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Acqua per Venezia

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“Io stanotte scappo.” “Come?” “Io stanotte scappo via, Bepi.” Marek lo fissò con il suo sguardo benevolo ma fermo, gli occhi celesti risoluti. “Quando finiamo la strada, questi ci mettono al muro.”

“Io stanotte scappo.”

“Come?”

“Io stanotte scappo via, Bepi.”

Marek lo fissò con il suo sguardo benevolo ma fermo, gli occhi celesti risoluti.

“Quando finiamo la strada, questi ci mettono al muro.”

“Cosa dici?” borbottò Bepi, scostando la testa e fissando le tavole zincate della passerella.

Stringendo le labbra, Bepi fece un lento passo in avanti. Allungando la mano destra dove teneva la chiave del 18, diede una stretta al bullone della giunta e con la mano sinistra acchiappò il palo montanti per sentire la solidità della struttura. Appoggiò il piede sulla traversa e con un rapido gesto si tirò su e si arrampicò sull’ultimo piano del ponteggio. Dritto in piedi guardò l’orizzonte davanti all’impalcatura.

 

Lo sguardo di Bepi spaziò sulla distesa arida. Una grande pianura di terra biancastra e ondeggiante si estendeva in ogni direzione: un deserto di sabbia e sale. Davanti a loro il terreno si sollevava con pendenza crescente verso un altopiano.  ‘Incredibile… ,’ pensò  Bepi. ‘Qui una volta c’era la laguna… ‘ Sollevò ancora gli occhi per vedere l’orizzonte in alto. Fissò una massa scura e imponente sul dirupo lievemente scosceso diritto davanti a loro. Il caldo sole del pomeriggio stava tramontando dietro la sagoma e ora i suoi contorni risaltavano sulla luce rossa e gialla intensa del cielo. L’immensa struttura sembrava un castello fiabesco sospeso in alto, fatto di mura di diverse dimensioni, cupole luccicanti e una torre centrale lunga, sottile e dritta, appuntita in cima, quasi a bucare il cielo. Bepi si portò la mano sopra gli occhi e riconobbe il campanile di San Marco.

 

La voce di Marek arrivò da sotto i suoi piedi, un bisbiglio dalla passerella sottostante, “Ho sentito Ruslin che dava gli ordini ai suoi. Domattina all’alba mettono su le barriere laser ai lati del cantiere. Ormai Venezia si vede. Vogliono evitare le fughe… o stanotte o mai più.”

 

Bepi non rispose. Si girò e osservò il suo amico attraverso i buchi delle tavole della passerella dell’impalcatura. Vide l’espressione di sicurezza sulla faccia di Marek e poi il naturale e spontaneo sorriso a labbra strette. Da quel sorriso Bepi aveva tratto coraggio e speranza nei duri mesi di lavori forzati. Osservò la lunga strada sopraelevata dietro di loro. Centinai di prigionieri dei popoli sottomessi, per costruire i 100 km di collegamento tra Rovigno (Rovinj, per loro) e Venezia. Che bastardi. Si girò di nuovo, di scatto, emozionato. Ora stavano in cima all’impalcatura che dominava la strada costruita e per la prima volta rivide Venezia. Sembrava un sogno, il paradiso nel cielo.

 

Marek si arrampicò e raggiunse Bepi. Gli prese il braccio e insistette, “Bepi lo so che è la tua città, ma ormai la controllano loro. Guarda cos’hanno fatto! Non c’è più acqua. Hanno prosciugato tutto. Non è più la tua Venezia. ‘Ti ormai si foresta!’ come dite voi.”

 

“Bepi! Marek! Che fate lassù? Scendete! Tutti alle docce! Subito!” La voce di Ruslin tuonò perentoria da sotto il ponteggio.

 

Bepi annuì lentamente a Marek ma poi aggiunse con fermezza, “Di Venezia non me ne frega un cazzo. Ormai è perduta, ma Elisa . . . Elisa è ancora lì.”

 

Marek si staccò da Bepi e fece una pausa in segno di rispetto. Poi incalzò, “Io li conosco bene questi. A noi polacchi ci hanno sempre detestati e massacrati. Per la mia gente c’è solo la fuga. Ci sfruttano ora ma alla fine ci elimineranno. Tu credi sia diverso per voi ma rifletti bene. Non ne sarei così sicuro… ”

 

“Ho detto ‘SUBITO’!” arrivò l’urlo da sotto.

