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Il serpente

di

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Faceva caldo e Claudio non riusciva a dormire. Si alzò dal letto cercando di non svegliare Clara, voleva bere qualcosa di fresco e sgranchirsi le gambe: non riusciva a chiudere occhio, tanto valeva fare qualcosa, una gita in cucina ad esempio.

Faceva caldo e Claudio non riusciva a dormire. Si alzò dal letto cercando di non svegliare Clara, voleva bere qualcosa di fresco e sgranchirsi le gambe: non riusciva a chiudere occhio, tanto valeva fare qualcosa, una gita in cucina ad esempio. Si trascinò lento fuori dalla stanza da letto, accostò la porta dietro di sé. Fu in quel momento, nel buio del corridoio, che sentì uno strano dolore all’avambraccio, come se una morsa invisibile lo stesse stringendo, poi come se qualcosa si muovesse sotto la pelle. Una strana sensazione. Claudio guardò subito d’istinto il suo avambraccio e vide che era tutto a posto, nessuna puntura d’insetto, nessun livido, nessun taglio. Nulla. Solo gli occhi rossi del serpente tatuato che lo guardavano fisso. Claudio distolse lo sguardo dal tatuaggio ed entrò in cucina. Aveva voglia di una birra ghiacciata. Era luglio e faceva un caldo mortale. La luce al neon della cucina gli ferì gli occhi. Aggrottò le ciglia e prese la birra dal frigo. La mano intorno alla lattina ghiacciata. Refrigerio. Il dolore scomparve.
− Una bella birra… – borbottò Claudio ad alta voce rompendo il silenzio della notte. Aprì la lattina e la portò alla bocca. Prima che la potesse avvicinare alle labbra, sentì di nuovo quel dolore all’avambraccio e un sibilo si insinuò nella sua testa:
− Come ti sssenti? –
Un brivido lungo la schiena. C’è qualcuno in casa? Claudio appoggiò la lattina al tavolo della cucina e si guardò attorno.
− C’è qualcuno? – esclamò avvicinandosi piano piano al cassetto dove teneva i coltelli. Eppure ho chiuso la porta e tutte le finestre sono sigillate, l’ho fatto io di persona come ogni sera… Aprì il cassetto e prese uno dei coltelli con cui la moglie tagliava il salame. Aveva una lama robusta e un manico verde acido, le scelte di Clara erano sempre bizzarre: seguiva la moda anche per gli utensili da cucina.
− C’è qualcunoooo? – sibilò di nuovo quella voce facendogli eco. A Claudio sembrava che provenisse direttamente dal suo cervello, gli rimbombava nei condotti uditivi, era spaventosa.
− Chi è? – esclamò Claudio brandendo il coltello come fosse una spada, si sentiva spaventato, ma nello stesso tempo ridicolo. E’ uno scherzo, deve essere uno scherzo… Aveva paura di udire una risposta, una qualunque risposta. Avrebbe preferito avere delle allucinazioni, sarebbe stato meglio che dover fronteggiare l’intrusione di uno sconosciuto in casa.
− Sssono io – disse la voce. Di nuovo quella morsa all’avambraccio. Di nuovo quel dolore, quella sensazione che qualcosa strisciasse sotto la sua pelle. Claudio guardò in direzione del dolore e gli sembrò che il serpente tatuato sul suo avambraccio si stesse muovendo.
− Sssono io… – ripetè la voce e questa volta, Claudio vide che il sibilo proveniva proprio dalla bocca del serpente, che si stava muovendo sulla sua pelle, si stava avviluppando sempre più stretto e i suoi occhi brillavano come i fari abbaglianti di un’auto. Lo stavano fissando.
− Non è vero! – disse Claudio ad alta voce. Sudava. Ho le allucinazioni pensò Claudio guardando il suo tatuaggio prendere vita sull’avambraccio. Non è possibile…
− Invece sssono qui – sibilò il serpente – è tutto vero –
Claudio strinse a pugno la mano, i tendini si contrassero e il serpente si mosse. Non è vero..
