Conversazione con lo scrittore Paolo Di Paolo

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In occasione dell’evento ‘Libri al centro’ il direttore editoriale della rassegna che si svolge a Cinecittà Due, Roberto Ippolito, incontra il giovanissimo scrittore Paolo Di Paolo per una conversazione sul suo ultimo libro, Piccola storia di un corpo.

In occasione dell’evento ‘Libri al centro’ il direttore editoriale della rassegna che si svolge a Cinecittà Due, Roberto Ippolito, incontra il giovanissimo scrittore Paolo Di Paolo per una conversazione sul suo ultimo libro, Piccola storia di un corpo. Laureato in Lettere all’Università degli Studi di Roma I “La Sapienza”, Paolo ha esordito nel 2004 con i racconti Nuovi cieli, Nuove carte. Nel 2011 è uscito Dove eravate tutti (vincitore del Premio Mondello); nel 2013 vince il Premio Salerno Libro d’Europa e il Premio Fiesole e arriva terzo al Premio Strega (edizione 2013) con Mandami tanta vita.
Piccola storia di un corpo è un viaggio avventuroso nell’immagine del corpo tra arte e letteratura. Ovvero come la letteratura e l’arte hanno visto il corpo tra l’Ottocento e il Novecento fino ai giorni nostri. Paolo Di Paolo descrive come il corpo è stato visto nella sua essenza, nella sua interezza, ma anche, e questa è la cosa più curiosa, pezzo per pezzo. Come è stato visto, come è stato esaltato, umiliato, respinto e osservato. Fonte di desiderio, di attesa, compagno indivisibile, non possiamo farne a meno, ma anche spesso imprevedibile nemico.

