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Il fulmine

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La mano dell’uomo rimaneva mollemente avvinghiata al bicchiere, mezzo vuoto o mezzo pieno per la sesta volta. Il mento era appoggiato sul braccio che lentamente scivolava sulla superficie di legno del tavolo.

La mano dell’uomo rimaneva mollemente avvinghiata al bicchiere, mezzo vuoto o mezzo pieno per la sesta volta. Il mento era appoggiato sul braccio che lentamente scivolava sulla superficie di legno del tavolo. Gli occhi dell’uomo fissavano la bottiglia di vino rosso che svettava come un totem al centro del tavolo. Fuori le gocce di pioggia scandivano il tempo battendo sul vetro della finestra. Lo scroscio dell’acqua che usciva irruente dal rubinetto riempiva la cucina, inframmezzato dallo strofinio delle mani della moglie e dal clangore di coccio su coccio quando un piatto pulito veniva impilato sugli altri. A intervalli imprevedibili, un barbaglio nel rettangolo della finestra preannunciava il boato che avrebbe fatto tremare gli infissi.
L’uomo bevve il vino con un unico lungo sorso, inclinando leggermente la testa all’indietro, il calice portato in alto. Poi abbandonò le braccia lungo il tavolo, il bicchiere ancora tra le dita. I suoi occhi ritornarono a fissare la bottiglia. La moglie sciacquava e puliva. Gli urti tra stoviglie aumentavano gradualmente la violenza, il rumore copriva il flusso dell’acqua e il ticchettio della pioggia. L’uomo versò altro vino, adagiando lo sguardo sul contenuto rosso del bicchiere.
“Non ti sembra di avere bevuto abbastanza per oggi?”
La donna non si era neppure voltata, continuando a scrostare una pentola.
Gli occhi spenti del marito si posarono sulle sue spalle, ma solo per un attimo; esitarono brevemente su un segno rosso sul collo prima di ritornare alla tavola. Bevve l’intero contenuto del bicchiere, mandando la testa sempre più indietro, il pomo d’Adamo sobbalzava ad ogni sorsata.
“Potresti almeno darmi una mano, una volta ogni tanto”
Rimaneva voltata verso il lavabo e le stoviglie. Stavolta però le corde vocali le si erano come aggrovigliate nel parlare, facendole pronunciare il finale della frase con una voce stridula. Tirò su con il naso. L’uomo riempì di nuovo il bicchiere, storcendo lievemente la bocca per il disappunto che stesse finendo. Le gocce bussavano alla finestra e un tuono arrivò da lontano. L’uomo sospirò.
Un piatto fu impilato con particolare violenza e si incrinò.
“Tutte le sere così, con te”
La moglie si voltò, cercando di tamponare con l’indice le lacrime che le restavano appese alle ciglia per non cadere giù.
“Oggi sei stata da lui.”
Silenzio. Il volto della donna si tese e perse colore. Il marito svuotò in calice con calma.
“Cosa stai dicendo?”
“Che oggi sei stata da lui.”
“Lui chi?”
L’uomo espirò pesantemente l’aria dal naso, come uno sbuffo, come un monito.
La donna si portò una mano al collo, tastandosi un rossore della pelle. L’uomo fissava il fondo del bicchiere. Silenzio. Il rubinetto continuava a gettare acqua e fuori la pioggia insisteva. Ad un certo punto le lacrime non ce la fecero più a tenersi aggrappate e le scorsero lungo le guance.
“Tu non hai idea di che vuol dire…” Singhiozzò, mentre l’uomo corrugava le sopracciglia e sembrava assorto nello studiare le gocce residue sul fondo del calice.
“Quanto tempo è che non mi regali dei fiori? Che non mi fai un complimento? Non ti accorgi nemmeno quando cambio pettinatura”
Gli occhi del marito indagavano il fondo del bicchiere.
“E guardami quando ti parlo!” Strillò lei, battendo i pugni chiusi sul tavolo. Fece oscillare la bottiglia. La voce le si ruppe nel pianto.