− E’ dieci anni che ti ho sul mio braccio, perchè mi stai parlando solo ora? – domandò Claudio alzando la voce. Tremava. Andò verso la lattina di birra e bevve una sorsata. Sto impazzendo… Delle gocce uscirono dai bordi della bocca e sgocciolarono fino a terra.
− Sssh – sibilò il serpente – zitto, non vorrai che la tua mogliettina ti sssenta –
− Io… – balbettò Claudio stringendo in mano la lattina – non credo che tu sia reale… è un incubo, è di sicuro un incubo –
− Sssono vero – rispose prontamente il serpente – e ssse parlo sssolo ora è perchè sssolo ora ho qualcosa da dire… mi ssspiego? –
− E cosa vuoi dirmi? – domandò Claudio appoggiando con forza la lattina sul tavolo. E’ un incubo! Sto vivendo un incubo!
− Io ssso perché non dormi la notte –
− Cosa vuoi dire? – ora Claudio era davvero curioso, voleva sentire le parole del serpente tatuato, voleva capire che diavolo stava succedendo.
− Ssso quello che hai fatto –
− Io non ho fatto nulla! – il cuore di Claudio cominciò a battere all’impazzata. Di cosa sta parlando? A cosa si sta riferendo? Si sta riferendo…a quello?
− Ssso di quello che è sssuccessso a Ssara – Il serpente si strinse sempre di più intorno all’avambraccio. Faceva male.
− Ahia! – gridò Claudio – Mi fai male! Smettila! –
Il serpente continuò a stringere. Claudio sentì un formicolio sulla punta delle dita della mano. Stringeva troppo forte.
− Io vivo sul tuo braccio, lo sssai? – disse il serpente mollando la presa – Vivo attorcigliato sul braccio di un asssasssino –
− Smettila! – esclamò Claudio. Tachicardia. Gli occhi di Sara che lo fissavano. Il sangue che usciva dalla ferita sulla sua testa. Ricordi che non riusciva a dimenticare. La notte rivedeva tutto. Per questo non riusciva a dormire – io non sono un assassino! –
− Sssara non la pensssa cosssì – rispose il serpente, la sua voce si fece sempre più flebile.
− Io non ho ucciso nessuno! – gridò Claudio. La porta della cucina si aprì di scatto. Era Clara, in camicia da notte, con gli occhi socchiusi e il viso spaventato.
− Amore, che fai? Perchè gridi? – gli domandò la moglie andandogli incontro.
− Stavo per rovesciare la birra – mentì Claudio prontamente. La mano tremava. Buttò lo sguardo sul suo tatuaggio e sembrava tutto tornato come prima. Il serpente era un disegno piatto e gli occhi rossi erano due palline innocue che avrebbero fatto paura solo ad un bambino. Va tutto bene…
− Va bene – borbottò Clara – torno a letto, dovresti venirci anche tu –
Claudio annuì. Tremava ancora. Tornò a letto dopo aver finito la birra, sconvolto da quanto era accaduto. Per due giorni non successe nulla, poi una mattina, mentre si stava facendo la barba, sentì di nuovo quella morsa all’avambraccio e il suo cuore gli finì in gola, come se si trovasse su un ottovolante impazzito.
− Sssara era una brava ragazza – sibilò la voce.
Claudio perse il controllo e si ferì col rasoio. Lo specchio del bagno rifletteva la sua paura, i suoi occhi persi nel vuoto, le sue rughe d’espressione profonde e le sue mani che tremavano. Un paio di gocce di sangue caddero sull’avambraccio. Il serpente si mosse, aprì la bocca e il sangue sparì. Claudio sbiancò.
− Che cosa vuoi? – gridò. Era solo in casa, la moglie era già al lavoro e la radio trasmetteva un programma di comici. Risate preregistrate facevano da sfondo alla scena grottesca che Claudio stava vivendo. Non può essere vero. Non può essere vero. Non può essere vero… si ripeteva.
