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Alejandro

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Maria Rizzo corse per le scale e i corridoi. Il suo passo non era semplicemente veloce, correva, col ritmo cadenzato dei tacchi. “Achtung” a scuola non si corre! Ed ora? Ora, era in ritardo. La tachicardia era nulla di fronte al fiatone.

Maria Rizzo corse per le scale e i corridoi. Il suo passo non era semplicemente veloce, correva, col ritmo cadenzato dei tacchi. “Achtung” a scuola non si corre! Ed ora? Ora, era in ritardo. La tachicardia era nulla di fronte al fiatone. Poi, si ricordò del viso paonazzo e si fermò. Non voleva che il suo volto evaporasse in classe. Attese in cima alle scale per qualche minuto finché non fu sicura. Passò tra i banchi inosservata, alcuni ragazzi le davano le spalle. “Buon giorno”, disse lei, con un tono innaturale, molto più alto della sua voce. La classe, distratta, tornò al posto, uno ad uno, precipitando sulle sedie o accasciando i busti sui banchi.
Alejandro, un ragazzo sornione di origina africana, una lolita maschio, di un erotismo potente, sedeva al primo banco, proprio di fronte a lei, con spalle larghe da afferrare e gambe robuste accavallate e distese in avanti, quasi a toccarla. Lei percorse il suo corpo dalle ginocchia agli occhi cercando di evitarli, lui a braccia conserte, la fissava con una spudoratezza irrispettosa, selvatica. Sentì le labbra, gli occhi, la sua pelle, addosso. Maria a quel ragazzo non avrebbe voltato le spalle un attimo e se lo avesse incontrato per caso di notte in strada avrebbe forse gridato, perché lui sarebbe emerso, scuro e ineluttabile, come una forza crudele. Un assassino con un coltello.
“Oggi parliamo di Cialula scopre la luna” di Luigi Pirandello. “Ma che è un nome?”. “Prof. lo scriva alla lavagna che nun ce sto a capì gnente”. “Ciaula scopre la luna” fu scritto a grosse lettere in stampatello sulla lavagna. Maria Rizzo lesse il racconto alla classe annichilita dalla noia. Poi scelse Alejandro, perché non poteva fare altrimenti, perché c’era solo lui. Come se il ragazzo le stesse già stringendo i polsi, immobilizzandola, lo sguardo di Maria non avrebbe oltrepassato il suo, per cercare altri compagni. “Alejandro, di che parla il racconto?”  “Boh, me sembra uno che vede per la prima volta la luna”, lasciò cadere, soppesandole il corpo.   “Ciaula capisce di essere un essere umano e non un animale perché vede qualcosa di bello. Percepire la bellezza lo rende umano. “La bellezza” rimbombò nell’eco vuoto delle teste. Un suono spettrale rotto da risate volgari. Alejandro si era alzato, simulando un passo di break dance di geniale ironia. Allora la Rizzo, per la sorprese e l’imbarazzo, rise insieme alla classe e fu vista dalla sua platea che rideva verso di lei, poi, Alejandro si fermò e la guardò con un sorriso aperto, un invito al gioco. “Alejandro, siediti !”. “Ma come prof, non balla con me?” E mosse la testa da un lato all’altro come un’odalisca con il corpo fermo. “Siediti!” ordinò lei, con il tono che si usa per i cani.
Alejandro aveva il volto glabro e non smetteva di fissarla. “Prof. quanti anni ha?” le chiese in mezzo alla lezione, interrompendola. “Alejandro non mi interrompere, non ti riguarda” – “ventotto”, disse lui, scandendo le lettere dei suoi anni. – “Alejandro, studia Pirandello che domani ti interrogo.” – “Quindi se studio non mi boccia?” – “ intanto studia”.
