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Oscar alla carriera

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– E l’oscar alla carriera va… Appena il grande, famosissimo W.A., attore novantaduenne, sentì quell’attrice pronunciare il suo nome si alzò dalla poltroncina, e con passo un po’ trascinato ma sicuro, accompagnato da un impetuoso scroscio di applausi, guadagnò il palco.

– E l’oscar alla carriera va…

Appena il grande, famosissimo W.A., attore novantaduenne, sentì quell’attrice pronunciare il suo nome si alzò dalla poltroncina, e con passo un po’ trascinato ma sicuro, accompagnato da un impetuoso scroscio di applausi, guadagnò il palco. Lì strinse la mano alla collega, si aggiustò il cravattino dello smoking e poi con la mano destra afferrò la statuetta.

A quel punto il colpo di scena, che fece piombare la platea in un silenzio raggelante.

W.A. infilò la mano sinistra nella tasca interna della giacca, ne tirò fuori una Smith & Wesson 686 e la puntò verso le persone davanti a lui. In quella folla seduta c’erano i volti più famosi del cinema di tutto il mondo: produttori, attori, attrici, registi, sceneggiatori, scenografi, direttori della fotografia, costumisti, montatori, compositori… lo fissavano tutti increduli, terrorizzati.

Dopo aver invitato l’attrice di fianco a lui, ora sconvolta, a riguadagnare il proprio posto in platea, e dopo aver detto ai cameraman e a chi stava lavorando in sala regia di non interrompere assolutamente la messa in onda della serata, W.A. rapidamente spiegò. Spiegò che aveva intenzione di dedicare quel meraviglioso riconoscimento ad ogni singola persona che aveva lasciato un segno indelebile nei suoi novantadue anni di vita, privata e lavorativa; e che siccome erano davvero tante queste persone, e ci sarebbero volute ore e ore per citarle tutte, quell’arma gli serviva proprio per tener lontano chiunque avesse voluto interromperlo e per costringere tutti i presenti a restar seduti fino alla fine. Aggiunse poi che non aveva intenzione di sparare a nessuno, ma che se fosse stato costretto l’avrebbe fatto senza problemi. E così, puntualizzato anche quest’ultimo dettaglio, continuando a puntare l’arma sulla platea, W.A. iniziò.

Cinque ore, dieci minuti e cinquanta secondi. Tanto gli ci volle per menzionare tutti i nomi che si era prefissato di dire. Fu un numero esorbitante. W.A. partì dalla sua infanzia, esordendo naturalmente con i genitori; poi citò un fiume di altri suoi parenti di sangue e acquisiti, varie fidanzatine e amici di scuola (partì dall’asilo e finì con l’università), le cinque ex mogli, quella attuale, un profluvio di parenti anche di queste, la caterva di figli, nipoti e nipotini che si ritrovava, le numerosissime amanti e infine concluse dedicando circa le ultime tre ore ai suoi colleghi e alle persone con cui aveva lavorato; molte delle quali, a parte le decedute, presenti tra il pubblico. Quando finì posò la Smith & Wesson 686 sul leggio davanti a lui, riprese la sua statuetta, ringraziò di nuovo, e davanti ad una platea estenuata e sempre più agghiacciata si consegnò senza fare resistenza agli agenti della sicurezza. Questi quindi lo portarono fuori, dove ad aspettarlo c’erano decine e decine di giornalisti, e naturalmente la polizia, che lo prese subito in consegna.

¬- Un momento W.A! – gli chiese a quel punto un giovanissimo giornalista, prima che l’attore entrasse nella volante – ma ciò che mi incuriosisce di più di questa storia è come lei abbia fatto… mi perdoni… alla sua età, a ricordarsi quell’infinità di nomi senza averli appuntati da nessuna parte. Come diavolo ha fatto!

W.A. guardò il giornalista negli occhi, e felice, appagato in volto, gli rispose:

– Ragazzo mio la risposta è molto semplice e breve: le cose impresse nella memoria a volte possono sparire, ma tutto quello che è impresso nel cuore non sparisce mai. Quando un nome è scolpito lì, ci resta a vita.

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