− Voglio sssolo ricordarti che Sssara aveva ventitré anni e assspettava tuo figlio –
Gli occhi di Sara. Ecco cosa gli sembrò di vedere a Claudio nello specchio. Sara arrabbiata. Sara che gli grida che vuole dirlo a sua moglie. Sara che lo ricatta. Sara che piange.
− Mi ricattava – piagnucolò Claudio.
− E tu l’hai ammazzzata… – quelle zeta sibilate penetrarono il suo cervello come mille spilli. Ammazzzata…
− Io non l’ho ammazzata! – si difese Claudio – Non ho ucciso nessuno! –
− Sssara ti amava e tu le avevi mentito circa tua moglie – disse il serpente volgendo gli occhi rossi verso quelli increduli di Claudio – le hai detto che eravate divorzzziati, o sssbaglio? – mille spilli nelle orecchie.
Claudio non rispose e appoggiò le mani al lavabo di ceramica. Nello specchio era riflesso il viso, con ancora la schiuma da barba bianca, come un babbo natale improvvisato. Era così rassicurante la sua figura. Claudio si vedeva così nello specchio, un uomo buono che aveva sbagliato, come fanno molti. Non ho diritto di sbagliare?
− Non sono un assassino… – balbettò Claudio scoppiando a piangere. Le lacrime si mischiarono alla schiuma da barba e alle gocce di sangue che uscivano dal taglietto sulla guancia. Era una maschera pietosa.
− Io ho visssto tutto – continuò il serpente – io ho visssto quello che hai fatto –
− Lei è caduta! –
− Perchè tu l’hai ssspinta –
− Ma non volevo che morisse –
− Lo volevi eccome, io vivo sssulla tua pelle, io sssento le tue vene pulsssare sotto di me, io sssento i tuoi pensssieri, percipisssco il tuo odio, da me non puoi ssscappare –
Claudio aprì l’acqua del rubinetto e mise la testa sotto il gettito. Era l’unico modo per non sentire.
…da me non puoi ssscappare…
Quando chiuse l’acqua e alzò lo sguardo verso lo specchio, Claudio non sentì più quella voce. C’erano le risate dei comici e il suo respiro affannato, come se avesse corso per salvarsi la vita. Il serpente s’era messo a tacere. Era immobile sul suo braccio.
− Il programma è finito signori – disse il comico alla radio e Claudio pensò che si stesse rivolgendo proprio a lui.
Merda, mi sono bevuto il cervello, pensò mentre si asciugava faccia e capelli nell’asciugamano profumato di buono. Chiuse gli occhi e vide lo sguardo di Sara. Era mostruoso, deformato, cattivo.
…da me non puoi ssscappare… era la voce che gli rimbombava nella testa, perchè anche quando il tatuaggio stava zitto, Claudio sapeva che lo stava fissando, stava curando le sue mosse. Lo stava giudicando. Ogni qualvolta cenava con sua moglie, ogni volta che andava al lavoro, ogni volta che concludeva un buon affare, il serpente era suo testimone. Era una sensazione angosciante. Claudio non riusciva più a pensare in modo normale. Pensava sempre a Sara, a ciò che era successo quella sera. Avrebbe voluto tornare indietro e non averla mai conosciuta. Sì, lui l’aveva ingannata, le aveva detto che era divorziato, l’aveva illusa, ma poi lei era rimasta incinta e si era messa a ricattarlo. Avrebbe perso la fiducia di sua moglie, avrebbe perso il suo posto di prestigio nell’azienda del suocero. Avrebbe perso tutto.
− Non volevo ucciderla – singhiozzò Claudio una sera, mentre era seduto alla sua scrivania, sommerso da documenti sui quali doveva lavorare. In casa regnava il silenzio. La moglie era a giocare a bridge da un’amica e lui si era portato il lavoro a casa. Pizza nei cartoni, caffè e una relazione da finire, ma ogni suo pensiero convogliava su Sara. Era il senso di colpa che lo aveva fatto gridare.
