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Mamma non avrebbe voluto

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Guido aveva nove anni e voleva fare il corso base di alpinismo. Ci andava anche Luca, il suo amichetto per la pelle, se non veniva rimandato a scuola e smetteva di tirare la coda a Binù, il gatto dei vicini. Guido era bravo in tutte le materie, aveva dieci in condotta e a boy scout era stato premiato come miglior lupetto dell’anno. Ma non bastava.

Guido aveva nove anni e voleva fare il corso base di alpinismo.

Ci andava anche Luca, il suo amichetto per la pelle, se non veniva rimandato a scuola e smetteva di tirare la coda a Binù, il gatto dei vicini.

Guido era bravo in tutte le materie, aveva dieci in condotta e a boy scout era stato premiato come miglior lupetto dell’anno.

Ma non bastava.

“Sei ancora troppo piccolo, è pericoloso. Mamma non avrebbe voluto.”

 

La madre veniva nominata una volta all’anno nell’anniversario della morte e più volte al giorno quando, a Guido, si doveva negare qualcosa.

Mamma, appunto, non avrebbe voluto.

“E perché non avrebbe voluto?” chiese Guido.

“Perché la montagna è cattiva.”

Guido, però, pensò che anche Luca era cattivo, ma lui riusciva sempre a tenerlo sotto e a batterlo a biliardino. Allora iniziò a salire e scendere le scale di casa immaginando di essere in montagna. Osservava con attenzione i gradini di legno, lucidi e levigati, come fossero sassi che si trovavano lungo i sentieri. Evitava di appoggiarsi al corrimano perché gli alpinisti hanno le gambe forti. E lui sarebbe diventato alpinista.

Un giorno in cui il padre, architetto, era fuori città per lavoro, Guido ebbe la tentazione di entrare nello studio di papà, che si trovava al secondo piano. Controllò che la donna delle pulizie non fosse nei dintorni, girò piano la maniglia ed entrò di nascosto.

Mamma non avrebbe voluto.

Lo studio era uno spazio unico enorme con un arredo minimalista.

Guido si accorse che la fotografia di mamma, che una volta era sopra il tavolo, si trovava ora su uno scaffale della libreria vicino ai cataloghi delle mostre e alla clessidra nera.

Era bellissima mamma, in quella foto! Foto che Guido avrebbe voluto portare via e tenere tutta per sé.

Ma mamma, lo sentiva, non avrebbe voluto.

Alle pareti c’erano molti quadri e disegni e Guido fu colpito da una gigantografia che riproduceva una casa tutta storta e colorata.

Lo sguardo fu poi attratto dalla scritta che si trovava sotto l’immagine:

“La linea retta è cattiva.”

Guido sapeva cos’era la linea retta, l’aveva studiata a scuola.

La distanza minima tra due punti.

Sapeva anche cosa significasse cattivo, tipo gli orchi delle favole o Luca quando strappava la coda alle lucertole o molestava Binù.

E, secondo papà, anche la montagna.

A Guido venne un‘idea: dominare la linea retta sarebbe stato come dominare la montagna.

Quindi se fosse riuscito a camminare senza cadere lungo una linea retta avrebbe ottenuto quello che desiderava: il corso di alpinismo.

Mamma non avrebbe voluto.

Non essendoci una linea retta più retta delle altre, Guido avrebbe scelto quella più lunga, quindi più difficile, quindi più cattiva, quindi forse più efficace.

Pensò alla linea retta più lunga della casa: il corridoio no, perché a metà si piegava a elle; il lato lungo del salotto, ma c’erano i mobili che non si potevano spostare; lo studio di papà, ma lì non si poteva entrare.

Guido era un po’ deluso, erano rimasti solo il garage, sempre occupato dalle auto e..si! la terrazza condominiale al decimo piano. Si arrivava con l’ascensore, in mezzo c’erano gli stendini della biancheria ad asciugare, ma attorno si poteva camminare. Certo, era più pericoloso, ma Guido non aveva paura: lui, voleva diventare alpinista.

Scendendo le scale, sempre senza appoggiarsi al corrimano, Guido contò i gradini.

Erano 15, come i giocatori di una squadra di rugby, e decise che 15 sarebbero stati i giorni in cui allenarsi per la prova finale. Che, aveva calcolato, sarebbe caduta di domenica, quando non c’è mai nessuno in terrazza a stendere il bucato.

