Condividi su facebook
Condividi su twitter

Martelive, ovvero il mondo che vorrei

di

Data

È successo martedì sera. Dopo la lezione di Scuola di scrittura, monto in bici e nella notte vado a Martelive al Planet. Resto lì fino alle tre, o almeno mi dicono che a casa sono rientrato alle tre e mezza.

Il titolo sembra un po’ quello di una canzone di Jovanotti o di Elisa, ma insomma andiamo avanti.

È successo martedì sera. Dopo la lezione di Scuola di scrittura, monto in bici e nella notte vado a Martelive al Planet. Resto lì fino alle tre, o almeno mi dicono che a casa sono rientrato alle tre e mezza. Sarà che arrivo in uno stato di personale benessere e curiosità, sarà che indovino la serata giusta, il fatto è che passo delle ore splendide, interessanti e avvincenti: tre concerti, una bellissima lettura di poesie di Pasolini, un piccolo palco con gruppetti per ballare, teatro, una grossa sala dove degli artisti realizzavano seduta stante delle pitture e altre istallazioni, tanta gente che andava e veniva, entrava e usciva, molto divertito movimento all’interno e all’esterno del locale. Anche l’arrivo mi aveva deliziato, le sagome così tipiche e urbane del gazometro contro lo sfondo di un cielo limpido ma nerissimo, e alla base un muro di recinzione di cui praticamente ogni centimetro era coperto da murales.

Mi sono portato da bere, ovvio. Ogni tanto mi nascondo nel bagno per un lungo sorso. Non mi va di spendere soldi per le consumazioni al bar. Tutto bene, quindi, e a questo punto cerco di spiegarmi il perché: al di là della serata, in cui mi sento terribilmente (selvaggiamente? nel senso dell’animale nel suo habitat) a mio agio, cos’è che ha contribuito a creare questa atmosfera? Di certo quel che sto leggendo, che mi fa stare bene e diffonde la sua aura anche alle ore non dedicate alla lettura: il diario di Cheever diventa una specie di vademecum, con il suo ripetuto appello a “un grado più profondo di consapevolezza” e con quella sua disarmante sincerità che ho provato a mettere anche io su carta con il diario di Nizza. Ecco: anche questo lavoro di riflessione su me stesso cui ho proceduto scrivendo il diario, e poi i racconti che sono sgorgati a cavallo della fine dell’anno, e così via tra nuovi e vecchi affetti e vecchie e nuove idee.

Bevo e finisco ubriaco la serata, ma nella testa, che via via si va spegnendo, si forma e rimane salda la convinzione che nulla, comunque e in nessun modo, nulla di male potrà uscire da una serata così bella, una serata di amore per gli altri e per l’arte.

Sensazione che si protrae anche il mattino successivo, quando sballottato mi alzo per andare a lavorare. Distrattamente, noto che lo zainetto con il quale sono tornato non è il mio. Dalle nebbie mi torna in mente quello che conteneva il mio zainetto ieri: il libro di Cheever, le solite pinze e attrezzi per la bici, e poi il netbook e la pennetta con i miei testi. Quindi … quindi oggettivamente il fatto è grave, il fatto di aver perso lo zainetto, lasciato chissà dove, forse al locale, con dentro tutto quello che ho scritto e non backuppato finora, saranno … saranno una ventina di pagine … chissà che noia mettersi a riscriverle, lavoro di dieci quindici ore … ma non riesco a preoccuparmi veramente: continuo a essere serenamente convinto che niente di male possa sortire dai bagliori, dai suoni armonici, dalle pennellate e dai sorrisi di stanotte.

Solo verso le undici penso che forse è il caso di darsi da fare per recuperare lo zainetto, senza attendere il miracolo. Chiamo il locale, ma mi dicono che stanno ultimando le pulizie ma non hanno trovato niente. Lavoro tranquillo, senza farmi turbare dai soliti ordini senza senso e situazioni grottesche, semmai ne sorrido con il collega (che è diventato anche personaggio di un racconto). Do un’occhiata a facebook, noto che nel corso della notte ho stretto amicizia con una certa Eleonora, anche se non ho la minima idea di chi sia. Trovo un messaggio, appunto della nuova amica: “ciao Alessio, scusa se ti disturbo. Per caso ieri sera hai preso uno zaino per sbaglio confondendolo con il tuo? Mi faresti sapere non appena possibile … siamo disperati, grazie”;  rispondo: “sì è andata così mi scuso è chiuso e custodito a casa mia. Ma il mio di zaino che fine può aver fatto? Sto chiamando Planet, altrettanto disperato; chiamami 347…”; lei risponde subito: “il tuo zaino lo abbiamo noi”. Ecco, così le tessere del mosaico vanno a posto, miracolosamente, da sole. L’eccesso e il difetto si compensano, la perdita è riparata, il guasto sistemato.

Eleonora mi chiama, concordiamo lo scambio degli oggetti. Io mi lancio in scuse, lei mi dice che aveva capito che avevo bevuto perché nell’aprire lo zaino alla ricerca di mie tracce ha trovato una bottiglia di whiskey, e io, anziché condannarmi come succede ogni volta, penso a quanto il contenuto dello zaino mi rappresenti: la lettura, la scrittura, la bicicletta, l’alcol, la musica. C’è anche il cd degli Swans che mi è arrivato per posta ieri mattina. Nello scambio di messaggi con Eleonora, riesco addirittura a trovare la serenità per suggerirle l’ascolto.

L’appuntamento è davanti a Coin alle 18.30, faccio in tempo a tornare a casa, cambiarmi – come se dovessi andare a un incontro galante – e rimontare in bicicletta. Volevo comprare delle pastarelle per farmi perdonare ma non so dove metterle in bici, quindi mi avvio sotto una pioggia leggerissima, come vapore spruzzato, quell’umidità che esalta la sensazione di sospensione, di città fatata (unreal?)

I due, Eleonora e il suo compagno, arrivano in macchina – addirittura hanno il riguardo di mandato un messaggio per comunicarmi cinque minuti di ritardo! -, parcheggiano e mi individuano per lo zainetto che tengo bene in vista. I ragazzi sono cordialissimi, si accendono una sigaretta, si parla di tutto meno che del mio “peccato”, del mio errore dettato dalla sbornia. Si parla del concerto, della loro attività di organizzatori di Martelive, della serata di ieri; mi chiedono come abbia fatto a prendere lo zainetto che si trovava nei camerini, al che io con una sincerità che deve sembrar loro disarmante dico: “eh, vallo a sapere”; sorridono, mi ripetono di non preoccuparmi, mi ringraziano dell’omaggio che alla fine sono riuscito a comprare – una piantina con delle roselline, scelte forse per creare un ironico collegamento con la marca del whisky.

Ci salutiamo cordialmente e durante i rispettivi tragitti a casa continuiamo a scambiarci messaggi scherzando sull’accaduto.

Pedalo nella pioggia leggera, gli occhiali si riempiono di goccioline, mi sento leggero e sereno, ma la mia leggerezza non è superficialità, è quella più “profonda comprensione” agognata; è il sogno di un mondo nel quale gli eventi negativi succedono ma si riparano, nel quale le persone non prevaricano e non si divorano, non approfittano di una posizione di vantaggio per infierire, bensì cercano di risolvere i problemi con la collaborazione, la tolleranza e con una qualità ormai smarrita, la cordialità. Un mondo nel quale gli errori commessi possono essere dimenticati, superati, perché per la maggior parte di essi basta un sorriso, un battito di ciglia e il fumo di una sigaretta per farli volatilizzare.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'