− Sssh, anche i muri hanno le orecchie – disse il serpente avvinghiato al suo avambraccio. Claudio aveva parlato ad alta voce apposta, ne aveva abbastanza, era giunto il momento di combattere contro i suoi demoni che avevano preso la forma del suo tatuaggio.
− Dimmi cosa vuoi da me – gli disse Claudio con voce ferma.
− Voglio che vai alla polizzzia e ti costituisssci –
− Ma per cosa? Non hanno neanche trovato il corpo! Pensano che sia scappata –
− Io ssso che non è cosssì – il serpente lo guardò dritto negli occhi – tu sssai che non è cosssì –
− E’ stato un incidente –
− Tu devi pagare per ciò che hai fatto a Sssara –
− E’ stato un incidente – ripeté Claudio – io l’ho spinta e lei ha perso l’equilibrio, è caduta per terra e ha picchiato la testa contro una roccia –
− Io ssso tutto, io vivo sssul tuo braccio da dieci anni, ricordi? –
Claudio si portò la mano alle tempie. Era partito bene, era partito sicuro di sé, ma ora quella voce gli si stava insinuando nei meandri più bui della sua mente.
− Non volevo che succedesse – ripeté Claudio al serpente, ma in realtà lo stava ripetendo a sé stesso.
− Perchè hai ssscelto le rive di un lago per incontarla? –
− Perché non volevo essere visto –
− O perché volevi sssimulare un incidente? –
…o perchè volevi sssimulare un incidente?
IL cuore di Claudio cominciò a battere all’impazzata.
− Non sono un assassino! – disse a voce alta guardandosi intorno come se avesse paura che qualcuno avesse posizionato delle telecamere. Claudio era sicuro che l’avrebbe fatta franca. Niente corpo, niente reato.
− Sssei un asssasssino – rispose il serpente.
Sssei un asssassino quella voce rimbombava nella sua testa. Asssasssino…
Asssasssino…
Asssasssino…
Mille spilli nelle orecchie. Claudio si alzò in piedi. La sedia cadde provocando un tonfo che non riuscì a coprire la parola Asssasssino che quel serpente continuava a ripetere. Non si capiva più neanche quello che stava dicendo. Si sentivano solo un lungo sibilo, una litania maledetta senza senso, come quando da bambino ripeti una parola che ti fa paura fino allo stremo per toglierle ogni significato.
− Sara voleva rovinarmi la vita, è stata legittima difesa, l’ho spinta via da me e lei è caduta, non l’ho ammazzata – parole confuse uscivano dalla sua bocca, mentre barcollava verso la cucina.
− Sssara aveva ventitre anni ed era incinta di tuo figlio – continuò il serpente – e tu hai buttato il suo corpo nel lago –
Claudio entrò in cucina. Doveva fare qualcosa. Doveva farlo smettere. Metterlo a tacere una volta per tutte.
− Hai ucciso anche tuo figlio, lo sssai, vero? –
− Basta! – gridò Claudio e cominciò a graffiarsi le braccia, ma il serpente continuava a parlare, a sibilare come suo solito.
− Io ssso quello che hai fatto a Sssara, l’ho visto coi miei occhi e ho sssentito l’odio ssscorrere nelle tue vene, nesssuno può sssalvarti – Claudio aprì il cassetto delle posate e prese un coltello. La sua mano tremava.
− Ssso quello che vuoi farmi, ssstupido Claudio… non ssservirà a nulla –
− Ti ammazzo!- gridò Claudio e con la lama incise la testa del serpente. Sentì un dolore forte, ma sopportabile. Il calore del sangue. Chiuse gli occhi. Vide davanti a se lo sguardo di Sara, piangeva. “Perchè mi hai mentito?” singhiozzava la ragazza, ma era solo un’allucinazione. Una morsa allo stomaco. Manca il respiro. Claudio aprì gli occhi, li sbarrò e vide il sangue a flotti, uscire dal taglio che si era procurato, ma gli occhi del serpente lo guardavano fissi e più vividi del solito.
