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Le cinque passate

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Le cinque del pomeriggio erano passate da poco e Ramón Galindo Turón era tornato sull’arena. Aveva una benda nera che copriva quello che era stato il suo occhio destro. Lo stesso giorno, la stessa arena di tre anni fa un corno di toro era entrato nella sua mascella per uscire pochi centimetri più in alto dall’orbita destra. Quelle immagini avevano fatto il giro del mondo.

Le cinque del pomeriggio erano passate da poco e Ramón Galindo Turón era tornato sull’arena. Aveva una benda nera che copriva quello che era stato il suo occhio destro. Lo stesso giorno, la stessa arena di tre anni fa un corno di toro era entrato nella sua mascella per uscire pochi centimetri più in alto dall’orbita destra. Quelle immagini avevano fatto il giro del mondo. Dell’occhio non c’era stata più traccia, ma lui ne era uscito vivo, anche se orbo e con un volto paralizzato per metà. La paralisi gli aveva portato la necessità di convivere con una lingua insensibile per due terzi. Da tre anni non aveva più sentito i sapori di una volta, soltanto il gusto amaro non lo aveva abbandonato, nessuna traccia di dolce, salato o acido glie era rimasta in bocca. L’amaro lo accompagnava sempre, in ogni ristorante o bar. Amaro era diventato il sapore delle giornate stesse.

Ma il problema principale di Ramón era stato abituarsi agli sguardi della gente che si fissavano sul ghigno che l’incornata del toro gli aveva lasciato sulla faccia. Non poteva far a meno di notare come l’attenzione di tutti fosse posta sui movimenti a metà delle sue labbra che lasciavano sempre un’apertura all’angolo della bocca. La gente era attirata da quel piccolo spazio aperto al mondo che Ramón avrebbe voluto chiudere. Tutte quelle novità non erano arrivate sole, ma si erano portate dietro un seguito di ammiratori appassionati e giornalisti. Diceva sempre alle televisioni che un torero è un artista, un musicista capace di riempire gli anfiteatri, anche se lui di anfiteatri pieni non riuscì mai a ricordarne nemmeno uno. In tutte quelle interviste si era sempre sforzato di mostrarsi sicuro, ma quel pomeriggio aveva iniziato a sentire un leggero fremito attorno alle sue ossa durante la vestizione, dava la colpa al nuovo abito porpora scuro, di quel colore che chiamavano nazareno. Ora che si ritrovava solo in mezzo sull’arena era come se la sua carne ballasse all’avanzare del corpo, gli applausi che cercava e riceveva non rallentavano i fremiti. Ogni passo schiacciava la sabbia che stridendo sotto le scarpette produceva uno scossone nelle sue membra. Primo passo, tremore all’anca destra. Secondo passo, sussulto all’omero sinistro. Terzo passo, fremito al labbro inferiore. Quarto passo, prurito all’orbita vuota. Al quinto passo alzò il volto al pubblico e quasi rischiò di cadere bocconi quando il ginocchio in accordo con la caviglia sinistra cercò di muoversi al ritmo del paso doble intonato dalla banda.

Era il terzo atto dello spettacolo, l’ultimo, il torero faceva il suo ingresso per combattere da solo contro il toro. Il pubblico irruppe in un’acclamazione che lo riempì di un calore che non aveva provato negli ultimi anni. La sua risposta fu la migliore smorfia che quella faccia paralizzata riuscì produrre simulando un sorriso grottesco rivolto agli spalti. Ostentò sicurezza, ignorò il pulsare del gomito e gettò in terra il copricapo. Il pubblico ricambiò il gesto con un secondo applauso che produsse una seconda smorfia di piacere. Il toro che gli era toccato in sorte non sembrava dei più aggressivi, ma lo sguardo limitato di Ramón era riuscito a notare soltanto la notevole dimensione delle corna. Lo colpì l’odore caldo dell’animale, non era solo l’odore del sangue che perdeva, quello era l’odore che le purghe lasciavano addosso ai tori. Si disse che era meglio così, che le purghe servivano a indebolire gli animali.

