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La forza del pensiero (ricostruzione minuto per minuto di un incredibile omicidio)

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Pensate, immaginate, fantasticate ogni volta che vi va, ma mi raccomando: sempre senza esagerare.

Ore 19.00: L’uomo, uno scrittore, mentre è in macchina che torna a casa, vede casualmente sua moglie in un bar con un altro. Sono seduti ad un tavolo fuori, e si baciano sulla bocca.

Ore 19.00 e 15 secondi: L’uomo è preso da un rabbioso desiderio di vendetta. Pensa d’istinto di accostare l’auto, andare lì e ucciderli davanti agli occhi degli altri clienti. Tagliare la gola a entrambi, con un coltello magari, se solo l’avesse a portata di mano.

Ore 19.00 e 20 secondi: L’uomo scaccia dalla testa quel pensiero, prendendo coscienza che non farebbe mai, mai, una cosa del genere. Quindi, seppur con immane sforzo, non si ferma e continua dritto, imponendo a se stesso di affrontare la questione nel modo più civile possibile quando anche lei rincaserà.

Ore 19.30: L’uomo entra in casa. E’ ancora furioso, e si rende conto che il desiderio di ucciderli non è sparito per niente. Anzi, è aumentato. Ha la netta sensazione che potrebbe rientrare in macchina, tonare lì e farlo davvero, e questo lo spaventa. Vuole smorzarla quell’orribile voglia, buttarla fuori subito, liberarsene ad ogni costo, trovarle immediatamente una via di sfogo che non faccia male a nessuno. E da scrittore qual è, conosce solo un modo per riuscirci, per provare almeno: scriverla.

Ore 19.35: L’uomo va nello studio, siede alla scrivania e accende il computer. Chiude gli occhi. Rivede la scena. La rabbia gli monta devastante alla testa. Chiude le mani. Stringe i pugni. Il respiro si fa affannato. La voglia di ucciderli, di tagliargli la gola, più incalzante. Stringe i pugni ancora di più. Immagina in che modo potrebbe procurarsi un coltello. Fa viaggiare la fantasia. Pensa, pensa, fino a quando si ricorda di un supermercato su quella stessa via poco distante. Riapre gli occhi. Riapre i pugni. Inizia a scrivere di getto.

Ore 19.38: L’uomo rilegge quello che ha scritto. Il respiro intanto rallenta. La rabbia lentamente svanisce. Ha funzionato. Il desiderio di uccidere non l’avverte più. Ora, a salirgli dentro, è solo dolore. Poggia la fronte sulla scrivania. Inizia a piangere.

Ore 19.43: L’uomo alza la testa di scatto e si asciuga gli occhi. Hanno bussato alla porta. – E’ tornata – sussurra – ma…per quale motivo bussa e non apre? – si chiede subito dopo. Una fitta allo stomaco gli spezza il fiato. Si alza. Le gambe gli tremano.

Ore 19.43 e quindici secondi: L’uomo apre la porta. Ci sono due poliziotti davanti a lui. Gli puntano le pistole contro. Hanno gli sguardi tesissimi. Dietro di loro, una figura alta e in borghese, il commissario. Quest’ultimo, gelido e disgustato, gli dice che è in arresto per l’omicidio di sua moglie e dell’uomo che stava con lei, omicidio che ha commesso verso le 19.00 in un bar di una certa zona, sgozzando le vittime con un grosso coltello da cucina rinvenuto sul luogo e davanti a molti testimoni. A quel punto i due poliziotti, rapidi, gli si avventano contro e lo spingono verso una parete. Uno dei due l’ammanetta. L’altro, e il commissario, iniziano a perlustrare la casa.

Ore 19.45: Il commissario e l’agente stanno davanti allo schermo del computer dello studio. Leggono: Circa un’ora fa, verso le 19.00, ho ucciso mia moglie e il suo amante. Ero in macchina che stavo tornando a casa, quando li ho sorpresi seduti ad un tavolino di un bar che si baciavano. La rabbia mi ha spento la mente, offuscato gli occhi. Ho parcheggiato la macchina, e senza farmi vedere sono andato a piedi in un supermercato poco distante e ho acquistato un grosso coltello da cucina. Poi sono uscito e li ho raggiunti. Lei sì è subito alzata in piedi e ha provato a dirmi qualcosa, ma non gliene ho dato il tempo. Con una rapidità e un furore che hanno sorpreso anche me, ho tirato fuori il coltello dalla tasca del giubbotto e ho passato la lama sulla sua gola. Poi, gridandogli in faccia che ero il marito, ho fatto lo stesso con lui, che probabilmente non si è reso neanche conto di ciò che stava accadendo. Una volta finito, ho guardato uno ad uno gli sguardi raggelati delle persone intorno. Nessuno ha parlato. Nessuno ha mosso un dito. Nessuno ha cercato di bloccarmi. Ho lasciato cadere il coltello a terra, sono risalito in macchina e sono tornato a casa.

Ore 19.45 e venti secondi: Il commissario e l’agente si guardano. Sospirano. Poi escono da lì.

Ore 19.55: Gli agenti cercano di far entrare l’uomo dentro la volante. L’uomo si divincola, mentre grida al commissario, che sta salendo su un’altra auto, che lui non ha fatto niente, che lui non c’entra niente, che lui quell’omicidio l’ha solo scritto, solo pensato.

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