− Cosssa pensssi di fare, asssassssino? – domandò il serpente, ricoperto di sangue vivo che zampillava come da una fontana in festa. Il dolore stava diventando più acuto – tu i problemi li risssolvi sempre così? Asssasssino? –
− Stai zitto! – gridò Claudio affannato – zitto! –
Fu in quel momento che pensò che forse non c’era nessun serpente parlante. Forse era solo il senso di colpa.
− Io ssso cosssa hai fatto a Sssara e te lo ripeterò ogni giorno della tua vita fino a che non andrai a cossstituirti –
− Io non sono colpevole! – si difese Claudio tamponando la ferita con dello scottex.
− Tu sssei colpevole e io te lo ripeterò ogni giorno della tua vita, fino al tuo ultimo respiro –
Claudio ebbe un giramento di testa e cadde a terra. Dolore ai ginocchi. Il sangue formò una pozza rossa per terra. Claudio si rialzò. Tu sssei un asssasssino, io vivo sul braccio di un asssasssino…
− Io ho difeso la mia famiglia –
− Tu hai difessso te ssstessso e basssta –
Queste parole lo trafissero, sentì di nuovo il dolore della lama. Tu hai difessso te ssstessso e basssta…
Era la verità. Nuda. Cruda. La verità e basta.
Claudio corse fuori in giardino dalla porta sul retro. Gli mancava il respiro.
Tu hai difesssso te sssstessso e bassssta… Claudio aveva lasciato una scia di sangue dietro di sé. La voce continuava a rimbombare nella sua testa, si insinuava nelle sue orecchie stanche. Voleva farla cessare. Neanche il taglio aveva funzionato. Neanche quello. Ormai aveva chiaro quale sarebbe stata la sua unica via d’ uscita. Sapeva che quella sarebbe stata l’unica soluzione.
− Vuoi liberarti di meee? Ssstai attento però… –
− Zitto! Cazzo! Zitto! –
− Io vivrò per sssempre sssul tuo braccio – ripeteva la voce – per sssempre, capissssci? Non puoi liberarti di me… –
Claudio era stremato. Continuava a sanguinare. Fra poco sarà tutto finito. Fra poco sarà tutto finito.
La luna piena illuminava il ceppo sul quale rompeva era solito rompere la legna per il camino. Una grossa ascia era incastrata nel legno. Claudio si trascinò verso il ceppo. Non pensò al tetano. Non pensò al dolore. Non pensò a nulla. Pensò ai soldati che si amputano gli arti in cancrena. Pensò che era giunto il momento di pagare per ciò che aveva fatto a modo suo. Di rimuovere la sua cancrena.
− Non pensssare di sssfuggire a ciò che hai fatto – disse il serpente con gli occhi rossi e la lingua biforcuta. Avvertì l’umido di quella lingua ed ebbe un brivido. Con due mani tolse l’ascia dal ceppo. Era pesante e massiccia.
− Non la passsserai lissscia –
Un taglio netto e via.
− Io sssarò sssempre nei tuoi incubi –
Claudio si sfilò la cintura di dosso. Fece il rumore di una frusta mentre usciva dai passanti, poi si fece coraggio e si inginocchiò. Mise il braccio sul ceppo e strinse la cintura intorno al braccio, appena sopra il gomito. Strinse forte, con violenza. Doveva fermare la circolazione del sangue. In realtà stava delirando, non sapeva nenche lui cosa stava facendo. Era quella voce. Quella voce doveva smettere di parlargli, smettere di ricordargli che cosa aveva fatto. Dopodichè impugnò l’ascia con la destra. Era dura da maneggiare con un solo braccio, ma era un uomo forte e sapeva come fare. Cuore a mille. Un taglio netto e via. Claudio sollevò l’ascia e la scagliò sul suo braccio. Un colpo secco. Nessun dolore. Per un attimo. Poi un dolore così forte che non si può descrivere, irradiato in tutto il corpo. Gli mancò il respiro. Poi gridò fortissimo. C’era sangue ovunque che zampillava e il suo arto mozzato era a terra tra l’erba del giardino. Il suo giardino perfetto della sua vita perfetta. Doveva cauterizzare la ferita, ma non ne aveva le forze. Doveva arrestare il flusso del sangue oppure sarebbe morto dissanguato in pochissimo tempo. Cinque litri. Solo cinque fottuti litri in quel metro e novanta di uomo. Solo cinque litri. Poi sarebbe morto. Urlava e il sangue zampillava. Oddio che ho fatto? Aveva il viso coperto di sangue e lacrime, ma il serpente non parlava più, se ne stava zitto, avvinchiato sul braccio inerme in mezzo al prato. Non era niente di più che inchiostro sulla pelle. Pelle morta. Non ho più un braccio…Che cosa ho fatto?
