva dell’altro, il mio capo non mi levava gli occhi di dosso. I suoi sopraccigli diventavano liane che lentamente si avvicinavano a me per avvinghiarmi.

Spensi i fari caldaia, e attivai il proiettore.

Per un caso, o per il fato, le parole e la merda uscirono contemporaneamente, le une coprendo il suono dell’altra.

Fu la presentazione più sciolta che avessi mai fatto.

Il mio vicino dalla cravatta color amaranto, cominciò ad annusare l’aria. Sentivo il rumore del suo naso che annaspava a tratti nelle tenebre.

Io continuavo, coi numeri, le iperbole, i tassi percentuali, incurante del puzzo e del calore che aumentava sotto il mio sedere.

Fu un successone l’intervento. Quando la luce riapparve tutti applaudivano e sorridevano. Non so se più per i numeri o più per il puzzo.

Avevo intuito, tuttavia, che la materia può aiutare la comprensione delle astrazioni.

All’istante non ebbi il coraggio di risedermi. Temporeggiai in piedi più che potessi, sperando vivamente che il mio pantalone safari fosse rimasto safari anche dietro, e che i fari non lo puntassero più del necessario.

Ma era il momento di lasciare la parola al capo.

Si alza in piedi, e mi fa cenno di riaccomodarmi.

Fingo di non capire.

Rimango in piedi.

Ripete il cenno, con un gesto di mano, per sembrare più incisivo.

Nulla, io faccio il cieco.

Lo guardo fisso negli occhi, senza ubbidirgli. Sedermi sarebbe stata la fine.

Resto in piedi come l’angelo Salvatore. A sottolineare la sua statura esigua.

I suoi sopraccigli crescevano. Gli occhi si accigliavano. Le mani si facevano due pugni.

Che cavolo ci fai in piedi imbecille, non vedi che è il mio momento? – Diceva l’intensità della sua occhiata.

“Grazie dottor Cacciarone, si può accomodare”. Sbotta a un tratto.

Quell’ordine, dalle fattezze di un invito, rianima il tumulto: i peperoni residui si mettono in viaggio come tanti millepiedi, ancora alla volta del mio ano.

Mi piego, nell’atto di sedermi, per sopire il dolore.

Poso il sedere sulla poltrona, la cacca vecchia si schiaccia, si incolla ovunque, lo spasmo si acuisce, il volto si infiamma, e io, per non crepare, di nuovo, caco.

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