“Non permetterti” sibilò il maritò. Adesso il suo sguardo era feroce e infuriato ed era rivolto alla donna, alle sue labbra.
Non permetterti di darmi la colpa. Non permetterti di alzare la voce. Non permetterti di battere i pugni davanti a me. Non permetterti di rovesciare il poco vino rimasto.
Ma uscì fuori solo: “Non permetterti”.
Pensò alla moglie che si stringeva ad un altro uomo. Alle espressioni che poteva fare mentre qualcun altro la possedeva. Alle labbra baciate da uno sconosciuto.
Lei piangeva.
“Sapevi che ti tradivo e sembrava che nemmeno te ne importasse!” gridò sobbalzando tra i singhiozzi. Sputò le parole dritte in faccia al marito, con rabbia, ma anche con vergogna.
La reazione fu repentina.
L’uomo si alzò e la colpì con uno schiaffo. I suoi occhi erano collerici, arroventati. Quelli della moglie si spalancarono per la sorpresa. Per un attimo smise persino di piangere, rimanendo impietrita. Lui le fu addosso e le si fece sopra. Fissava quelle labbra che avevano tradito, che si erano schiuse ad altri uomini. Alzò la mano destra racchiusa in un pugno.
La luce di un lampo invase la cucina, distraendolo per un istante. Il pensiero del marito si rivolse al fulmine, alla sua sua stranezza, elettricità che zampilla da terra e si inerpica fino al cielo, facendosi largo di prepotenza. Esattamente così avveniva, intanto, nel suo ipotalamo, da cui partì un impulso elettrico che risalì le connessioni sinaptiche, diramandosi tra le vie neuronali, sfrecciando nel lobo temporale fino a schiantarsi nell’ippocampo. Da lì, un ricordo cominciò a premere dietro le pupille, pulsando dentro gli occhi. Un’immagine sfuggita alla sequenza cronologica, trasportata da un segnale elettrico più veloce degli altri.
La sua mano bambina appoggiata sulle spalle ricurve del padre, chinato sul tavolo.
Poi, arrivò il resto del ricordo, tutto insieme.
La memoria filtrava le sensazioni, facendogli credere che all’epoca avesse avuto un presagio, entrando nel negozio di famiglia insolitamente chiuso quel pomeriggio della sua infanzia. Aveva camminato fino al retrobottega pensando di essere solo. Ma avvicinandosi alla porta socchiusa notò due figure: sua madre, di spalle, con la gonna tirata fin sopra l’ombelico, e dietro il dottore, con i pantaloni abbassati e il sudore che gli appiccicava addosso la camicia; entrambi in piedi, sua madre con le mani appoggiate ad uno scaffale, che gemeva e lanciava acuti e sospiri agli affondi del dottore, il dottore che oscillava i fianchi e infilava il naso tra i capelli neri della donna e qualche volta gli scappavano grugniti rochi. L’uomo era rimasto lì, impietrito, immobile. Poi lentamente, stando attento a non fare alcun rumore, camminò all’indietro, con gesti rigidi, uscendo dal negozio senza farsi scoprire. Riprese a respirare, senza sapere esattamente quando avesse interrotto. Quindi, iniziò a correre. Corse, con il cuore che pompava come un matto per tenere in circolo tutto quell’ossigeno, eppure il fiato sembrava non bastare mai. Correva senza una meta, correva il più lontano possibile da ciò che aveva visto, finché non si ritrovò davanti la porta di casa. Una volta dentro, ricordò suo padre, seduto presso il tavolo della cucina, con le spalle curve di rassegnazione, lo sguardo verso il basso. La sua mano di bambino che si posava su quella spalla sfiduciata. Il padre sapeva. Sapeva, e sopportava. Con lo sguardo fisso sul tavolo.
Il pugno si abbassò con ferocia. La rabbia si abbatté sul labbro superiore della moglie. Schizzi di sangue raggiunsero il marito, insieme al tuono.

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