I suoi pensieri furono interrotti dal suono di una voce familiare.
− Amore, ma cosa fai lì seduto per terra, ma cosa…. – sua moglie aveva appena chiuso il cancelletto alle sue spalle. Era elegante e bellissima, ma il viso era turbato – tesoro…? – attraversò il prato col suo tacco 12 di Guess e man mano che si avvicinava a lui, cambiava espressione. I tacchi sprofondavano nella terra.
− Amore io… – balbettò Claudio con il moncherino che zampillava sangue. Era solo l’adrenalina a tenerlo in vita. Solo quella.
La donna si coprì la bocca con le mani. Pensò che fosse stato aggredito da qualche ladro e accelerò il passo, terrorizzata.
− Che succede? Claudio? – domandò inginocchiandosi. Stava sporcando di sangue il suo vestitino di seta Pucci.
− Amore… – Claudio non sapeva che dirle. Aveva solo bisogno di aiuto per non morire dissanguato.
− Che diavolo?… – Clara era sotto choc e scoppiò a piangere.
− Chiama qualcuno, un’ambulanza! – la implorò Claudio.
Clara si alzò in piedi confusa. Nel silenzio della notte si sentivano solo i suoi singhiozzi, poi una voce, anzi, un sibilo:
− Tuo marito è un asssasssino –
− Cosa? – balbettò Clara.
Lei non sapeva da dove proveniva quella voce.
− Tuo marito ha uccisssso Sssara –
− Ma chi è che sta parlando? – domandò Clara guardandosi attorno.
− Nessuno tesoro! Chiama i soccorsi! – disse Claudio tra le lacrime.
− Sssara, la sssegretaria di tuo marito, l’amante di tuo marito, la ragazzzza scomparsssa – continuò la voce del serpente – il sssuo corpo è in fondo al lago –
− Cosa? – Clara vide il serpente tatuato che si muoveva sul braccio staccato, pareva vivo – Claudio che sta succedendo? Di cosa sta parlando?-
Claudio capì cosa doveva fare, prese l’ascia e si alzò. Barcollava, era completamente ricoperto di sangue. Era impazzito e la follia gli stava dando l’energia per compiere l’ultimo atto di quella sua vita fatta di successi calcolati.
− Sssei un asssassssino – sibilò il serpente.
− Sì, lo sono – disse Claudio avanzando verso la moglie trisciando l’ascia sul prato.
− Claudio… – balbettò lei indietreggiando. Affondò sempre di più con un tacco, nell’erba. Poi perse l’equilibrio e cadde a terra, di schiena. Claudio era bianchissimo in volto e delle occhiaia profondissime gli contornavano gli occhi. Era irriconoscibile tutto ricoperto di sangue, con lo sguardo annebbiato, folle.
− Claudio, cosa fai? – balbettò Clara immobilizzata dalla paura. Lui stava avanzando verso di lei, con un’ascia in mano, l’amore della sua vita, l’uomo al quale aveva dato tutto, voleva ucciderla.
− Scusami amore, ma devo farlo, capisci? – disse Claudio guardandola negli occhi e sollevando l’arma verso di lei.
Ora tutti staranno zitti. Tutti zitti. Claudio vuole un po’ di silenzio, pensava lui, mentre affondava l’ascia nel petto della moglie. Poi il mondo si fece buio.

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