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Avrei voluto scrivere altre parole, lo giuro. Perché dall’89 non mi perdo un Gran Premio, ma ricordo gare dell’88, quando alla Ferrari c’erano Berger e Alboreto e morì il Drake.

Avrei voluto scrivere altre parole, lo giuro. Perché dall’89 non mi perdo un Gran Premio, ma ricordo gare dell’88, quando alla Ferrari c’erano Berger e Alboreto e morì il Drake. Ricordo gare dell’87. E anche corse di campionati precedenti. Verso i quattro/cinque anni, tifavo persino Niki Lauda, non perché sapessi chi era, avevo la sua foto sullo scatolo della Playmobil, la pista telecomandata, quando Lauda correva con la Brabham marchiata Parmalat. Ma è dall’89 che ho coscienza adulta di cosa sia la F1. Dal Gran Premio inaugurale del Brasile, dove vinse Nigel Mansell sulla nuova Ferrari 640, disegnata da Barnard e con l’innovativo cambio sequenziale posto dietro al volante, con due alette. Una gara assurda: Nigel cambia il volante che fa le bizze e poi vince di rimonta.

Il giorno dopo, a scuola, con i colori ripetevo la corsa per descriverla al mio amico di banco. Fu quella gara in Brasile, e dopo in Ungheria, sempre dell’89, a farmi innamorare della F1. Quando ancora Mansell, partendo dodicesimo su una pista che, allora come oggi, rende impossibile i sorpassi, si mangiò tutti gli avversari, e per ultimo, sfruttando un doppiato, il grande Ayrton Senna, in uno dei sorpassi più belli della storia: per anni quella magia compariva nella sigla di Dribbling, e io per rivederlo, aspettavo le 14,00 su Raidue. Il giorno della corsa magiara, eravamo sul divano, seduti di fianco: io e mio padre. E quando Mansell compì quella follia, lui urlò: adesso se ne va, se ne va. Con un gesto eloquente della mano. E io ridevo e sorridevo insieme, e mio padre mi guardò e sorrideva e rideva insieme, e – sembrerà pure una cazzata – quella è stata una delle vere volte in cui io e mio padre ci siamo sentiti davvero padre e figlio.

Ma questo amore per la F1, con gli anni è andato scemando. Se da ragazzino imparavo tutti i record a memoria, i nomi degli ingegneri, le trovate tecniche, disegnavo le auto e tentavo di fare una classifica tra piloti di epoche diverse, oggi, capendo sempre più che la politica, i soldi, gli interessi, e anche la semplice fortuna, cambiano i reali valori in campo, un po’ di ingenuità e innocenza e sparita, lasciando qualcosa di aspro sulla lingua che non si riesce a raschiare con i denti

Perciò ieri sera, entrando nel cinema, speravo di respirare la felicità e la meraviglia che mi drogava a nove anni; smarrirmi in un po’ di nostalgia; appassionarmi a una storia che, seppur ambientata in un epoca in cui non ero ancora nato, conosciuta attraverso cassette e filmati di repertorio, era molto più vicina agli ‘90, gli anni in cui impazzivo per la F1, che non gli anni ’90 al presente e agli ultimi dieci anni in genere.

E invece no.

Rush, non è un film. Non è un documentario. Non parla di F1. Non racconta una storia. Non ci sono personaggi, ma solo caricature degli stessi.

Rush è forse un videoclip. Spezzoni montati a un ritmo neanche veloce, fregandosene del titolo e della materia trattata.

In Rush le gare fanno ridere. Le auto non fanno un giro, ma al massimo tre curve. Sembra il trailer di un videogioco. Vedi l’auto che esce un po’ più larga sulla curva e falcia l’erba. Il pilota che cambia e il gioco sui pedali (come in Milano trema: la polizia vuole giustizia). I pistoni che salgono e scendono. Le sospensioni. E i sorpassi sono al limite del risibile. Lauda e Hunt, si bevono gli avversari tutti in rettilineo. Come il Maggiolino tutto matto. Anzi, peggio. Non staccano, non fumano le ruote in frenata, e le riprese, tutto spaventosamente vicine, servono solo a nascondere la staticità, mica a darti l’idea della velocità. Perché con una ripresa dall’alto, come erano all’epoca e sono ancora oggi, si capirebbe subito il bluff. Sonnecchiano al volante, sbattono, hanno lunghi flash back (come in Holly e Benji) e poi recuperano in un giro come se gli altri dormissero, o gli aspettassero per contratto.

In Rush no. In Rush non c’è la F1. Le gare di Formula 3000 sono identiche alla F1. Ci  anche sono gli stessi personaggi. Cambiano solo le auto. Che sono ricostruite in maniera eccezionale, è vero. L’incidente di Lauda è uno sfoggio di tecnica e maestria, pressoché identico all’originale.  E, anche se solo di sfuggita, viene mostrata la Tyrrel P94, l’auto a sei ruote. Ma manca tutto il resto.

