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Journal d’un corps, scritto e interpretato da Daniel Pennac

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Daniel Pennac adatta e interpreta in prima persona il suo romanzo, Journal d’un corps. Una lettura scenica in cui lo scrittore, solitario sul palco, siede a un tavolo coperto d’erba.

Daniel Pennac adatta e interpreta in prima persona il suo romanzo, Journal d’un corps. Una lettura scenica in cui lo scrittore, solitario sul palco, siede a un tavolo coperto d’erba. Il titolo dell’opera racconta esattamente il contenuto del romanzo. Una sorta di diario che narra la vita del protagonista attraverso le sensazioni, le modificazioni, le scoperte, la crescita e infine il decadimento del suo corpo. La storia di questo personaggio è dunque molto semplice, è un uomo che scrive la storia del suo corpo. L’uomo comincia a redigere il diario all’età di 12 anni e due mesi per continuare fin oltre gli ottant’anni. È vero, il protagonista è un borghese riservato e discreto, però, quando si tratta di parlare del suo corpo, dice le cose come stanno. Nel libro non c’è pudore, il protagonista racconta tutto, malattie, atti sessuali, deiezioni, racconta tutto ciò che è fisico senza vergogna. È proprio attraverso il corpo che il protagonista ha la possibilità di raccontare il rapporto con la sua famiglia, con gli amici e con un’infanzia difficile (un padre uscito malridotto dalla prima guerra mondiale e una madre acida e distante). È questa infanzia complicata che spinge il protagonista a “dare corpo al corpo”, ad anelare a una perfezione fisica così come descritta nelle tavole anatomiche del dizionario Larousse. Tutto quel che accade intorno al corpo del narratore si riflette sul corpo stesso che può metabolizzare ciò che succede o altrimenti ne soffre, ne esce ferito, modificato, oppure fortificato. Non deve apparire strano il fatto che il protagonista del romanzo sia l’unico a non avere nome, non ha nome perché questo protagonista potrebbe essere chiunque. Questo diario, che parla di piccoli territori privati, è in realtà il racconto di un territorio comune a tutti a noi.

Spiega Clara Bauer, regista dello spettacolo: «Tutti i lettori (e le lettrici) vi ritrovano le proprie sensazioni più intime e riconoscono i propri ricordi più nascosti. Noi, che ci sentiamo a volte così soli nel nostro corpo, scopriamo poco a poco che questo giardino segreto è, in realtà, un territorio comune. Tutto ciò che non diciamo è lì, nero su bianco, e quello che ci faceva così paura, diviene spesso fonte di ilarità. Cosa apporta la scena al romanzo? La materia stessa del teatro: la sua luce, il suo spazio, la sua durata, la fusione di un corpo unico con il grande corpo comune del pubblico: in breve, il mistero laico dell’incarnazione, che Pennac condivide con il pubblico, attraverso un’interpretazione straordinariamente viva, offrendo a questo diario quella dimensione personale che solo lui, in quanto autore, può rendere pienamente».
Dichiara Pennac: «Quello che mi ha sempre sorpreso dello status contemporaneo del corpo è che è estremamente esposto, come sapete, è esposto nella pubblicità, nel cinema porno, nell’immaginario medico, nella body art, non è mai stato esposto come oggi. Eppure il rapporto intimo personale che abbiamo noi stessi con il nostro corpo è assolutamente schiacciato dal pudore. Il corpo è una scatola delle sorprese. Il nostro organismo dalla nascita alla morte trascorre il tempo a farci sorprese e sta a noi interpretarle. Dobbiamo imparare a non avere paura delle sorprese che il corpo ci riserva, ma mantenere nei loro confronti sempre un atteggiamento di curiosità».

Lo spettacolo è in lingua francese con sopratitoli. Scene, luci e costumi sono curati da Oria Puppo, mentre l’animazione video è di Johan Lescure e le musiche di Jean Jacques Lemêtre.

Dopo il debutto bolognese prende il via una tournée che toccherà, fino ad aprile, altri undici teatri italiani.

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