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Pieces of a genius

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Sull’onda della “Retromania” arriva la riedizione di un capolavoro della black music degli anni ’70: Pieces of a man. Cos’è questo disco, perché è importante, e chi è il suo autore, Gil Scott-Heron.

Si discute da tempo della “Retromania”, la tendenza da parte di artisti e ascoltatori a far giocare alla musica del passato un ruolo sempre più centrale in quella contemporanea. Grazie a questa moda, però, sono sempre di più i capolavori degli scorsi decenni a tornare alla ribalta e ad essere riproposti al grande pubblico.

L’etichetta americana Beat Goes Public è una creatura proprio di questa “Retromania”: il suo intero catalogo è infatti composto da riedizioni di gemme sconosciute e capolavori trascurati dell’epoca d’oro del soul e della black music. Una delle sue uscite più recenti è qualcosa che gli appassionati aspettavano da tempo: un’edizione rimasterizzata e ampliata di Pieces of a man, forse il disco più importante del musicista statunitense Gil Scott-Heron.

Chiunque apprezzi la black music (ma non solo) non può non conoscere Scott-Heron: la sua influenza è monumentale per la nascita del rap, grazie alla grande potenza e all’impegno dei suoi testi, spesso interpretati in stile “spoken word”, e cioè semplicemente recitati sulla base. Fu questo, infatti, il perno del suo primo disco “Small talk ad 125th and Lenox”, un vero sasso scagliato contro l’indifferenza del pubblico nei confronti delle questioni razziali nelle metropoli dei primi anni Settanta. Fu però il suo secondo disco a mostrare a tutti che non di sola rabbia era fatta la sua musica.

Pieces of a man viene pubblicato nel 1971 dalla Flying Dutchman, un’etichetta specializzata nel portare alla luce le voci della nuova cultura afroamericana, e nuove visioni di capisaldi come Duke Ellington e Ornette Coleman. Dopo l’iconico sipario “The revolution will not be televised”, da allora uno dei più rappresentativi inni di battaglia del black power, l’album mette in evidenza la grande sensibilità musicale di Scott-Heron che, anche grazie alla collaborazione con il pianista Brian Jackson, che sarebbe continuata per molti altri anni con grandissimi risultati, riuscì a convogliare la sua rabbia in canzoni dalle sonorità energiche, ispirate, ma soprattutto di grandissima eleganza.

Lo spirito di ricerca del soul sofisticato e del jazz di quegli anni si rispecchia limpidamente nella voce, grave ma capace di guizzi notevoli, e nei testi di Scott-Heron, che variano dalla rappresentazione della squallida vita di un tossicodipendente, quella di “Home is where the hatred is”, al tributo ai suoi maestri “Lady Day and John Coltrane”, fino all’ottimismo di “I think I’ll call it morning”, a dimostrazione che la rivoluzione è anche fatta di speranza e sorrisi.

La carriera e la vita personale di Gil Scott-Heron sono state disseminate di gloria e di disperazione, è stato ricoperto di meriti musicali e sociali, ha conosciuto il dramma del carcere; la sua musica ha sempre saputo racchiudere e far conciliare esperienze così estreme senza però mai trascurare la bellezza e la poesia.

Insieme alla polemica razziale degli anni Settanta, si spensero anche molti dei riflettori puntati su Scott-Heron, il cui percorso musicale è stato a lungo nascosta ai più, come un fiume sotterraneo. E proprio come questo, è tornato in superficie solo in prossimità della fine del suo corso. Il suo ultimo disco, I’m new here, riuscì infatti a riportare l’attenzione su uno dei musicisti più influenti della storia del rock, ma purtroppo fu anche il suo canto del cigno. Pochissime settimane dopo la sua uscita, nel maggio 2011, Gil Scott-Heron morì a 64 anni, lasciandoci a immaginarci come sarebbe stata la sua nuova musica, ora che le generazioni ispirate da lui erano finalmente disposte a pagargli il doveroso tributo.

La ripubblicazione di Pieces of a man permette la scoperta di questo artista a chi ancora non lo conosceva, e la riscoperta, per chi già lo apprezzava, delle sue migliori canzoni in una veste finalmente restaurata. A tutti, invece, permette di chiedersi se le preoccupazioni da lui espresse poco più di 40 anni fa non siano ancora le nostre, al giorno d’oggi.

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