Non c’è un accenno a Bernie Ecclestone. Non c’è un accenno a Colin Chapman: l’unico vero genio della F1. Non c’è neanche un accenno a Lella Lombardi, la seconda donna pilota nella storia. Persino Ferrari, compare appena: eppure il rapporto tra lui e Lauda era a dir poco burrascoso, e culminò con la cacciata di Lauda, perché il Drake mai gli perdonò di essersi ritirato in Giappone. E poi ci sono tutti gli altri piloti trattati come comprimari. E Merzario che salvò Lauda dal rogo, Merzario che odiava Lauda perché gli aveva “fregato” il posto in Ferrari, non ha lo spazio che merita. Anche Regazzoni viene ridicolizzato. Fa battute di una tristezza e pateticità unica, da avventore ubriaco di uno squallido bar, e il suo gran cuore in pista: Regazzoni era forse uno dei piloti più coraggiosi di sempre, non viene mostrato. E per finire, i piloti non fanno una qualifica. Si incontrano sulla griglia di partenza, apprendendo solo allora da che postazione partono, e rimanendo sorpresi se l’avversario è in pole. È come se in un film che parla della finale mondiale di calcio, eliminassero il primo tempo e i calciatori al momento di battere i passetti, chiedessero “quanto stiamo?”.

E sulla sceneggiatura che dire? C’è qualche buona battuta, qualche gustosa spiritosaggine. Ma i dialoghi migliori, sono presi dalla realtà. Quando si è supplito con la fantasia, sono uscite insipidezze da cioccolatino o da retorica americana, roba che puzza di stantio e vista in centinaia di altri film, parole e frasi sussurrate o urlate da tantissima altri personaggi, che fosse un pilota, un soldato, un’infermiera, un manager o un pastore di capre della Murgia: tutti accumunati da un’unica cosa, l’essere privi di personalità.

E così Lauda è un robot, freddo ma geniale. In Ferrari, stando a Rush, aspettavano lui per fare un’auto come si deve, e a lui bastava guardarla un’auto, per metterla a punto. Hunt è una rockstar. Sa solo scopare. E guidare. Non ha un momento umano di cedimento, tranne giochicchiare con lo Zippo. A un certo punto Hunt diventa un eroe, quando un giornalista chiede a Lauda se, ora che non ha più una faccia, sua moglie l’avrebbe lasciato. Hunt incarna il desiderio di tutta la sala (o almeno il mio) e attira il giornalista in uno stanzino, con la scusa di rivelazioni piccanti, e poi gli spacca la faccia, domandandogli se ora anche sua moglie l’avrebbe lasciato. Ma ha tutto il gusto della beffa e della presa in giro.

Nella realtà Lauda era sì un pilota robot, definizione che venne coniata per lui, ma non era così geniale come sembra, anzi, e non era neanche così stronzo, come sembra. Nel libro di lettura delle elementari, c’era una pagina scritta proprio da Lauda. Non ricordo bene cosa c’era scritto. Parlava di una passione per le corse, anche di corse con i camion. Quello che ricordo, è che tornai a casa aprendo il libro e con un sorriso grande grande dissi a mio padre qualcosa tipo: raccontami di Lauda. E lo chiesi perché quella lettura mi aveva sicuramente emozionato. Non proprio da robot, quindi.

Hunt invece si diverte dalla mattina alla sera, e non si spiega mai che tipo di disagio possa aver portato una persona a votarsi completamente al divertimento, fino all’autodistruzione: come è successo.

In conclusione quindi, il film com’è?

Mi ha deluso. Forse mi aspettavo troppo. O forse mi aspettavo qualcosa di diverso. Di rivivere una F1 che oggi non esiste. Di ritrovare personaggi reali, e non, come i piloti di adesso, che danno risposte stereotipate alle interviste.

Ma in Rush non ho rivissuto niente della F1 passata, neanche un bisbiglio di emozione, un ricordo ritrovato, un qualcosa di nuovo da conservare. Solo e soltanto noia (a tratti sbadigliavo) e tristezza, per quello che poteva essere e non è.

Allora vi lascio con un consiglio: vedetelo. Ron Howard prova a clonare Cinderella Man, e ne esce una storia meno coerente e meno appassionante, ma la regia è perfetta. La fotografia eccezionale, con i colori slavati e romantici da anni ’70. Solo il cielo del Nurburgring alla partenza, vale il biglietto. E il suono dei motori, diverso per ogni auto, è quello originale, e anch’io, l’ammetto, un bisbiglio di nostalgia e amara gioia le ho provate, quando, dopo anni, ho risentito la splendida musica del 12 cilindri Ferrari che so non tornerà mai più in F1: l’urlo acuto che ricorda un gatto gigante in una gola di montagna. E infine ci sono tante donne nude, che è bene, ma Olivia Wilde non si spoglia, che è male.

Ma per favore, non ditemi che parla di F1.

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