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La colorata impronta Carioca al Festival della Letteratura di Viaggio

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Concepito a Roma nel 2008, il Festival della Letteratura di Viaggio giunge alla sesta edizione, contrassegnata quest’anno dal Focus sul Brasile.

Concepito a Roma nel 2008, il Festival della Letteratura di Viaggio giunge alla sesta edizione, contrassegnata quest’anno dal Focus sul Brasile. In quattro giorni, dal 26 al 29 settembre, verranno narrati luoghi e culture attraverso molteplici linguaggi: dalla letteratura alla geografia, dalla fotografia al giornalismo, dal fumetto alla musica.

Il Palazzo delle Esposizioni e Villa Celimontana con i suoi  giardini e il Palazzetto Mattei ospiteranno, per l’occasione, incontri con gli autori, mostre, performance, reportage, reading musicali, laboratori di scrittura e di fotografia. Tra i molti nomi noti dei viaggiatori che hanno raccontato il tema del viaggio attraverso immagini, suoni e parola scritta, troveremo Beppe Severgnini, Federico Rampini, Sandro Veronesi, Alberto Asor Rosa, Folco Quilici, Lidia Ravera, Syusy Blady e Vinicio Capossela.

Gli eventi sono a ingresso libero fino a esaurimento posti, eccetto la mostra “Go west” al Palazzo delle Esposizioni.
Il Festival assegnerà due premi, il Premio Kapuscinski a Paolo Rumiz, scrittore e giornalista, nonché autorevole firma di reportage di viaggio. E il premio Navicella d’Oro, da parte della Società Geografica Italiana, sarà consegnato a Ennio Morricone.

L’anteprima all’Ambasciata del Brasile a Piazza Navona ha fornito un piccolo assaggio del Festival e di quello che vuole significare. A dare il via all’incontro è stata una presentazione a tutto tondo – dal titolo “Brasile tra storia e memoria – in cui sono intervenuti il presidente del Festival, Franco Salvatori, il Rettore dell’Università di Rio de Janeiro e alcuni docenti che, alle testimonianze visive proiettate sullo schermo, hanno integrato gli aspetti antropologici le fonti della storia brasiliana, presenti negli archivi italiani.

«Il Brasile è un mondo ancora da scoprire – ha detto il Rettore Ricardo Vieiralves – e la sua economia sta affrontando oggi una trasformazione a livello globale. Inoltre rappresenta il Paese in cui vive la più grande comunità di oriundi italiani, circa 35 milioni».

È seguita al dibattito l’inaugurazione della mostra “Brasile, antiche e nuove esplorazioni” a cura di Livia Raponi,  allestita alla Galleria Portinari dell’Ambasciata. A confronto le foto d’epoca di Ermanno Stradelli, geografo e esploratore dell’Amazzonia di fine Ottocento, e quelle contemporanee di Franco Lubrani, arricchite dalla presenza di sei documentari volti a indagare le micro realtà territoriali brasiliane.

Come appropriata conclusione del pomeriggio, la performance del complesso di chorinho (musica strumentale tradizionale brasiliana) Pé de Moleque.

 

Il Brasile è il viaggio

 

«Ieri teatro di dittature sanguinarie e oggi di forti democrazie». Questo è il Brasile che il Rettore dell’Università di Rio descrive alla gremita platea multietnica. Un Paese che accoglie indistintamente e da cui ci si allontana a fatica. Parole d’ordine sono “dialogo interraziale” e “tolleranza”, conquistati nel tempo grazie al perpetuo incontro tra popoli, etnie e lingue diverse. Un vero e proprio “laboratorio vivente” capace ancora di costruire. Un caleidoscopio di culture in cui si riscontra però l’identità di ciascun gruppo.

«Prima gli emigranti africani e poi, nell’Ottocento, quelli dell’Europa povera (svizzeri, portoghesi e italiani), hanno contribuito alla scrittura delle tradizioni del grande melting pot», afferma il Rettore in un portoghese dall’inconfondibile accento brasiliano.

«C’è un po’ di Italia ovunque in Brasile, persino in luoghi che sembrano irraggiungibili», prosegue il Rettore mentre indica tra gli astanti un “napoletano carioca”, suscitando generale ilarità.

Il Brasile è “il viaggio”.