Il giorno seguente il banco di Alejandro rimase vuoto. – “Ha fatto sega professorè”. Maria, che avrebbe voluto sentirlo, incoraggiarlo con un buon voto, chiuse il registro ed andò avanti con Pirandello. Spiegò camminando per la classe, con lo sguardo verso la primavera romana, percepibile nel blu intenso del cielo. “Alejandro perché non sei venuto ieri?” “c’avevo da fa Prof.” –“Oggi ti posso interrogare?” si trovò a chiedere lei, come se a quel ragazzo dovesse chiedere il permesso per fare il suo lavoro. “nooo, famo n’altra volta”, implorava a mani giunte con gli indici poggiati alle labbra sorridenti e gli occhi socchiusi. – “Va bene. Venerdì, venerdì, ti devo sentire altrimenti hai 4 in pagella”. Venerdì, Alejandro sedeva al suo posto, pronto per l’interrogazione. Alla Rizzo sembrò che si fosse anche vestito meglio del solito. Era lì, puntuale al loro primo appuntamento, con le mani sotto al banco e la camicia chiusa fino all’ultimo bottone. “Alejandro, che mi vuoi dire?”, esordì lei, come se gli stringesse le mani. “Pirandello prof, quello dovevo fa. No?” . “Pirandello nacque …..” poi si fermò. La classe, impietosa, rise. Ma non era uno scherzo, Alejandro non ricordava le cose, faticava a leggere, non riusciva a stare fermo per più di 10 minuti. – ”Prof., non mi bocci …”, supplicò, con una serietà che atterrì i compagni. Ciò che sorprese Maria fu il tono disarmante dell’onestà della sua supplica, piena di paura. Maria Rizzo lo avrebbe stretto a se, petto contro petto, per odorarne la pelle. Riuscì solo a dire “Se studi non ti boccio”.  Lui, le fece il verso e tutti risero ancora.
Il giorno dopo Alejandro la segui a casa a pochi passi di distanza. “Che fai mi segui?”, disse lei girandosi, come in uno scherzo. “Ma io ti piaccio Maria?” – “Non chiamarmi per nome, sono la tua insegnate.” – “La mia insegnante Maria”, disse lui e schioccò un bacio dalla mano prima che lei si muovesse, per andare, o per restare lì, a pochi passi dalla scuola a fissare quelle labbra schiudersi, premute dalla mano.
La Rizzo quella sera si struccò le labbra come a lavar via il sapore di Alejandro. Poi schioccò un bacio allo specchio con le labbra struccate premute sul vetro, senza lasciare traccia. Nei giorni seguenti si incontrarono nella sua macchina. Lei lo guidava lontano, in un parcheggio isolato, ogni volta diverso. Alejandro aveva imparato in fretta. Parlava il meno possibile, si spogliava di corsa. Era un bambino dal corpo grande con la voce spezzata dalla pubertà. Maria gli ripeteva il suo nome all’orecchio e lui rispondeva “Maria” con quella voce diventata appena maschile, rotta un girono dall’età adulta, forse con gli amici, nel triste parco di quartiere.
Maria il giorno aveva occhi piccoli e stanchi. Alejandro le sedeva sempre di fronte. Come in un tacito accordo lei non lo avrebbe più interrogato. Lui, non avrebbe più disturbato la lezione. Sedeva calmo, per ore a guardarla. Lei parlava, per quelle stesse ore, ferma alla cattedra o passeggiando tra i banchi, intorno al suo banco, per guardarlo di schiena. Il collo, le spalle, la schiena e se si fosse girato anche il profilo baciato dalla luce trasversale della finestra. Maria di quella schiena avrebbe visto ogni movimento, ogni contrazione muscolare, accolta come il più puro sprazzo di energia vitale.
Verso la fine della scuola Maria fece la solita ronda nei bagni per vedere chi fumava. Fumare era proibito. La Rizzo bussò su tutte le porte. Da una sentì provenire delle risate soffocate. Tirò a se la maniglia sgangherata e vide Alejandro con i pantaloni slacciati e una ragazza con le labbra socchiuse, appoggiata alla parete.
Il 15 giugno si riunì la commissione d’esame. Il collegio dei docenti era composto da undici membri. Sui casi problematici si votava per alzata di mano. La metà più uno per essere promossi. Alejandro Ramirez. Non era possibile astenersi. Cinque professori votarono per la promozione adducendo motivazioni relative allo sviluppo complessivo del ragazzo cui avrebbe giovato maggiormente un ambiente lavorativo piuttosto che uno scolastico. Cinque docenti votarono per la bocciatura, evidenziando le enormi carenze e sostenendo che la scuola avrebbe potuto proteggere il ragazzo dalla vita di borgata, per almeno un altro anno. Rimaneva solo lei, che come imbambolata o in stato di choc, non si era fin ora pronunciata. – “Maria, tu che dici?” – “Bocciato”, disse lei, senza addurre alcuna motivazione, con lo sguardo distaccato di un’educatrice di professione.

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