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Michele Campanella spiega Liszt

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Omaggio a Liszt, Michele Campanella ©Musacchio & Ianniello
Il pianista Michele Campanella, internazionalmente considerato uno dei maggiori virtuosi e interpreti lisztiani, ha incontrato, lo scorso novembre, gli studenti...

Michele Campanella, napoletano, formatosi alla scuola pianistica del maestro Vincenzo Vitale, è tra i massimi pianisti italiani contemporanei e uno dei maggiori virtuosi e interpreti del compositore ungherese Franz Liszt. L’entusiasmo per il musicista magiaro approda nel 2011 alla stesura di un libro “Il mio Liszt. Considerazioni di un interprete”. «Liszt – sostiene Campanella – fu un virtuoso di forte personalità ma tra i più malintesi della storia». E’ per questo che è possibile parlare di un ‘caso Liszt’; infatti, sul piano critico il musicista è un autore ancora incompreso. Non c’è dubbio, Liszt è il più grande virtuoso di pianoforte, ma su di lui pesa un forte pregiudizio. Pare che la sua musica sia ritenuta dai più “commerciale”. Si continua a pensare a Liszt come all’autore delle celebri Rapsodie ungheresi e per questo non paragonabile ai mostri sacri del Romanticismo, quali Chopin, Schumann e molti altri. Ma è vero che, da virtuoso che si esibiva come una “rockstar”, Liszt è diventato poi un musicista estremamente serio. Purtroppo, però, siamo rimasti ancorati alla prima parte della sua vita. Eppure non è possibile trascendere la sperimentazione di cui Liszt si è reso protagonista. Così, per spiegare l’innovazione del linguaggio musicale di cui il musicista si fece precursore, Campanella chiede aiuto a George Steiner e alla definizione che lo scrittore e saggista francese offre delle operazioni di traduzione, trascrizione, parafrasi e infine metafrasi. «Metafrasi, il processo di trasferimento di un autore parola per parola, riga per riga, da una lingua a un’altra. […] Parafrasi, traduzione libera, dove l’autore è tenuto di vista dal traduttore, in modo da non andare mai perduto, ma le sue parole non sono tanto rigidamente seguite quanto il suo senso, e anche questo può essere ampliato, ma non alterato». (G. Steiner, Dopo Babele, Milano, Garzanti, 2004). Nel caso della produzione lisztiana possiamo distinguere tra pezzi originali, composti su temi propri e pezzi composti su temi di altri compositori, quindi trascrizioni e parafrasi. «Liszt – dice Campanella – non componeva solo su temi propri ma pescava dal vasto repertorio europeo, i cui più grandi protagonisti furono Verdi e Wagner». Nel caso del Miserere, tratto dal Trovatore verdiano, Liszt trascrive il brano di Verdi e lo porta sul pianoforte. E’ vero, nel finale del pezzo Liszt inventa. L’ultima parte del brano non è quindi verdiana ma Liszt è talmente bravo a entrare nel compositore che sta riproducendo che ci sembra comunque essere una composizione di Verdi. Liszt parafrasa e trascrive, insomma interpreta.

Ferruccio Busoni, compositore e pianista italiano, pensando all’artista dichiara: «Ogni notazione è già trascrizione di un’idea astratta […], da questa prima alla seconda trascrizione il passo è relativamente breve […], anche l’esecuzione di un lavoro è una trascrizione». (F. Busoni, Scritti e pensieri, Milano, Ricordi, 1954). Il passaggio dal pensiero al foglio è già trascrizione. Se oggi assistiamo a una graduale ‘Liszt Renaissance’, che ha portato alla scoperta del tardo periodo compositivo del musicista, non dobbiamo certo dimenticare le prime grandi opere del magiaro. Michele Campanella sostiene: «Liszt va conosciuto nella sua interezza, senza fermarci alla superficie di tanta sua musica, spesso ingannatrice e sensibilmente danneggiata da mediocri esecuzioni».

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