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La fine del mondo

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Suoniamo il campanello e la persona che ci apre è un fantasma. Dovrebbe essere mio zio ma sembra uno spettro. La sua figura si staglia su uno sfondo buio, non c’è luce all’interno dell’appartamento, e buia appare anche tutta la sua figura e l’espressione.

Suoniamo il campanello e la persona che ci apre è un fantasma. Dovrebbe essere mio zio ma sembra uno spettro. La sua figura si staglia su uno sfondo buio, non c’è luce all’interno dell’appartamento, e buia appare anche tutta la sua figura e l’espressione.
Noto subito che ha le occhiaie, è spettinato, più magro del solito. Certamente non è lo zio che conosco. Entriamo e mio padre, stupito quanto me di trovarlo così, gli chiede:
«Che hai fatto, Vince’?»
«Niente, niente», risponde lui, quasi brusco. Poi mi vede e il suo sguardo si illumina, ma solo di poco, non abbozza nemmeno un sorriso.
«Lorenzo, ci sei anche tu, sono così contento di vederti», dice, ma le sue parole stridono alquanto con l’espressione triste stampata sul suo volto, e quell’aria tetra non lo abbandona un istante. Tenta un abbraccio goffo, le esternazioni di affetto non sono mai state il suo forte, ma stavolta è anche peggio del solito.
Percorriamo l’ingresso. C’è aria viziata, e nonostante sia mattina avanzata la casa è ancora al buio. Le serrande sono abbassate, percepisco una strana tensione nell’aria. Siamo a dir poco perplessi, ma facciamo finta di niente, rispettiamo la sua privacy. Non faccio domande, del resto siamo lì per sistemargli il nuovo televisore che gli hanno comperato i colleghi come regalo per la pensione.
Entriamo in camera sua, chiedendogli se possiamo aprire le finestre per far entrare un po’ di aria e luce, visto che abbiamo il nostro da fare. Mentre tiriamo su le serrande, zio accende quella che sicuramente non è la prima sigaretta della giornata. Fuma e passeggia nervosamente, rigirandosi intorno come un leone in gabbia. Non è mai stato un animo sereno, frizzante e leggero, ma questo è decisamente troppo, anche per lui.
Papà comincia a scollegare il vecchio modello, quello con il decoder esterno, dalla rete elettrica e dall’antenna, poi collega il nuovo, un bell’esemplare piatto con tanti pollici in più. Intanto cerca di spiegare a mio zio che la nuova tv non avrà bisogno di alcun addizionale marchingegno per la decodifica dei canali digitali, ma senza successo. Illustrare queste cose a mio zio costituisce una causa persa. Se lo andaste a trovare la domenica mattina, immancabilmente sentireste la radio accesa, una delle sue passioni. Se la porta dietro in qualunque stanza vada, anche in bagno. La ascolta anche di notte, mentre legge fumando come un dannato fino alle ore piccole.
Non stamattina. Stamattina la radio tace. Anzi, non l’ho nemmeno vista in giro. Decisamente strano. Gliene domando il motivo, cercando di trovare un tono di voce frivolo, nonostante la tensione palpabile.
«Niente radio stamattina, zio?»
Lui mi guarda scuro in volto, non prova nemmeno a sorridere. «Ne avevo abbastanza di cattive notizie, ragazzo mio. Ne avevo proprio abbastanza.»
Mio zio vive da solo, non ha famiglia. Ora che è in pensione gli rimangono la radio, i musei, l’arte e i suoi libri. Quelli potrà leggerseli anche durante il giorno e andare nei musei in qualunque momento della settimana. Ma se pure ha già intravisto da solo i vantaggi della sua nuova condizione, di certo non sembra trarne alcun giovamento. Ormai è chiaro che non è il pensionamento ad aver provocato quel lugubre stato d’animo.
