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I sogni segreti di Walter Mitty

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Il sogno e il cinema sono legati a filo doppio e notevoli analogie esistono tra il sognatore e lo spettatore.

Il sogno e il cinema sono legati a filo doppio e notevoli analogie esistono tra il sognatore e lo spettatore.

Entrambi al buio, si può dire del primo che dorme, ha gli occhi chiusi ed è incosciente (o in uno stato particolare di coscienza), mentre lo spettatore è cosciente e ad occhi aperti. Ma in entrambi i casi ci si mette – di più o di meno – ‘del proprio’.
Il cinema, molto più che la letteratura o il teatro, è capace di ‘far vedere’ i sogni, grazie alla sua capacità di riprodurre immagini in movimento; quel che si vede e si prova ‘sembra vero’, anche se si tratta, esattamente come in un sogno, solo di un simulacro di realtà.

Il sogno è stato territorio di interazione tra il cinema e la psicanalisi – nascevano temporalmente nello stesso periodo – che si sono evoluti con proficui scambi reciproci: basti pensare all’esperienza surrealista. Due esempi per tutti: Un chien andalou, un cortometraggio del 1929 scritto, prodotto ed interpretato da Luis Buñuel e Salvador Dalí, e diretto dal solo Buñuel; e Spellbound (letteralmente ‘incantato’; titolo italiano: “Io ti salverò”, del 1945, con Gregory Peck e Ingrid Bergman), di Alfred Hitchcock, che si avvalse della collaborazione di Dalì per inserire delle scene ‘oniriche’ nel film.
Del cinema si è anche detto che “è l’unica circostanza in cui più persone fanno lo stesso sogno contemporaneamente”. Ogni film è quindi, per molti aspetti, un sogno.

I libri di cinema sono ricchi di esempi e distinzioni sulle modalità con cui il sogno è messo in scena.
Il ‘sogno nel film’ può essere ‘raccontato’ o ‘mostrato’. Oppure raccontato mentre viene mostrato; e quel che si vede può essere conforme al racconto o anche diverso.
Il sogno nel cinema ha vari registri di utilizzo: ad esprimere angoscia e turbamento; a prefigurare possibilità di fuga; speranza o desiderio; a fornire indicazioni o segnali rivelatori di una via da seguire.

Come ci sono varie modalità di ‘ingresso’ nel sogno, nel contesto della vicenda narrata; è comunque sempre un’operazione fortemente concettuale, in cui ha un ruolo fondamentale il montaggio.

Il film di cui parliamo, esibisce ‘i sogni segreti’ già nel titolo e non adotta finzioni o particolare artifici tecnici. Semplicemente la realtà immaginata prende la scena e si impone, innescata da una situazione emotiva coinvolgente per il protagonista che – dicono la madre e la sorella – “si incantava”, già da bambino, e continua a farlo da adulto, sulla immota faccia d’attore, sempre un po’ smarrita, di Ben Stiller.

Allo spettatore è richiesta solo una dose supplementare di “sospensione dell’incredulità’; poi il tutto funziona alla perfezione.

Il film di Stiller appartiene, tra i film sul sogno, alla categoria “sogni ad occhi aperti”.
È derivato da un racconto The Secret Life of Walter Mitty scritto da James Thurber nel 1939 [riedito da Rizzoli (2013, BUR) con un’altra copertina e un titolo diverso in occasione dell’uscita del film]

Un’immagine di Thurber del 1945 da un servizio su di lui, sulla rivista Life

Thurber (1894-1961) americano, scrittore e disegnatore di fumetti, descriveva probabilmente le allucinazioni visive di cui egli stesso soffriva e alle quali reagiva disegnando.

Il nome ‘Walter Mitty’ è entrato nella lingua ingese ad indicare una persona inconsistente che passa gran parte del suo tempo in sogni eroici ad occhi aperti;  nei circoli militari con tale appelativo si definiscono persone che cercano di spacciare per vere delle brillanti credenziali che sono solo inventate.
In The American Heritage Dictionary viene definito “un Walter Mitty” “an ordinary, often ineffectual person who indulges in fantastic daydreams of personal triumphs”.

