Morte imminente di una mattonella in dolce attesa

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Sì, avete capito bene. Sono una mattonella in gravidanza e la mia vita, e quella del mio bambino, stanno per terminare. Tra poco arriveranno dei muratori a rifare la pavimentazione del bagno, e si da il caso che io stia proprio qui, nel bagno.

Sì, avete capito bene. Sono una mattonella in gravidanza e la mia vita, e quella del mio bambino, stanno per terminare. Tra poco arriveranno dei muratori a rifare la pavimentazione del bagno, e si da il caso che io stia proprio qui, nel bagno. Sarò breve quindi, e cercherò di raccontarvi in poche parole come stanno le cose. Sono una delle piastrelle tra la vasca e il water, azzurrina, di porcellana e di forma quadrata, 25×25. La casa è un monolocale di un palazzo di recente costruzione, e il proprietario è un belloccio quarantenne single che si chiama C..
Ecco, lui è il padre della creatura che da quasi due mesi porto dentro.
E’ una cosa incredibile da credere me ne rendo conto, ma è così, e posso dirvi esattamente come e quando è accaduto. Era un pomeriggio di Giugno, e C. stava in camera da letto a darci dentro con una delle sue conquiste. La perfomance è durata una ventina di minuti, poi lui s’è alzato ed è venuto tutto nudo in bagno a fare pipì. Lì è successo. Una gocciolina di sperma (l’ho vista chiaramente) dalla punta del pene gli è caduta giù ed è atterrata su di me. Ora, la porcellana è un materiale che non assorbe niente, lo so, ma io quella gocciolina, per qualche strano scherzo della fisica, l’ho assorbita eccome. Ed è stato anche molto bello. Ancora me li ricordo tutti i brividi di calore che ho provato quando lentamente mi è penetrata dentro. Comunque, dopo neanche una settimana ho iniziato ad avvertire i primi malesseri. Un po’ di nausea, debolezze varie, e poi, inevitabilmente, ecco che ho iniziato a incurvarmi. Prima in modo impercettibile, e via via sempre di più, fino a quando, qualche giorno dopo il primo mese, sono arrivati i suoi primi calcetti. Il mio bambino, ricordo di aver sussurrato d’istinto, commossa, per poi mettermi subito a fantasticare su che aspetto potesse avere, sulle varie combinazioni. Sarebbe stata una piccola mattonella con braccine e gambine umane? O un meraviglioso, microscopico bambino, o bambina, con la pelle tutta azzurrina e di porcellana? Avrebbe somigliato più a me o al padre? E quando sarebbe arrivato il momento, in quante parti mi sarei spaccata per farlo uscire? Due, tre, quattro, cinque. E sarei morta? Sì naturalmente, fu la risposta che mi diedi, ma non mi misi paura, anzi, l’idea di quel destino, l’idea di sacrificarmi per dare alla luce una nuova vita, mi fece sentire orgogliosa di me stessa, e mi immerse in una gioia indescrivibile, che nella mia piatta esistenza mai avevo provato. Poi però, quello stesso giorno, qualche ora più tardi, lui, suo padre, C., entrò nel bagno e si accorse finalmente della mia rotondità. E da quel momento, tutto divenne tragedia.
– E questo rigonfiamento che cazzo è! – gridò mettendomi un piede sopra e spingendo con la suola.
Oh, quanto avrei voluto in quell’istante avere voce. Voce per parlargli. Voce per dirgli che non ero gonfia per un difetto della pavimentazione ma perché dentro di me stava crescendo qualcosa anche di suo. Voce per dirgli di smetterla di gridare. Voce per dirgli di smetterla di spingermi sopra che mi stava facendo male e voce per fermarlo, mentre andava al telefono, e rabbioso componeva il numero della ditta che aveva fatto i lavori.
A fare il sopralluogo i muratori, due, vennero qualche giorno dopo. Anche loro, neanche a dirlo, iniziarono a spingermi sopra, e dopo qualche minuto dissero a C. che il pavimento, ovviamente sotto garanzia, andava rifatto: quindi togliere le mattonelle che c’erano, spianare bene la superficie sotto, ripulirla di collanti e calce e poi rimetterne di nuove. Il terrore che provai dopo aver udito quelle parole, me lo ricordo tutto, fu devastante. Ma ancor più devastante fu il dispiacere che provai per il mio bambino. Un dispiacere enorme, incalcolabile, che sono riuscita ad attenuare giusto un po’ solo con la consapevolezza che moriremo insieme, e che lui, forse, lo spero tanto, non si renderà conto di niente, non sentirà dolore, non avrà pau…Il citofono! Ecco, ci siamo. Avevo previsto ancora una mezz’ora ma evidentemente hanno fatto prima.
– Sesto piano – ha appena detto C.
Povero C., se solo sapesse ciò che sta facendo, che sta per uccidere suo figlio e sua madre e che tra poco qualcuno a colpi di martello li ridurrà entrambi in miseri cocci. Se solo lo sapesse C., se solo ci fosse il modo per farglielo sapere…Un momento! Un modo c’è! Sì che c’è! E sei tu lettore! Tu sì che puoi farlo! Vieni qui! Vieni qui e spiega la situazione! Come stanno le cose! Ormai la sai! Per favore! Sei la mia unica salvezza capisci? La mia, ma soprattutto quella del mio bambino! Salvaci! Questo è l’indirizzo: via Gino Nirolaf 36, interno 4 scala B.. Salvaci ti prego! Fai in fretta! Per favore! Per favore!

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