Traffichiamo con le due televisioni. Poggiamo il vecchio apparecchio nell’unico spazio della scrivania non occupato da pile di libri, e così, svincolato da ulteriore coinvolgimento manuale, lascio a mio padre il compito di fare i collegamenti e mi avvicino alla finestra, per guardare il cielo limpidissimo di una bella giornata primaverile. Ogni volta che sono lì mi piace spaziare con lo sguardo oltre i tetti delle case di fronte, guardare la strada che si perde in incroci e altre viuzze sempre più strette.
Zio invece è irrequieto e passeggia nervosamente avanti e indietro per la stanza fumando una sigaretta dopo l’altra. Nazionali senza filtro, non so se mi spiego.
Visto che papà è assorto nelle sue operazioni col televisore, ne approfitto e mi avvicino a mio zio, chiedendogli a bassa voce e in modo confidenziale:
«Zio, che hai? Sei strano, non ti ho mai visto così. E’ successo qualcosa?»
Confido nel fatto che con me parli, anche perché sono quello della famiglia con cui si è sempre aperto di più. Lui mi guarda per qualche secondo pensieroso, quindi sospira.
«Viviamo in un tempo preso a prestito, figliolo. Ce ne andiamo in giro sgambettando baldanzosi su questa terra di cui ci sentiamo orgogliosamente padroni, ma la verità è che ne siamo solo i miseri affittuari, nonostante i nostri tronfi deliri di grandezza.»
Scuoto la testa, non capisco. «Che vuoi dire?»
«Che il tempo fugge, caro Lorenzo, le lancette corrono sempre veloci anche se a te sembra il contrario, e ad un certo punto…zac!» fa schioccare le dita. «Tempo scaduto. Anche se non te l’aspetti, anche se credi che non sia giusto. Ad un certo punto la musica tace, le luci si spengono, la notte cala nel deserto e fine della corsa. Scendi dalla giostra perché il tuo tempo è scaduto, quello che è detto è detto, e quello che è fatto è fatto.»
«Cavolo, zio…» commento incredulo. Ma cosa può aver dato origine a quei pensieri così cupi?
«Facciamo del nostro meglio, ragazzo mio, tutto il meglio che possiamo, prima che la fine del mondo arrivi…»
«Che? La fine del mondo?»
Ma lui non risponde e mi fissa scuro in volto. Tira un’ultima boccata e spegne la sigaretta nel posacenere già colmo.
«Ma niente, è solo una cosa che ho sentito alla radio. Spero solo…sì, spero solo che si sbaglino», conclude.
Improvvisamente apre la finestra lunga ed esce sul balcone. Lo vedo mentre scruta e scruta in lontananza, talvolta alzandosi in punta di piedi. Proprio in corrispondenza del nostro portone ma sull’altro marciapiede, una via stretta divide i palazzi di fronte fino a sbucare su un’altra strada di percorrenza principale, affiancata da una ferrovia, e ancora più in là un antico acquedotto romano corre parallelo ad essa fra case vecchie e basse, facendosi via via sempre più indistinto.
Mio zio scruta ancora un attimo, poi rientra con aria preoccupata, quindi esce di nuovo, riguarda e poi rientra. Finalmente papà termina la sua parte ed io passo ad occuparmi della sintonizzazione dei canali. Zio accende un’altra sigaretta, papà lo imita, e nessuno dei due pensa minimamente di uscire sul balcone per fumare, costringendomi ad eseguire il mio lavoro in apnea.
Termino di sintonizzare e mostro soddisfatto il risultato a mio zio. Ma, come mi aspettavo, lui osserva senza realmente vedere, ha ancora la fronte corrugata, l’espressione buia, se gli avessi mostrato la televisione spenta sarebbe stata la stessa cosa. Nonostante questo comincio a spiegargli le operazioni necessarie per la memorizzazioni dei canali, ma dopo due o tre frasi vedo che proprio non mi segue, non gli interessa in alcun modo, perciò rinuncio.