La conversazione tra Roberto Ippolito, Paolo Di Paolo e il pubblico prende avvio da un tema del libro che ha fortemente colpito Roberto, quello dell’apparizione dello specchio e della capacità dell’uomo di riconoscersi. Così Paolo Di Paolo prende la parola e inizia a spiegare che l’essere umano, a differenza degli animali, riesce ad avere, come direbbero gli antropologi, uno sguardo distanziante, riesce a vedersi e quindi a riconoscersi. Guardarsi interi nello specchio è quasi una rivoluzione culturale e psicologica; lo stupore della donna e dell’uomo ottocenteschi, che si riflettono nudi e interi nello specchio, viene descritto da almeno due grandi romanzi, Malombra di Fogazzaro e Nanà di Emile Zolà. Nella scena di Nanà che si riflette nello specchio sentiamo che Nanà si sta riconoscendo come corpo. È come se, cosa che succede solo agli esseri umani, si sentisse il corpo come qualcosa che si vede a distanza, noi abbiamo quel corpo ma in qualche misura siamo un corpo, quindi sentiamo la distanza tra noi e la nostra immagine; questa è una costruzione prossima alla modernità, non è pensabile in altre epoche questa riflessione distanziata dal nostro stesso corpo.
Però, di altre epoche, c’è almeno uno spunto che Roberto Ippolito vorrebbe che Paolo Di Paolo approfondisse: Antonio Tabucchi
che cita Leonardo e il corpo perfetto dell’uomo vitruviano. A questo punto Paolo Di Paolo non può fare a meno di premettere che ha scelto di intraprendere questa indagine sul corpo proprio perché aveva letto un articolo di Antonio Tabucchi sul Corriere della sera, “Le civiltà parlavano con il corpo”, in cui lui provava a fare una storia condensata del corpo. L’articolo lo aveva molto affascinato. L’uomo vitruviano è l’ideale di perfezione che il rinascimento in modo ossessivo insegue. E’ vero, per esempio, che guardando il David di Michelangelo pensiamo a un corpo perfetto, però, in realtà, quel corpo di marmo bianco non coincide con l’ideale ellenistico non fosse altro per il fatto che nella lunga tradizione della scultura greca le sculture erano colorate. Quindi questo bianco in realtà è proiezione rinascimentale operata sulla tradizione ellenistica greco-romana. Leonardo ridisegna un mondo di perfezione ideale calcato su una tradizione lontana, comincia a far somigliare il corpo a quell’ideale di perfezione che cominciamo a sentire anche noi moderni. Se invece torniamo indietro di un paio di secoli ci accorgiamo che il corpo bello è il corpo grasso, abbondante.
Il Settecento invece, sottolinea Roberto, è descritto da Paolo come secolo della cipria e delle parrucche. E’ divertente infatti vedere come l’ideale di perfezione corporea cambi nel tempo. L’invenzione del trucco come abbellimento è un aspetto che ci rimanda all’immagine di re Sole; l’invenzione di un corpo esposto, truccato, imparruccato e perfino avvolto da una nuvola di profumo è qualcosa che prima del Settecento è difficile vedere con tanta chiarezza. L’immagine del corpo che abbiamo davanti è la stratificazione di tantissime immagini di corpo che a volte si contraddicono anche perché in un quadro del Settecento puoi trovare un’odalisca grassoccia come simbolo di grazia erotica, che si connette appunto a una idea medievale di abbondanza come bellezza, e poi magari nel Novecento trovi Kate Moss che diventa ideale di bellezza ma quel corpo è perfino quasi anoressico.
Ma nonostante si parli di bellezza e perfezione, fa notare Roberto Ippolito, è anche vero che nel libro si legge che l’Ottocento ha sdoganato il brutto. Infatti il brutto, come qualcosa che attrae, dentro l’Ottocento trova uno spazio vastissimo che va dalla letteratura all’arte; lo spazio del macabro, del mostruoso, del deforme, diventano zone attraenti per gli scrittori e per gli artisti. Persino nel medioevo il deforme ha un suo spazio, però sempre spostato verso il grottesco e l’ironico (si pensi a Boccaccio o a Rabelais). Invece nell’Ottocento si può parlare di un deforme serio, si pensi a un libro come Fosca di Ugo Tarchetti, è un libro che inventa l’attrazione per qualcosa che ha un aspetto macabro, un aspetto erotico nella bruttezza. L’Ottocento, così come scrive Paolo nel suo libro, oscilla tra moralismo e ossessioni. In epoca vittoriana si coprivano persino le gambe dei tavolini. Allora, si domanda Roberto Ippolito, quand’è che si scoprono le gambe dei romanzi?
Per scoprire le gambe dei romanzi bisogna aspettare il Novecento. Il primo corpo veramente esplicito lo vediamo nel romanzo di Herbert Lawrence, L’amante di Lady Chatterley. In quel romanzo, in cui il lettore di oggi non troverebbe nulla di scandaloso, c’era invece una donna, Lady Chatterley, che tradiva il marito perché si era innamorata di un uomo visto mentre si stava lavando in un cortile. L’apparizione di questo corpo è sottolineata da Lawrence così: “Ecco che cos’era ai suoi occhi, nient’altro che un corpo, la pura bellezza di un corpo”. Che una donna di un romanzo tardo ottocentesco scopra il corpo in questa dimensione puramente sessuale, puramente estetica, è una rivoluzione.
Però, ribatte Roberto, i romanzi con forte carica sensuale non è facile scriverli e spesso non sono belli.
Paolo Di Paolo spiega allora che non è facile scriverli perché un romanzo che mette in gioco l’eros può diventare un romanzo prevedibile. Una volta che il corpo l’hai spogliato non c’è più niente da scoprire. Un corpo nudo ha già detto tutto. Per questo il Novecento comincia a spezzettare il corpo. Comincia a rendere protagonisti dei racconti e delle opere d’arte le membra isolate. A questo punto Roberto ha fatto notare una peculiarità davvero interessante dell’opera, ci sono tanti capitoletti dedicati appunto a parti del corpo. L’autore fa questo gioco, prende delle parti anatomiche e prova a raccontare le suggestioni letterarie, soprattutto del Novecento, che derivano da queste parti anatomiche. Nel caso dei capelli, per esempio, sceglie una immagine violenta, tratta dal capolavoro di Primo Levi, Se questo è un uomo. La storia tragica del Novecento è indistricabile da una storia di corpi che sono corpi umiliati, violati, corpi di vittime. Il Novecento è pieno di corpi di vittime, allora quei capelli diventano un simbolo.
Infine Roberto Ippolito non può esimersi dal citare un altro interessante approccio presente nel libro, quello di vedere come il corpo è stato descritto e raccontato da alcuni grandi autori, specialmente da Dacia Maraini. Paolo Di Paolo allora dichiara: «Una delle cose che gli scrittori, specialmente gli uomini, hanno appreso dal Novecento è che le pagine delle grandi scrittrici ci hanno restituito una capacità di sentire il mondo attraverso il corpo, il tatto, l’olfatto, l’udito, attraverso tutti i sensi che gli scrittori non erano così attrezzati a fare.

Dacia Maraini dice di aver avuto cinque madri, protagoniste della letteratura italiana del Novecento, io dico che queste cinque madri sono state madri anche per me in questo, nella capacità di sentire il mondo molto più all’altezza di pelle e viscere e queste madri sono: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Anna Maria Ortese e Anna Banti. Purtroppo la critica le ha rilegate in quella categoria un po’ stupida e ottusa, da cui non riescono a uscire, della ‘letteratura al femminile’. E’ vero che la critica è stata per decenni molto misogina ma oggi bisognerebbe restituire a queste cinque madri il posto che spetta loro».

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