Alchemy – Momix a Roma

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Per lunga tradizione, tale da sconfinare con la ‘devozione’, seguiamo i Momix (quasi) ad ogni loro nuovo spettacolo, a volte anche...

Per lunga tradizione, tale da sconfinare con la ‘devozione’, seguiamo i Momix (quasi) ad ogni loro nuovo spettacolo, a volte anche in sedi distanti (leggi su “O”, dello spettacolo di Rimini del 2009: La danza dei fiori. Leggerezza )

Stavolta a Roma (dal 5 novembre al 1 dicembre) l’occasione era delle più ghiotte…
E sostenuti dalla fede, come nella migliore tradizione napoletana –  il miracolo si è ripetuto.

Così come anticipava il titolo – Alchemy – , la trasmutazione della materia vile in oro si compie sotto i nostri occhi; e poco importa se, con tipico sincretismo americano, si mettono insieme ambiti diversi… I quattro elementi – fuoco acqua terra cielo – con la trasformazione alchemica della materia… Tutto fa mistero e magia!

La carne greve, le leggi della fisica e gli elementi del mondo materiale trasmutano nel regno delle idee, in luce e puro pensiero.

Come è possibile questo?
Il fondatore, coreografo-guru del gruppo, Moses Pendleton utilizza moduli base sperimentati nel tempo e su temi diversi.

 

– La danza.
Una eccellente preparazione atletica dei danzatori rende credibile la sfida antigravitaria [“Peso è un verbo? Non più!”  – si scriveva nell’articolo sopra citato]. E ove la prestanza fisica dei ballerini non bastasse, soccorrono l’artificio e la fantasia a rendere i corpi più leggeri dell’aria e capaci di compiere fantastiche acrobazie come in assenza di gravità.
È ancora danza? Forse, ma non è solo quella.

– II gioco con la luce e della luce. I colori.
Figure trans-illuminate creano suggestioni eteree; tute nere su fondo nero disegnate di bianco e colpite da una luce fluorescente fanno vedere quello che non c’è. Perché la luce nasconde alcune cose mentre ne privilegia altre, in un continuo rimescolamento dei codici percettivi. La stessa luce di Wood (black light, nella gamma dell’ultravioletto), cui l’occhio umano non è certo adusa, crea disorientamento e vago allarme.

Così, con labile aggancio gli stadi fondamentali dell’alchimia, sono citati i colori:

  • Nigredo o opera al nero, in cui la materia si dissolve, putrefacendosi;
  • Albedo o opera al bianco, durante la quale la sostanza si purifica, sublimandosi;
  • Rubedo o opera al rosso, che rappresenta lo stadio in cui si ricompone, fissandosi;

 

 

 

 

 

 

– Il trasformismo e inusuali attrezzi di scena.
Minore importanza hanno in questo spettacolo gli attrezzi di scena e anche il trasformismo che era stata la chiave di altri spettacoli del gruppo. Qui la variazione è interna ad ogni sequenza, ma non così pervasiva, e compaiono due dòndoli, sorta di grandi magneti per le evoluzioni dei ballerini, solo all’ultima scena

 

– La musica invece, è ubiquitaria e dominante; viene da tutte le parti e da nessuna in particolare. Il volume alto, i toni cupi dei bassi hanno un impatto anche fisico e contribuiscono ad una saturazione sensoriale che certo avrà uno scopo ben preciso…

I brani non sono troppo noti, vere rarità alcuni, come si può vedere dall’elenco sottostante:

Il laboratorio dell’alchimista, illustrazione di Hans Vredeman de Vries contenuta nell’Amphitheatrum sapientiae aeternae di Heinrich Khunrath. [Hamburg: s.n., 1595 – Da Wikipedia].

Il termine alchimia deriva dall’arabo al-kimiyah, composto dell’articolo al- e della parola kimiyà (chimica), a sua volta derivato dal greco khymeia che significa “fondere”, “colare insieme”, “saldare”, “allegare”.

E della fusione di molti elementi per creare qualcosa di altro, parla appunto in un’intervista, lo stesso Moses Pendleton; quasi una dichiarazione d’intenti:

“When your eye is raptured by an alchemy of sounds, lights, colors, visions, it begins to see things that it would otherwise be unable to see”.

“Quando l’occhio è rapito da un’alchimia di suoni, luci, colori, visioni, inizia a vedere cose che altrimenti sarebbe impossibilitato a vedere”.

 

Profondo conoscitore dei meccanismi della percezione, il Nostro ha intuito che così come il vuoto  – vedi gli esperimenti di deprivazione sensoriale effettuati negli anni ’70 [leggi qui su “O”: Fermare il tempo (seconda parte) 
del 14.09.08 – anche il troppo pieno sospinge la mente “altrove”.

Le immagini e i colori, le luci e i suoni creano una mancanza di appigli logici ai quali per nostra esperienza siamo abituati ad ancorarci.
Quando quel che si vede non somiglia a niente di noto, quando nulla è come sappiamo né come ci sembra possibile, allora la mente vaga alla ricerca di associazioni in territori sconosciuti, mai abitati prima…

 

– La danza come un koan.
Un eccesso di stimoli sensoriali destruttura la parte raziocinante della mente e avvicina all’essenza delle cose.

È in definitiva un processo simile a quello del “koan” uno dei fondamenti della filosofia zen, che i maestri zen elaborarono con lo scopo di screditare l’aspetto logico, verbale, della mente, così che la realtà potesse essere percepita solo per percezioni intuitive…
L’essenza dello Zen è che le costruzioni logiche costituiscono il massimo ostacolo all’illuminazione. Per risolvere il problema lo zen cominciò a servirsi di enigmi, più tardi noti come ‘koan’, destinati a scuotere la dipendenza dal pensiero razionale del novizio.
Spesso la disciplina zen fa ricorso ai risvolti “non sense” o comici della vita per scoraggiare quelli che nutrono una fede assoluta nei propri sistemi e categorie…

Detto questo, non si tratta di uno spettacolo algido o cerebrale. Caso mai l’opposto: coinvolge nel profondo e a livelli non immediatamente percepibili. Se è vero che delle tante impressioni che mi ha lasciato stratificate, ne ho mantenuta una per il giorno dopo. Un pas de deux del tutto particolare, che mostra due figure: un ‘lui’ con i piedi a terra mentre la ‘lei’ volteggia senza peso qualche metro più in alto… Si lasciano e si riprendono, allontanati loro malgrado e di nuovo irresistibilmente attratti, più e più volte, come per effetto di una calamita… Una “separazione degli amanti” in puro linguaggio Momix.

 

 

Questo video da YouTube può dare un’idea, anche se molto incompleta, dello spettacolo:

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