Capì che era lo stesso odore che aveva il toro dell’incidente, quel puzzo di stalla gli lasciò un sapore amaro in bocca ed eccitò la sua muscolatura. La sensazione di un minuetto della guancia prese il sopravvento, la parte sana del volto si stava contraendo in rapidi tic involontari che non poteva controllare. Il toro aveva fatto il suo ingresso trotterellando come se stesse andando al pascolo, come se cercasse soltanto un po’ di cibo. Accennava piccole corsette e niente più. La musica, il pubblico e Ramón erano lì ad osservarlo. Toro e torero non avevano ancora incrociato lo sguardo una sola volta, forse quella bestia era semplicemente poco curiosa o forse non era interessata a lui. Senza cappello, senza muovere un solo passo e tremante Ramón era ancora al centro dell’arena quando il suo unico occhio rimase incantato davanti alle banderillas. Cadevano sul fianco destro del toro, che perdeva sangue per le ferite inferte dal picador.

Le banderillas stesse erano macchiate di un colore rosso scuro. Cercò di ritrovare le sensazioni del mestiere che si era scelto e a cui era rimasto attaccato nei mesi di ospedale e negli ultimi tre anni. Per tutta risposta lo raggiunse l’odore deciso del sangue facendogli arricciare il naso. Dagli spalti lo incitavano, lo chiamavano per nome e non poté fare altro che stringere la muleta avviandosi a passo di danza verso quel toro che non lo guardava. Un piede dopo l’altro, controllando ogni muscolo della gamba, fece i primi passi lenti verso la povera bestia. Avanzò rigido come la gruccia di legno che reggeva la muleta, cercando di controllare ogni fibra. Non poteva permettersi di lasciar andare un solo muscolo, quello si sarebbe messo a ballare senza sapere che il momento non era quello giusto. Buttò un ultimo sorridente sguardò orbo al pubblico perdendo di vista il toro per un solo lunghissimo secondo. Strinse più forte la muleta, l’orbita vuota aveva ripreso a dargli prurito – Acá toro – ma quello continuò a cercare in terra qualcosa da mangiare.

Allora fu costretto ad altri passi di avvicinamento, perdendo un po’ del proprio autocontrollo – Acá toro Acá – quello alzò lo sguardo su di lui e finalmente si videro per la prima volta. Uno sguardo molle e stanco che lo intristì, quel toro sanguinava, puzzava ed aveva sicuramente fame. Il polso destro di Ramón oscillò involontariamente al di fuori del suo ristretto campo visivo, lui nemmeno se ne accorse. L’onda passò facilmente dal polso alla mano, dalla mano alla gruccia, dalla gruccia al drappo rosso e di lì all’occhio del toro. Forse lo scambiò per qualcosa da mangiare, forse ebbe solo voglia di correre un po’, ma in quel momento il toro affamato smise di scodinzolare scacciando mosche e prese a correre verso l’invitante drappo oscillante. Fu un attimo e Ramón perse definitivamente il controllo sul proprio corpo. Così quel pomeriggio ebbe inizio, non un concerto in un anfiteatro pieno, ma un balletto intorno ad un panno di colore rosso. C’era chi lo inseguiva e chi lo allontanava, il toro e il torero. Una marcetta trionfale scandì ogni momento. Le corna sfiorarono il drappo oscillante, il drappo  spostato dal toro e scosso dai fremiti del polso che lo reggeva saltò in alto scoprendo delle corna, un capo chino e un animale affamato come prima. Ramón riprese a respirare solo quando sentì la guancia sana contrarsi con la voglia di stare il più lontano possibile da lì.

