L’ultimo pensiero di un montatore cinematografico

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Il signor P., famoso montatore cinematografico, fece del suo lavoro la sua più grande ossessione. Tanto che in punto di morte, quando gli passò davanti agli occhi il film della sua vita, ebbe da lamentarsi in modo piuttosto seccato riguardo molte scene.

Il signor P., famoso montatore cinematografico, fece del suo lavoro la sua più grande ossessione. Tanto che in punto di morte, quando gli passò davanti agli occhi il film della sua vita, ebbe da lamentarsi in modo piuttosto seccato riguardo molte scene. Alcune montate male tecnicamente, altre, addirittura, cronologicamente. Molti spezzoni della sua infanzia ad esempio, soprattutto quei meravigliosi pomeriggi assolati d’agosto quando giocava a pallone nel cortile condominiale con gli altri bambini, con la madre che all’ora di cena lo chiamava dalla finestra e gli ordinava di risalire subito, erano stati uniti grossolanamente e non scorrevano affatto morbidi e lineari. Per non parlare delle sequenze dei suoi riconoscimenti. Ne aveva vinti tre: un César nel 1981, un Bafta nel 1990, un Goya nel 2000. E ora ecco che se li rivedeva davanti in ordine inverso. E la sincronizzazione suono e immagini? Anche quella era sbagliata in più punti, e rivedersi in particolar modo a sedici anni, seduto su una panchina di un giardino pubblico, rosso in viso e agitatissimo, dire ti amo senza muovere la bocca (per muoverla poi un minuto dopo) a quella bellissima ragazza che gli sedeva accanto e che sarebbe diventato il suo primo, indimenticabile amore, gli suscitò un’infinita amarezza.
Il signor P. si dimenò nel suo letto fino alla fine della proiezione, e proprio nell’attimo prima di morire, con gli ultimi scampoli di voce che gli restarono, davanti alla sua cara badante che gli teneva la mano e che erroneamente imputava quell’agitazione alla sofferenza della malattia e dell’imminente trapasso, espresse il suo ultimo pensiero: – Non ti conosco collega, ma sei davvero un miserabile cane incompetente!

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