Mio padre se ne accorge e sfregandosi le mani dice in tono quasi allegro: «Bene, tutto a posto allora? Direi che possiamo andare.»
E’ evidente che non ha sentito una sola parola della conversazione che io e mio zio abbiamo avuto poco prima.
Lui ci ignora ed esce ancora una volta sul balcone. Rimane lì, stavolta, scrutando in lontananza. Io e mio padre ci scambiamo un’occhiata, quindi usciamo anche noi.
Fuori si sta bene però, la luce ora sembra quella di un tardo pomeriggio d’estate, il cielo è di un bell’azzurro morbido, striato da bianche nuvole sottili. L’atmosfera è tranquilla, serena, tira un piacevole venticello. Per qualche ragione restiamo tutti fermi lì, sul balcone, a guardarci intorno senza parlare. Sembra che papà non abbia più tutta questa fretta di andarsene. Mi predispongo allora a passare lì ancora un po’ di tempo, mi rilasso e appoggio le mani sul parapetto metallico.
E lo sento vibrare. Una volta. Due. Tre. Ogni volta l’ampiezza delle oscillazioni risulta più prolungata e convulsa delle precedenti.
Ma che diavolo…penso.
Nello stesso tempo mio zio annuisce nervosamente, gli occhi ridotti a due fessure: «Lo sapevo, lo sapevo!» esclama, sbattendo nervosamente un piede per terra. «L’avevano detto, ma io pensavo che si trattasse delle farneticazioni del solito pazzo!»
Mi volto a guardare sia lui che mio padre. «L’avevano detto cosa, zio? Chi aveva detto cosa?»
«La fine del mondo, ragazzo mio. Sta arrivando la fine del mondo»
Prima che possa ribattere qualcosa, la vibrazione si trasforma in un rombo, pare arrivare da tutte le parti, è intorno a noi, sempre più forte. Mio padre e mio zio fissano con occhi sbarrati l’orizzonte. Sembrano ipnotizzati, ma anche affascinati.
Mi volto individuando il punto che guardano loro, e lo vedo. Purtroppo lo vedo. Mi scappa una risata che sembra un singhiozzo stridulo. Oh mio Dio…oh Signore…
Il fronte d’onda è enorme, gigantesco, è esteso da una parte all’altra dell’orizzonte. Il muro d’acqua che avanza è di dimensioni ciclopiche, sarà alto almeno sessanta metri, fatte le proporzioni con l’altezza dei palazzi di fronte. La massa d’acqua che forma l’onda è profondamente arcuata e sale su per decine e decine di metri, risucchiata dal basso fino a raggiungere la sommità, dove esplode in un’apoteosi di bolle d’aria formanti una cresta di schiuma a troneggiare vittoriosamente sul tutto.
Il risucchio dell’acqua e l’avanzamento del fronte d’onda producono un boato continuo, costante, immane, ed è impossibile pensare anche solo per un attimo che non sia reale.
Date le dimensioni non riesco a calcolare a che distanza sia, so solo che ha già inghiottito l’acquedotto romano e la ferrovia, e sta per fagocitare i palazzi di fronte al nostro.
E rimaniamo lì, attoniti. E’ solo questione di tempo, poco, pochissimo.
Tutto quello che siamo stati, tutto quello che abbiamo fatto, è già svanito. Tutto ciò che amavamo e dava significato alla nostra vita non c’è più, già da adesso.
Sento risuonare dentro di me le strane parole di mio zio: ad un certo punto la musica tace, le luci si spengono, la notte cala nel deserto e fine della corsa. Scendi dalla giostra perché il tuo tempo è scaduto, quello che è detto è detto, e quello che è fatto è fatto.
Così, mentre la gigantesca parete d’acqua è a pochi metri da noi, penso che è proprio questo che succede, allora, anche se non te l’aspetti, anche se credi che non sia giusto.
Ad un certo punto, semplicemente, la fine del mondo arriva.

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