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L’ultima fuga del detenuto Z

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Quel giorno, chiuso nella cella del decimo carcere di massima sicurezza dove l’avevano spedito dopo ben nove evasioni, il detenuto Z. arrivò alla conclusione che per non farsi più prendere doveva, invece che dal penitenziario vero e proprio, fuggire da un altro tipo di prigione.

Quel giorno, chiuso nella cella del decimo carcere di massima sicurezza dove l’avevano spedito dopo ben nove evasioni, il detenuto Z. arrivò alla conclusione che per non farsi più prendere doveva, invece che dal penitenziario vero e proprio, fuggire da un altro tipo di prigione. La prigione per eccellenza, quella, per davvero, più inattaccabile e inviolabile di ogni altra: se stesso. Ci mise anni per mettere a punto la fuga, e questa volta non si trattava di studiare a fondo planimetrie, sistemi di sorveglianza, materiali delle pareti e il numero e le abitudini delle guardie penitenziarie. No. Questa volta era tutta una questione di concentrazione, volontà e tanta, viva immaginazione. Insomma, una questione, di gran lunga, molto più difficile.
Z., come ho già detto, si esercitò per anni, con pazienza e determinazione, ogni minuto di ogni giorno, di ogni notte, seduto sulla sua brandina, nel silenzio profondo della sua sudicia cella, fino a quando, una notte gelida di gennaio, si rese conto di essere davvero pronto. Si stese sulla brandina e chiuse gli occhi. Allenato com’era, iniziò subito a percepire sul viso la sabbia delle spiagge bianche e paradisiache di Waikiki, il luogo nel quale aveva consumato la sua ultima latitanza; iniziò immediatamente a sentire il calore del sole sul corpo, tanto da iniziare a sudare; le orecchie gli si riempirono in un secondo delle grida dei surfisti sulle onde del Pacifico e della meravigliosa movida nei locali notturni, Ginza Club, The Play Bar, Upstairs Waikiki; la bocca e la gola gli si bagnarono all’istante di Pina Colada, Ginger Margarita, Mai Tai, percepiva nettamente il bicchiere ghiacciato nella mano; ed ecco ora che la sua pelle si infiammava sotto i divini tocchi di labbra e mani delle ragazze del posto conosciute e amate in quei mesi di libertà, quei nomi così strani e belli, la romantica Ionakana, la sensuale Anuenue, la trasgressiva Launi, sentiva le loro calde voci chiamare il suo nome, e ripeterlo desiderose, ancora, ancora, ancora. Fu lì che Z. capì che era arrivato il momento giusto, e non fece niente di particolare. Respirò soltanto profondamente, si rilassò del tutto, serrò ancora un po’ di più gli occhi, e uscì.
Quando il mattino dopo la guardia penitenziaria arrivò davanti alla sua cella e l’aprì, Z. guardava furioso il cielo plumbeo oltre le sbarre della sua finestrella. L’agente gli disse di uscire per l’ora d’aria, ma lui neanche si voltò, neanche lo sentì, intento com’era a digrignare tra i denti:
– Il figlio di puttana c’è riuscito, il figlio di puttana c’è riuscito…

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