E, attraverso il Festival della Letteratura di Viaggio, si intende proprio celebrare quegli avventurieri italiani in America Latina, come Ermanno Stradelli (1852-1926), esplóratore, fotografo ed etnografo che ebbe la volontà di studiare, con straordinaria lungimiranza, i popoli nativi dell’Amazzonia. Nella mostra abbiamo ammirato una ricostruzione del suo percorso che contempla la raccolta e divulgazione della narrativa orale del posto e l’indagine approfondita del dialetto “nheengatu” e di altri indiomi indios. Il pubblico annuisce osservando l’ampia varietà di fotografie che Stradelli realizzò nell’Amazzonia nord-occidentale nel bel mezzo delle sue spedizioni lungo i fiumi. Alle foto sono affiancate didascalie originali costituite da lettere, resoconti, carte geografiche, bollettini, manoscritti e pubblicazioni concessi dall’Archivio Storico della Società Geografica Italiana, che aiutano a fissarne il rilievo sia storico che umano.

Un viaggiatore speciale, Stradelli, considerato un mediatore culturale tra il mondo indigeno della foresta e quello civilizzato dei bianchi. Rapporto metaforico tra due opposte ma complementari realtà che si estende in maniera più ampia a quello tra il Brasile e l’Italia.

E c’è l’incrocio tra vecchi e nuovi esploratori. Il fotografo contemporaneo Franco Lubrani va a completare il viaggio del suo predecessore. Il suo faticoso tour in Brasile, da Roma a Rio, passando per Lisbona, è predisposto nel dettaglio con particolare zelo.

Intanto altri curiosi si aggiungono ai presenti per l’immersione collettiva nel variopinto universo carioca. Ci tuffiamo nelle acque scure del Rio Negro che si fondono con quelle bianche del rio Solimoes, per poi traghettarci nello sterminato Rio delle Amazzoni. Non possiamo non visitare il Pan di Zucchero né il Redentore sul Corcovado. Ma poi torniamo a perderci nella fitta foresta tropicale, nelle innumerevoli varietà di piante, tra le balze boschive, passando tra colline e le pareti rocciose per poi bagnarci sotto piogge inaspettate.

E arriviamo infine a Salvador de Bahia. Le sue chiese rievocano il lusso dell’era coloniale ma il villaggio palesa tutta la desolazione, la povertà e  la rassegnazione.  Nei ripidi e angusti sentieri incontriamo personaggi infiacchiti dagli stenti ma dai quali può anche risorgere all’improvviso quel brio innato, da sempre emblema dei brasiliani, che trova espressione nella danza, nella musica, nei colori vividi, insomma nella voglia di vivere e di divertirsi.

Nei sei documentari proposti, favelas e periferie si alternano a ritmo di samba, capoeira e  hip hop,  gli entroterra più nascosti vengono portati alla luce da maestri itineranti la cui arte consiste nell’istaurare uno scambio continuo tra cinema e antropologia. Attraverso racconti e ritratti vengono fuori contrasti e similitudini tra i gruppi razziali, miscelati al fine di guardare il Paese da un insolito punto di vista on the road. La telecamera si sofferma sui nativi e sui loro valori, rituali, cerimonie legate al carnevale. Lo spazio intimo, ristretto e personale si allarga al confronto generale con le opposte atmosfere dei vari  quartieri latini.

«Viaggiare ti lascia senza parole, poi ti trasforma in un narratore», affermava un esploratore berbero del ‘300. È questo il senso del Festival della Letteratura di Viaggio. Perché fra letteratura e viaggio vi è sempre stata una relazione di reciprocità: il viaggiatore e lo scrittore nascono insieme. Infatti, le forme primarie di scrittura sono quelle relative al viaggio, quelle che rendevano possibile la comunicazione a distanza. Il famoso diario di bordo. L’esperienza del viaggio è l’evasione dal conosciuto e dal familiare, è un confrontarsi con l’Altro e con il diverso e, proprio tramite questo confronto, si conquista l’identità. E con la letteratura il lettore viene trasportato, gli è concesso di viaggiare di nuovo.

Tutto ciò che viene esperito può essere tramandato attraverso una testimonianza scritta o con una storia fatta di immagini e fotogrammi
che, come in questo caso, ci hanno portato negli angoli reconditi di un Paese poliedrico ma dallo spirito unico.

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