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Paul Gascoigne: l’esecrabile flatulenza del figlio d’Albione

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© Neil Munns/PA Wire.
29 novembre 1992. Viaggio nella testa di Paul “Gazza” Gascoigne, tra guai fisici e fantasmi mentali, alla ricerca del suo primo gol in Italia.

Il mio primo derby in Italia. La mia nuova maglia con i colori del cielo. I miei tifosi mi accolgono con un enorme stendardo in cui è raffigurata una pinta di birra, “It’s ready for you Gazza” c’è scritto sotto. Forse sanno che ne ho sempre una nascosta nel mio borsone. I tifosi avversari mi accolgono con un’enorme stendardo con disegnato me stesso su una sedia a rotelle. Ma il mio ginocchio è ormai guarito.

Ho giocato poche partite in Italia e non ho ancora segnato. Fischio d’inizio. Tocco il mio primo pallone. Sbaglio il passaggio. Tocco il secondo pallone, sbaglio il secondo passaggio. Fuck off. I miei piedi sembrano in crisi d’astinenza. Non ho bevuto molto prima della partita, ho un ottimo rapporto con l’alcol. Mi sento come in quei provini fatti da bambino con Ipswich, Middlesbrough, Southampton. Quei provini dove i miei piedi non rispondevano. A fine provino l’allenatore di turno, chiamava i cognomi degli idonei e Gascoigne non veniva chiamato.

Continua la partita, i miei piedi sembrano sempre più in crisi d’astinenza. Il capitano degli avversari segna. I miei tifosi ammutoliscono. Lo stendardo con la pinta di birra viene ammainato. Il loro capitano si toglie la maglia e vola verso lo stendardo della sedia a rotelle. Vorrei correre verso i miei tifosi, prendermi quell’enorme pinta di birra disegnata, scolarmela tutta d’un fiato. Quindi vorrei emettere un rutto di quelli che faceva mio padre in faccia a me e mia madre, così come ho fatto io qualche giorno fa al microfono di quel giornalista. L’esecrabile flatulenza del figlio d’Albione, così hanno commentato il mio rutto.

Ma devo continuare a giocare. I miei passaggi sono sbilenchi come la mia camminata dopo 10 litri di birra. La voglio, voglio una birra. It’s ready for you Gazza. Guardo la panchina, una riserva si scalda, gioca nel mio stesso ruolo. Oddio il mister mi vuole cambiare. Mi guarda. Di solito ha sempre un sorriso per me, oggi no. Finisce il primo tempo. Perdiamo uno a zero. Arrivo negli spogliatoi, mi siedo sulla panca con la schiena appoggiata al mio borsone. In un momento di calca infilo la mano dietro. Scovo la lattina di birra. Me la infilo tra le chiappe. La copro con la maglietta e vado in bagno. Me la scolo tutta d’un fiato, proprio come faceva mio padre a colazione. Getto la lattina nel cestino e la ricopro con mezzo rotolo di carta igienica. Esco dal bagno, il mister si avvicina alla mia bocca, mi fissa. Trattengo il respiro. Ora dice che mi caccia, lo so, lo so. Invece si limita ad uno sguardo da padre , lo stesso che mi fece quando mi disse di sbrigarmi per il pranzo ed io mi presentai completamente nudo al ristorante. Non mi sostituisce.

Inizia il secondo tempo. Mi sento galvanizzato dalla birra. Tocco il primo pallone, sbaglio. Tocco il secondo pallone, lo perdo. I tifosi avversari mi cantano ubriacone con l’orecchino. In Inghilterra gli avversari erano più affettuosi con me. Mi chiamavamo “Porky”, mi tiravano i Mars, io li raccoglievo, li scartavo, e me li mangiavo in campo. Ai miei piedi non basta una birra. Voglio un’altra birra. Mancano venti minuti. Ora mi sostituisce. Guardo la panchina, la mia riserva si è rimessa a sedere. Non mi cambia. Prendo il pallone, salto un avversario, salto il secondo, i miei piedi sembrano usciti dalla sbronza. Bum. Gli scarpini di una maglia rossa si stampano sul mio ginocchio ricostruito. Stramazzo al suolo. Urlo più dalla paura che dal dolore. Il gelo del ghiaccio spray inonda il mio ginocchio. A fatica mi rialzo, il mio ginocchio è addormentato, ma si muove. Riprendo a correre. Lo stendardo di me stesso su una sedia a rotelle è ancora alzato. Fuck off. Fuck off. Fuck off. Perché ho fatto quel fallo a Gary Charles? Perché? Era la mia ultima partita col Tottenham. Di solito chi fa un fallo fa male all’avversario, io ho sfracellato il mio ginocchio. Perché? Perché non abbassano quello stendardo? Voglio un’altra birra. Quanto manca? Dodici minuti. “Fuck!”. Urlo a un mio compagno che non mi ha passato la palla per l’ennesima volta, forse perché in settimana gli ho cagato nei calzettoni da gioco. Quanto manca? Quattro minuti. Voglio un’altra birra. I miei piedi ne hanno bisogno. Guardo il mister. Mi fissa con quello sguardo da padre. Come da bambino quando feci il provino con il Newcastle, e quel vecchio mister mi fissò e pronunciò il mio nome: Gascoigne.

Punizione. Cross in area. Attiro quel pallone come da bambino, quando lo portavo nel mio letto per vincere la paura del buio. Arriva verso di me. Lo colpisco di testa. Vai fuck, vai fuck, vai fuck! E la rete si gonfia. Piango e corro verso l’enorme birra nuovamente raffigurata tra i miei tifosi. It’s ready for you Gazza. Voglio scolarmela tutta d’un fiato. Voglio ruttare in faccia ai miei avversari fino al prossimo derby.

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