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L’Adalgisa va alla guerra

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Era il 1943, l’anno che sconvolse l’Italia, ricco di grandi eventi storici e di storie minute, spesso insignificanti che videro protagoniste persone comuni come lo scontro svoltosi nei dintorni della fattoria di Mastro Nenna tra le truppe tedesche in ritirata e un  gruppo di partigiani comandati da Andrea Umiliano, nome di battaglia “Umberto”.

Era il 1943, l’anno che sconvolse l’Italia, ricco di grandi eventi storici e di storie minute, spesso insignificanti che videro protagoniste persone comuni come lo scontro svoltosi nei dintorni della fattoria di Mastro Nenna tra le truppe tedesche in ritirata e un  gruppo di partigiani comandati da Andrea Umiliano, nome di battaglia “Umberto”.
I partigiani erano asserragliati nella stalla di Mastro Nenna, mentre i  tedeschi  avanzavano protetti dai carri armati. Umberto tentava invano di far funzionare la radio per chiedere aiuto al comando di brigata quando  si rese conto, con sbigottimento e raccapriccio, che era inginocchiato sul sangue dei suoi uomini, che si mischiava con quello degli animali della stalla feriti o uccisi a loro volta dai colpi di cannone. L’odore della carne bruciata era acre e nauseabondo, sembrava di stare sul palco di uno spettacolo del Gran Guignol, ma all’interno della stalla la realtà superava la finzione.
Umberto era abituato a vivere nel pericolo, ma questa volta temeva il peggio. Il suo corpo era rigido, la fronte imperlata di sudore, aveva un tremolio insistente, un blocco della respirazione, insomma una condizione estrema di difficile controllo. Ma quello che lo angustiava di più era sapere che a un chilometro di lì, nel teatro comunale, sede del comando tedesco erano tenuti in ostaggio alcuni partigiani, tra cui sua moglie Adalgisa. Con i tedeschi in fuga, le loro sedi venivano occupate da bande di fascisti, gente senza scrupoli che ignorava i diritti dei prigionieri.
Il suono delle campane della vicina chiesa catturò l’attenzione di Umberto, ricordandogli che erano passati tre anni esatti dalla celebrazione, in quella stessa chiesa, del suo matrimonio con l’Adalgisa.
Intanto fuori dalla stalla si sentivano una serie di esplosioni, che risvegliarono Umberto dai suoi pensieri. Ordinò ai suoi uomini di ripararsi, mentre lui si affacciò guardingo alla finestra. Scoprì così che una colonna di soldati tedeschi stava avanzando sulla strada principale;  negli automezzi,  in testa alla colonna, gli ostaggi erano usati come scudi umani e tra di loro c’era l’Adalgisa.  I soldati tedeschi si fermarono vicino ad un campo che poi si scoprì essere minato. I partigiani vennero liberati e cominciarono a correre verso la stalla della fattoria. Dopo le prime esplosioni delle mine si fermarono inermi,  diventando così facili bersagli dei soldati nemici. Umberto comprese la situazione e comandò ai suoi una manovra come diversivo: uscire dalla fattoria e attaccare alle spalle la colonna tedesca per dare la possibilità e il tempo necessario, ai partigiani paralizzati nel campo minato, di tornare indietro. La manovra riuscì e Umberto si lanciò incontro all’Adalgisa, ma improvvisamente un tank tedesco esplose un colpo assassino proprio in mezzo al campo minato dove si trovava la donna. Umberto accecato dal dolore si gettò verso di lei, ma il destino aveva previsto che l’Umberto avrebbe raggiunto l’Adalgisa nel cielo dei giusti, perché un altro tank tedesco girò la sua torretta verso l’uomo, colpendolo a morte.
Così terminò la breve e tragica storia dell’Adalgisa e dell’Umberto, due attori della guerra di liberazione, piena di storie coraggiose e audaci come questa.

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