 

“Stiamo stringendo le ultime giunte e sistemando le tavole per domani, Ruslin” rispose calmo Bepi, sicuro della sua consolidata confidenza con il comandante.

 

Marek sbuffò e scosse la testa in segno di scherno.

 

Bepi si irrigidì. “Scendiamo,” disse e cominciò a calarsi dall’impalcatura. Dopo un po’, Marek lo seguì.

 

Bepi ormai era lontano con la testa… Elisa. Elisa era finalmente vicina. Era appena in cinta quando Bepi fu portato via con tutti gli altri uomini della città. Forse non lo aspettava solo Elisa, forse, Dio volendo, lo aspettava una famiglia.  Gli occhi di Bepi si inumidirono. Sostò un momento a metà discesa e fissò Venezia. Tornò in sé.

 

Era successo tutto così in fretta, da un giorno all’altro. Nessuno si era accorto di nulla… Lui, poi… Una mattina si era svegliato coi soldati serbo-croati in piazza. I soldati provarono ad essere gentili ma poi furono spietati. Fecero però delle promesse… Il comandante Ruslin era stato chiaro sin dall’inizio, ‘Ci serve manodopera. Asciugheremo quel poco d’acqua che ci separa fino al Gargano, così uniremo i nostri popoli. Dopo, completata la balcanizzazione dell’Adriatico, vi riporteremo nella vostra terra.’

‘Finora sono stati corretti, o perlomeno, coerenti’ pensò Bepi… poi fissò la terra bianca e arida sotto il ponteggio.

Marek lo raggiunse. Bepi sollevò la testa e lo guardò con affetto.

“Quando te la svigni?”

“Dopo cena, durante il film. Vieni anche tu. Ho già preparato due zaini con dell’acqua.”

“E poi…?”

“Poi raggiungiamo l’altopiano di quella che era la costa e scendiamo fino al polesine per rifornirci dell’acqua potabile. Hanno sicuramente deviato o sotterrato i fiumi, facendoli scorrere negli acquedotti o nelle caverne, come il Timavo nel Carso. Loro devono controllare l’acqua potabile.”

“E da lì?

“Dopo dobbiamo scendere e passare l’Appennino. L’Italia tirrenica è ancora protetta dall’Europa e la Francia difende il Vaticano. E’ l’unico rifugio per i nostri popoli.”

Ripresero a scendere dall’impalcatura fino a terra. Vedendoli arrivare, Ruslin salutò Bepi e si avviò verso il quartier generale spazientito. Bepi e Marek attesero che si allontanasse e poi si diressero lentamente verso gli spogliatoi.

“Ti hanno mai promesso di riportarti in Polonia, Marek?” sussurrò Bepi.

“Polonia non esiste più, Bepi. La cancellarono, insieme ai polacchi.” Marek si bloccò e fissò Bepi negli occhi. “Dopo la conquista, presero controllo dell’acqua potabile e avvelenarono tutte le sorgenti. Vidi morire tutta la mia famiglia.”

“Ma tu ti sei salvato?”  domandò un po scettico Bepi.

“Sono scappato e mi sono salvato bevendo l’acqua piovana, ma alla fine mi hanno catturato e mi hanno mandato a fare i lavori.”

“… e ti hanno tenuto in vita.” aggiunse Bepi.

“Solo perché ero giovane e servivo: ero un costruttore specializzato.” Marek divenne più duro. “Dove vuoi andare a parare, Bepi? Siamo alla fine, ti rendi conto o no?”

“Sì, sì, me ne rendo conto… ma quale fine? … Marek, a mi sta sera i me ga mostrà Venexia!  A ti a’ora i te ga fato dismentegar a Poonia!

Marek rimase interdetto. “Bepi, non essere stupido. Questi fanno solo i loro interessi! Non ti puoi fidare. Ti hanno preso tutto. Ti obbligano a tutto”.

“Per me, TUTTO sta a Venezia! Elisa è TUTTO! Cosa mi rimane se perdo questa speranza?”

