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Come polvere

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Un uomo dorme nel suo salotto, un uomo dai capelli argento e con il cognome siciliano, respira, profondamente rilassato, lui che si fa chiamare Don, come Don Vito Corleone, solo che il suo nome è Vincenzo Messina, Don Vincenzo Messina,

Un uomo dorme nel suo salotto, un uomo dai capelli argento e con il cognome siciliano, respira, profondamente rilassato, lui che si fa chiamare Don, come Don Vito Corleone, solo che il suo nome è Vincenzo Messina, Don Vincenzo Messina, che nel corso della sua vita ha fatto fuori i cattivi, parecchi, tanti cattivi, dal nome anche loro italiano, e adesso dorme in salotto, su un divano in pelle, mentre la sua pancia affollata di peli sale, si riposa zero virgola tre secondi, e poi scende, lentamente, e sempre lentamente riprende il suo moto, insieme ai peli neri che continuano sui fianchi e dietro la schiena, e questi peli di Vincenzo Messina detto il Don, che ha ucciso decine di cattivi, Alberto Rossini, Guido Lanza, Francesco di Sonnino, Don Carlo Lentini, e che dorme sul suo divano in pelle respirando lentamente, questi peli più neri delle narici del suo naso grasso e grosso, il quale inspira l’aria facendola arrivare fino ai polmoni, inducendo in tal modo il movimento della pancia che fa su, e pausa, e giù, sulla quale soggiornano centinaia di peli che fanno il giro passando dai fianchi e arrivando a incontrarsi sulla schiena, questi peli sfiorano la pelle del divano resa calda dalla schiena di Vincenzo Messina detto il Don, il quale ha legittimamente inflitto la punizione che meritavano ad Alberto Rossini, Guido Lanza, Francesco di Sonnino, Don Carlo Lentini, insieme a Francesco Casaleta, Mario detto il mozzo, criminali come lui non è mai stato, secondo la legge amica, perché lui, il Don, è un tipo socievole e stringe amicizia e amicizie facilmente, e dorme sul suo divano in pelle con una gamba fuori e l’altra poggiata sullo schienale, sempre in pelle, e sempre caldo per via del piede che gli è affondato contro, un piede tondo dalle unghie non così lunghe dopotutto, il nero dello sporco a decorarle, e una cicatrice a forma di denti appena sotto la caviglia, la cicatrice che gli ha inferto Don Carlo Lentini, l’ultimo dei grandi boss, per cercare inutilmente di salvarsi la vita, o, per meglio dire, di non morire soffocato da quel piede, il piede di Don Vincenzo Messina, dove soggiornano altri peli neri, sulla parte dove è attaccato il pollice, o l’alluce, ma questa volta lì si fermano e non fanno il giro del piede, o del ditone, o dell’alluce, si fermano lì e sono quattro o cinque, niente in confronto a quelli che fanno tutto il girovita e sfiorano la pelle calda del divano dove la schiena di Don Messina è poggiata, il quale con la mano destra tiene un telecomando, e ha il braccio che dondola fuori dal divano in pelle, e quasi con le dita sfiora il tappeto che è in terra, dove sopra vi è poggiato il divano sul quale Don Messina è sdraiato a riposare e a respirare lentamente.

Dal tappeto si alzano particelle di polvere che a contatto con la luce del sole che entra dallo spiraglio di una tenda chiusa male, si illuminano diventando dorate, e vanno a posarsi sulla fronte asciutta, e sulle tempie e sul naso grasso e grosso di Don Vincenzo Messina, creando un contrasto con l’argento dei suoi capelli in via d’estinzione, e si muovono  lentamente nell’aria asciutta e fresca del salone ben decorato e arredato di Don Messina, mentre lui dorme profondamente sul suo divano in pelle, al centro della stanza, e il telecomando che tiene in mano gli scivola secondo dopo secondo un poco di più dalle dita viscide, e se cadrà andrà a colpire il tappeto e altre migliaia di particelle di polvere si alzeranno in volo, fino a toccare il soffitto, come a voler uscire fuori, nell’aria aperta, nel giardino della villa di Don Messina, dove l’acqua scorre nelle fontane e gli alberi, mossi da un leggero vento caldo, salutano il cielo con le loro chiome, verdi come l’erba del giardino della villa di Don Messina, dove di tanto in tanto qualche goccia di acqua esce dalle fontane e va a bagnare i fili d’erba, rinfrescandoli, e queste gocce cascano per via del vento caldo che le devia leggermente, il vento che muove le chiome degli alberi, le quali guardano il mondo dall’alto, e vedono al di là delle siepi che circondano le mura della villa di Don Messina, siepi verdi come i fili d’erba bagnati dalle gocce d’acqua che cadono dalle fontane, e al di là delle siepi vedono tante strade, tante case, tanti tetti, illuminati dalla luce del sole, la stessa luce che entra da una tenda chiusa male e illumina le particelle di polvere che si alzano da un tappeto, rendendole dorate, le quali vanno a posarsi sulla fronte e sulle tempie e sul naso grasso e grosso di un uomo che dorme su un divano, creando un contrasto con l’argento dei suoi capelli, mentre altre particelle cominciano ad alzarsi e a prendere il volo e l’unico rumore che c’è, è quello della polvere.

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