Comunque il racconto di Thurber è stato molto apprezzato dal cinema, se questa attuale è la terza trasposizione cinematografica della sua idea.

Nel 1947 c’è stato un film dallo stesso titolo del libro (in italiano: Sogni proibiti) diretto da Norman Z. McLeod, con l’attore Danny Kaye nel ruolo di Walter Mitty.

È del 1982 invece una riproposizione in chiave grottesca dal titolo Sogni mostruosamente proibiti per la regia di Neri Parenti, con Paolo Villaggio nel ruolo del personaggio sognatore e maldestro (per l’occasione chiamato Paolo Coniglio).

Infine questo terzo remake 2013 di Ben Stiller, attore protagonista e anche regista del film, dopo una lunga e complessa gestazione.

Il vantaggio di non dover giustificare l’incantamento, che è annunciato nella premessa e nel titolo – a proposito è una bella trovata quella di presentare i titoli di testa come ‘interni’ alla storia – permette allo sceneggiatore Steve Conrad e al regista, di rimpolpare la trama, invece che con una vicenda pseudo-poliziesca, come nel film del ’47, di una fantasmagoria di invenzioni e avventure tipo Il giro del mondo in 80 giorni, alla ricerca di una immagine preziosa (e misteriosamente scomparsa), inviata alla rivista Life da un mitico quanto inafferrabile fotografo – un bel cameo di Sean Penn – per la copertina dell’ultimo numero cartaceo, prima della trasformazione in Life-on-line.

A questo proposito è reale la chiusura della rivista Life, che – insieme all’‘incantamento’ di Walter – costituisce la trama del film.
Il primo numero di Life uscì il 23 novembre del 1936. Il suo successo fu enorme e travolgente e per quarant’anni fu il settimanale più letto nell’ambito del foto-giornalismo, facendone la storia.
Negli anni Quaranta le fotografie di Life raccontarono la guerra a milioni di americani, mentre negli anni Cinquanta la rivista raggiunse un tale prestigio che il presidente americano Harry Truman decise di pubblicarvi alcune parti delle sue memorie.
Sempre su Life, nel 1952, fu pubblicato per la prima volta Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway.
Gli anni Sessanta furono dedicati soprattutto alla guerra in Vietnam, alle missioni spaziali dell’Apollo e alla famiglia Kennedy.
I servizi di Life spaziavano dai reportage di guerra ai ritratti di icone della moda, della politica, dello sport e del cinema, rispecchiando a pieno il motto del settimanale: To see Life; see the world

Negli anni però le vendite peggiorarono. Alla fine degli anni Sessanta la rivista andò in crisi e nel 1972 venne chiusa.
Le pubblicazioni ripresero nel 1978, a cadenza mensile, e continuarono fino al 2000.
Dal 2004 al 2007 Life è stato venduto come settimanale in allegato ad alcuni quotidiani americani. Da allora pubblica soltanto numeri speciali, mentre è stato aperto un sito – http://life.time.com – dove è consultabile il ricchissimo archivio fotografico della rivista.

Per tornare al nostro argomento. In audace equilibrio tra la pubblicità dei cioccolatini e l’avventura alla Jules Verne, il film sicuramente assolve a uno dei ‘comandamenti’ del cinema, di creare meraviglia e mantenere desta l’attenzione per tutto il tempo.

E poi… in un panorama di film mediamente deprimenti e problematici o al contrario di pura evasione, ritrovare voglia di avventura e perfino un buon finale non risulta certo sgradito.

Uno dei brani musicali del film, anch’esso giocato in chiave diegetica: Space oddity di David Bowie (Ground control to major Tom): una originale ‘Odissea nello spazio’. Space Oddity è il secondo album dell’artista inglese David Bowie, pubblicato nel 1969 per la Philips Records

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