 

Marek si ammutolì. Aprì la porta degli spogliatoi e prese a salire le scale. Si girò per un secondo e disse: “Mi porterò dietro il tuo zaino, così non sospetteranno di te. Buona fortuna, Bepi.”

Bepi annuì e ripresero a salire velocemente le scale.

 

Durante la cena, Ruslin andò a sedersi accanto a Bepi.

“Come va, Bepi?  Ormai senti l’aria di casa… ”  Ruslin aveva la faccia seria ma guardava sempre il suo interlocutore con candore e sincerità.

Bepi non rispose ma sorrise.

“Bepi, voi veneti, specialmente voi veneziani, non siete come gli altri prigionieri. Questo tu lo sai bene.”

Bepi continuò a mangiare e fece finta di non sentire.

“I nostri popoli sono legati dalla storia. Inoltre noi vi abbiamo fatto delle promesse che stiamo rispettando a pieno.”

Bepi cominciò a muoversi nervosamente ma dopo poco finì per ammettere che era d’accordo con il comandante: “Sì, sì, Ruslin, lo so e ci credo, ma…”

“Bene, Bepi. Però se voi vi comportate come gli altri prigionieri, diciamo meno nobili, e vi associate a loro, come vi dobbiamo giudicare? Come possiamo sentirci obbligati a mantenere delle promesse verso uomini che si associano a degli animali.”

Bepi improvvisamente si infervorò, “Se ti riferisci a Marek, sappi che è un grand’uomo.”

“Lo sarà pure Bepi… ai tuoi occhi,” rispose pacato Ruslin. “E’ per questo che sono qui a parlarti. Avevo capito proprio bene.”

Poi sporgendosi un po in avanti sul tavolo, Ruslin scurò in viso e parlò con voce minacciosa, trattenendo a stento la rabbia. “Ti devi smarcare da lui. Ci devi far vedere chi sei… e soprattutto, chi vuoi continuare ad essere. Sei un veneziano, figlio della Serenissima, nobile e geniale… o sei qualcos’altro? Qualcosa a cui noi non dobbiamo assolutamente nulla.

Bepi si sentì di piombo. Ruslin si distese, guardò Bepi bonariamente e riprese a sorridere. I due continuarono a guardarsi per qualche secondo, poi Bepi si alzò e si congedò garbatamente.

Ruslin cominciò a sbucciare una mela e rispose distrattamente, “Se hai qualcosa da dirmi stasera, sai dove trovarmi.”

 

Al mattino la voce dell’altoparlante annunciò che tutti gli operai dovevano radunarsi sulla pianura oltre la grande impalcatura. Mentre usciva dagli spogliatoi il primo operaio inciampò su una massa informe ai piedi della porta. Si alzò e guardò a terra. Riconobbe il corpo di Marek. Un soldato alle sue spalle gli urlò di muoversi e non bloccare gli altri. Stordito, il primo operaio proseguì. Dopo di lui, tutti gli operai furono costretti a saltare il corpo morto per uscire dalla porta.

 

Dopo circa un’ora tutti erano radunati in silenzio nell’arsura della grande distesa di sale e sabbia. In cima all’impalcatura apparve Ruslin. Col megafono si congratulò con gli operai per il grande lavoro svolto fino ad allora, un lavoro che aveva permesso a molti di loro di tornare a casa.

“Ecco la vostra Venezia!” esclamò Ruslin.

Grida di gioia s’alternavano tra i ranghi. L’atmosfera divenne improvvisamente leggiadra e gaia.

Ruslin continuò, “Ora che il nostro lavoro è quasi finito, dobbiamo pensare ai rifornimenti per l’ultimo tratto. A circa due chilometri da qui i nostri colleghi hanno scavato dei grossi pozzi per raggiungere le cisterne dell’acqua potabile. Il nostro esercito ha lavorato a lungo per organizzare e garantire il flusso di acqua da bere nel sottosuolo dell’alto adriatico per i nostri popoli. Noi ora dobbiamo garantire la distribuzione di questo bene.”

Bepi ricordò le parole di Marek e raggelò.

Dall’alto, il comandante lo indicò con la mano aperta. “In segno di riconoscimento per la sua lealtà alla nostra causa, abbiamo promosso Bepi Zonin a Responsabile della distribuzione dell’acqua potabile per la città di Venezia.”

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