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Non scrivevo mai per conto mio, e neppure leggevo

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Com’è che a un certo punto ci viene a tutti voglia di scrivere? E perchè dovremmo inseguire questa ossessione a tutti i costi e seguire corsi di una scuola di scrittura creativa?

Quando ero piccola non sapevo neppure cosa fosse una storia. Non ho mai avuto voglia di scriverne una.

Facevo i temi di scuola. Poi basta.

Quelle che mi venivano meglio erano le pagine di diario. La lezione che preferivo: cos’è un diario, com’è fatto un diario, scrivete un pezzo di diario.

Ci facevano leggere la prima pagina di Anna Frank, del suo tredicesimo compleanno. Domenica 14 giugno 1942, l’incipit.

Mi piaceva proprio l’idea di un pezzo di foglio per dire i fatti propri a Nessuno pensando che ci fosse.

Ma non scrivevo mai per conto mio. E neppure leggevo.

A otto anni, a Natale, mia zia mi regalò ‘Piccole donne crescono’ di Luisa May Alcott. C’erano tanti nomi difficili da ricordare in quel libro, solo a guardarlo mi veniva mal di testa. Era grosso. Non l’ho mai letto. L’ho sempre considerato un fascinoso sopramobile. Mi entusiasmava l’idea di possedere quella specie di bibbia pseudoromantica per bambine. Mi faceva sentire grande.

‘Volevo i pantaloni’ di Lara Cardella, è stato il mio vero debutto con la lettura a piacere. Due anni dopo il fallito tentativo con la Alcott.

Era bello il titolo, l’esigua mole, il disegno di copertina, la storia. Lo lessi presto, senza turbamenti. Avuto in prestito da un’amica.

Poi fu la volta del Verga. Studiavo stralci dei suoi romanzi più noti alle medie. Era lo scrittore dei minatori, dei poveri, dei derelitti. Anche se non ce lo avevano presentato così. Ci dicevano: ‘fa parte della corrente verista, usa un linguaggio semplice’, eccetera eccetera. Con ‘Rosso malpelo’ ho quasi pianto.

A quattordici anni scrissi alcune pagine di diario, per smettere subitissimo. Mi stancava quell’appuntamento quotidiano. Non era un piacere. Diventava un castigo. Le cose da dire finivano presto.

Così lasciai perdere. Libri e penne. Per una lunga pausa di riflessione.

All’università solo due titoli a piacere, infilati tra una serie di esami e l’altra. Più nulla.

Troppe ansie, troppi doveri, troppe cose da sbrigare per completare presto gli studi, per essere diligente.

Più tardi, quando ho finito con gli obblighi, mi sono fermata. Ho iniziato a pensare.

Cominciai a leggere assiduamente romanzi. Avevo quasi venticinque anni. E fu una specie di secchiata d’acqua gelida sulla faccia.

Avevo vissuto fino ad allora in una nuvola bianca, di nebbia fitta, col vetro intorno che isolava i rumori. Già, perché la vita senza storie è una vita senza rumori. Una stanza stretta. Un deserto, muto.

Leggendo ho cominciato a vedere. E a scegliere. Per quanto possibile.

Mi iscrissi ad una scuola di teatro. Presi a collaborare con una libraia.

Mi misi a scrivere.

Brevi recensioni, articoli per giornali locali, mini piece teatrali, racconti. Immaturi  esperimenti per i quali aprivo gli occhi al mattino.

Poi fuggii all’estero per un anno. Isolandomi dal mondo che avevo scoperto.

Di ritorno ho incontrato ‘Omero’, la scuola di Enrico e Paolo. Per un caso, per un click. Con loro ho scritto la mia prima cosa compiuta.

Perché scrivo?

Perché così capisco che sono viva.

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