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Assolo di tango

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Secondo piano, ascensore. Né portiere, né vicini; dentro, cocktail e amore. Appartamentino arredato da Maple: piano, stuoia e abat-jour. Mentre un telefono squilla, piange un grammofono i tanghi, quelli veri di altri tempi, e il gatto è di porcellana, così non miagolerà d’amore.

Secondo piano, ascensore. Né portiere, né vicini; dentro, cocktail e amore. Appartamentino arredato da Maple: piano, stuoia e abat-jour. Mentre un telefono squilla, piange un grammofono i tanghi, quelli veri di altri tempi, e il gatto è di porcellana, così non miagolerà d’amore.

Odore di fumo stantio. Non è sgradevole. Mi ricorda lo studio nebbioso di mio padre. Aveva un grammofono anche lì. Amava il tango. Ogni tanto lo ballava con me, per gioco.  I miei piedi nudi sulle sue belle scarpe di vernice.

Il telefono smette di squillare, mi chiedo di chi sia. Le serrande sono abbassate. Il salone è illuminato dalla luce tenue dell’abat-jour. Avanzo nella penombra e vedo due bicchieri poggiati sul piano.  Un rivolo di fumo sale da un portacenere di cristallo. Passo sul tappeto per non fare rumore.  L’appartamento dovrebbe essere vuoto da anni. Non c’è nessun contratto d’affitto tra carte che mi ha lasciato mio padre.

Sento una porta che si apre e si richiude. Ticchettio di tacchi. Vorrei andarmene, ma la porta d’ingresso è lontana. D’istinto mi accovaccio dietro al pianoforte.

Una donna entra nel salone. Vedo le sue scarpe nere sotto due caviglie sottili. Le belle gambe affusolate si avvicinano.

“A te amore, ovunque tu sia”

Un tintinnio di bicchieri.

Si allontana e di colpo il grammofono tace. Credo che mi abbia scoperto. Mi schiarisco la voce e mi alzo di scatto pensando a come giustificherò la mia presenza.

La vedo, è di spalle. Chinata sul grammofono. Nel momento in cui sto per parlare, una musica malinconica inizia a suonare. Malena canta el tango como ninguna y en cada pone su corazon.

Lei si raddrizza e assume una posizione fiera. Io mi riabbasso sotto al piano come una molla.

Le sue gambe iniziano a muoversi seguendo le note. Mi sporgo curiosa rischiando di farmi scoprire.

Ma lei non mi vede, non vede nessuno. Ha gli occhi chiusi. E balla nel suo provocante vestito rosso. Una bellezza sfiorita ma ancora attraente.

Rotea il bacino, passi all’indietro, trascina una gamba, passi di lato, gira su se stessa, disegna un otto sul pavimento di legno. Il monologo muto descrive passioni perdute.

Folate di profumo mi riportano indietro. Nella penombra il salone si trasforma in un’intima milonga. Sono incantata.  Non ho mai visto nessuno ballare il tango da solo. Ma lei non è sola. O per lo meno non lo sembra.

La canzone sta finendo. Devo uscire da qui.

Sgattaiolo fuori dal mio nascondiglio. La guardo da vicino. Gli occhi sempre chiusi, le guance rigate di lacrime.

Raggiungo la porta, la apro lentamente. Il parquet scricchiola sotto ai miei piedi.

Mi volto. Mi sta guardando con gli occhi spalancati.  Vorrei scusarmi o semplicemente chiederle chi sia. Ma non riesco a parlare.

“Sei uguale a tuo padre” mi dice affettuosa.

Mi perdo nel senso delle sue parole, nel profumo intenso, nel vestito rosso, nella musica triste.

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