Per esercitarsi Guido iniziò a camminare seguendo i bordi delle mattonelle.

In cucina era abbastanza facile, perché il cotto fiorentino era fatto di pezzi grandi e squadrati e con un po’ di attenzione si riusciva a stare in equilibrio.

Più difficile era farlo in camera da letto, dove il parquet era a pezzi lunghi e sottili, spesso alternati, e i tratti rettilinei continui più brevi.

Però, ogni giorno che passava, Guido acquisiva maggior equilibrio e sicurezza.

Una sera il padre, che lo colse nel bel mezzo dei suoi esercizi, chiese con ironia:

“Cosa stai facendo? Vuoi diventare equilibrista?”

Guido rispose imbronciato:

“No, mi sto allenando per una gara importante.”

Avrebbe voluto aggiungere:

“Vincere la gara con la linea retta per poter vincere la montagna” ma si trattenne.

Temeva che svelare il suo piano avrebbe annullato l’effetto magico della sfida.

Le sere in cui c’era anche papà a cena, perché papà non c’era sempre a cena, Guido cercava di sondare se avesse cambiato idea, sperando che la linea retta e l’allenamento costante potessero funzionare anche prima dei 15 giorni.

La risposta del padre era, però, sempre automatica monotona e fredda come la segreteria telefonica prima del bip:

“Guido, sai che…”

“Mamma non avrebbe voluto” lo anticipava rassegnato il piccolo. Che una volta osò aggiungere:

“Ma mamma non è più con noi e non sappiamo davvero cosa avrebbe voluto.”

Guido da allora smise di chiedere e continuò ad allenarsi.

La sera prima del quindicesimo giorno andò a letto presto perché l’indomani “doveva fare una gara importante.”

La mattina successiva fece colazione abbondante, si vestì con la tuta aderente che faceva meno attrito e lo aiutava a stare in equilibrio, si mise i calzetti rossi coi quali aveva vinto la caccia al tesoro a boy scout, scelse le scarpe da ginnastica verdi perché il verde, diceva nonna Fernanda, porta fortuna, si guardò allo specchio e si avviò all’ascensore.

Guido si sentiva teso come alla finale del torneo di basket, quando vinse la medaglia come miglior marcatore. Mamma era così contenta quel giorno!

Ora, anche se era l’unico concorrente, la gara sarebbe stata molto più difficile.

Ma voleva farcela.

Anche mamma avrebbe voluto.

Come previsto, di domenica la terrazza era deserta, tutti erano via o impegnati in altre attività. Solo papà, anche nel giorno di festa, era fuori città per lavoro.

A piccoli passi Guido raggiunse il bordo esterno della terrazza e guardò giù.

Il marciapiede, il semaforo all’angolo e gli alberi che costeggiavano il viale sembravano un disegno in scala ridotta, come quelli dei libri di geografia.

I due puntini che si muovevano erano, forse, corridori di jogging.

Poi alzò la testa e guardò il cielo, che dalla terrazza sembrava ancora più alto e fantasticò di essere sulle dolomiti dove poteva accarezzare le nuvole.

Ma prima doveva vincere la battaglia con la linea retta, che era cattiva.

E lo stava aspettando.

Guido prese posizione lungo il bordo, inspirò forte, recitò l’”angelo custode” e cominciò.

Portò avanti dapprima il piede destro, su cui si sentiva più sicuro.

Lentamente seguì il sinistro, quindi il destro ancora, bilanciandosi con le braccia quando gli sembrava di perdere un po’ l’equilibrio.

Era molto teso, Guido, ma anche molto concentrato; sapeva cosa c’era in palio, non guardava mai di lato e teneva gli occhi e le energie fissi su quella linea retta che sembrava sempre più retta, sempre più lunga, sempre più cattiva. Sempre più simile alla montagna.

Era arrivato quasi a metà percorso quando appoggiò male il piede destro, soffocò con orgoglio un urlo di spavento e si spostò per contrappeso verso sinistra cercando di non uscire dal bordo rettilineo per terra. Stava quasi recuperando l’equilibrio quando la gamba destra d’improvviso cedette e Guido scivolò.

Nell’arco dei pochi secondi che durò la caduta dalla terrazza al decimo piano, Guido gridò.

La linea retta era cattiva.

Il corpo, a terra, era finito in diagonale sul marciapiede.

Nemmeno Luca, quell’anno, andò al corso di alpinismo.

Mamma non avrebbe voluto.

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