Il toro invece capì che forse qualcosa da ruminare c’era veramente e cercò velocemente di rigirarsi per tornare a cercarlo. Non sentì i rumori del pubblico e il respiro accelerato di Ramón, avvertì soltanto un picco quando una delle banderillas cadde a terra. Ramón non si era ancora mosso quando vide il toro rigirarsi su se stesso e puntare nuovamente alla muleta, con più sangue ancora sul fianco e la bocca spalancata in cerca di cibo. Arretrò di qualche passo cercando di allontanare quel puzzo che avanzava, il braccio destro che reggeva il panno ora vibrava vistosamente e rendeva il tutto sempre più invitante agli occhi di quella bestia. Nessuna traccia di eleganza e nessun sorriso al pubblico, sul volto del torero c’era spazio solo per un occhio che guardava una bocca spalancata sotto a due corna. Tutto danzava in lui tranne la mano rimasta rigidamente serrata sulla gruccia che reggeva il drappo, aspettò così impotente la seconda carica del toro. Cercò soltanto di spostare la muleta che continuava a muoversi fuori dal suo ristretto campo, là dove almeno lui poteva far finta che non esistesse.

Il torero non riusciva più a muoversi. Arrivarono le corna sul panno, Ramón si aggrappò alla gruccia, ma la bocca spalancata ebbe la meglio e riuscì a chiudersi attorno ad un lembo rosso. Con quello che sembrò a tutti un sorriso, il toro strappò dalle mani del torero la muleta con un colpo secco del collo. Le corna sfiorarono la coscia destra di Ramón che saltò in aria prima di atterrare pesantemente sulla sabbia, ritrovandosi disteso a guardare un cielo d’estate. Sentì gridare che era una vergogna e qualcuno fischiò sonoramente quel torero che non sapeva nemmeno tenere in mano una muleta. Ramón capì che gli anfiteatri hanno un umore instabile, soprattutto quando sono pieni per metà. Sporco e ancora disteso riuscì a vedere la cuadrilla e gli altri toreri che cercavano di distrarre il toro per recuperare la muleta. Fu sicuro che quell’animale non avrebbe lasciato stare il panno facilmente, non prima di averlo almeno assaporato.

Lo vide piegare le due zampe posteriore e sedersi incurante dei richiami e dei fischi che arrivavano dagli spalti. Ramón decise di rimanere disteso e assecondare le sensazioni del suo corpo tremante. Guardò il cielo, era celeste e con poche nuvole appena rosate, si immaginò la bellezza del suo nuovo vestito porpora e i riflessi che con quella luce pomeridiana avrebbe potuto offrire al pubblico. Non seppe quanto tempo era già passato, quando si sentì prendere con forza da sotto le braccia per essere trascinato via, altri avrebbero terminato la corrida. Si abbandonò a quella presa, ai fischi del pubblico e si ritrovò con delle lacrime discrete che gli scendevano lungo la guancia sana. Riuscì a piangere dall’unico occhio rimasto ascoltando i fischi che gli piovevano addosso. Guardò il toro che seduto sull’arena pensava soltanto a masticare un lembo rosso e scacciare le mosche con la coda. Abbracciato in quel modo sentì il tremore abbandonarlo mentre i due talloni strisciavano sulla sabbia. Prima di essere portato fuori diede un ultimo sguardo agli spalti e al cielo tentando di ascoltare il suono della banda senza riuscirci. Ebbe appena il tempo di abbassare lo sguardo sul toro per vedere un uomo della cuadrilla avvicinarsi con uno spadino. Abbassò un colpo deciso sul collo della bestia che sussultò cercando si scalciare e si girò su un fianco stringendo tra i denti ancora un angolo di panno rosso. Pochi attimi e il toro smise di scacciare mosche, la coda si abbandonò sull’arena, le zampe si rilassarono e la bocca allentò la presa. L’occhio di Ramón rimase a guardare fino all’ultimo secondo le corna senza vita e la lingua scura che usciva dalla bocca del toro, appena qualche centimetro più in là vide la muleta ormai abbandonata da toro e torero. Fu l’ultima cosa che vide, le braccia che lo stringevano lo trascinarono via senza che ci fosse un solo riflesso di luce dal suo nuovo abito porpora.

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