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Sandra Bullock a Venezia

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Sandra Bullock oggi a Venezia è vestita di celeste. Un tubino semplice che esalta la sua linea perfetta, arricchito da piccoli intarsi di camoscio chiaro nella stessa tonalità dei sandali...

Sandra Bullock oggi a Venezia è vestita di celeste. Un tubino semplice che esalta la sua linea perfetta, arricchito da piccoli intarsi di camoscio chiaro nella stessa tonalità dei sandali con il tacco alto da diva.

Un’eleganza discreta, di grande classe, la sua. Smalto chiaro, un trucco appena accennato, l’ombretto che risalta il velluto nero degli occhi pieni di profondità che si accenderanno di dolcezza e di ironia durante gli incontri con i giornalisti, ma che adesso, prima che inizino le interviste, sembrano immersi in qualche grave pensiero. Come un ricordo lontano, un’astrazione mentre fissa un punto davanti a sé.

 

 

Tra le mani stringe la tazza del thè e beve a piccoli sorsi, seduta su un’alta pedana, mentre tutto attorno nella stanza le sue agenti e i tecnici si affannano a studiare l’inquadratura del suo viso sul monitor, spostano luci, regolano altezze. Lei è altrove.

 

Ma è solo un istante poi Sandra Bullock con competenza e ironia dà indicazioni alla sua squadra in modo da completare in fretta l’allestimento del set.

 

Alle sue spalle, oltre i vetri della finestra che le incornicia il volto, il cielo di Venezia richiama il colore del suo abito e non è certo un caso, come lei stessa dirà: “volevo un colore che si confacesse a tutto questo: al cielo, all’acqua, alla leggerezza”.

 

E azzurro, l’azzurro della Terra, del cielo, dello spazio infinito è il colore che lascia negli occhi Gravity (ma sarà davvero azzurro, ci chiediamo, o è un’alterazione del nostro ricordo?), il film di Alfonso Cuarón con cui la 70a Mostra di Venezia ha aperto i battenti ieri sera e di cui Sandra Bullock è la protagonista, nei panni della dottoressa Ryan Stone alla sua prima missione a bordo dello shuttle insieme all’astronauta Matt Kovalsky interpretato da George Clooney. Ma quella che sembrava una normale passeggiata nello spazio si trasforma d’un tratto in una catastrofe. Stone e Kowalsky rimangono soli nel grande universo, collegati fra loro da un filo e immersi nell’oscurità. Per tornare a casa bisogna addentrarsi nello spazio infinito.

 

Il set è pronto, iniziano le interviste.

 

“Sorprende che la vera protagonista del film sia lei, una donna, e che un attore del calibro di George Clooney le faccia solo da spalla”.

 

“George sarà forse l’attore non protagonista del film, ma senza la sua presenza il film non sarebbe ciò che è”, si schermisce Sandra Bullock. “Un altro regista, con un’altra sensibilità, avrebbe scelto un uomo per il mio ruolo, ma Alfonso Cuarón ha voluto una donna. Ha lottato per questo. Ed io sono stata fortunata.”

 

“Lei meritava questo ruolo. I suoi film sono memorabili”

 

Sandra Bullock ride, non cede alla lusinga.

 

“No di certo. Ci sono film che ho fatto e che vorrei dimenticare… E comunque c’erano molte attrici  che avrebbero meritato questa parte; io dalla mia ho avuto la fortuna. In passato ho fatto commedie romantiche perché erano le uniche dove ci fossero ruoli per le donne. Ma adesso le cose a Hollywood stanno cambiando. I film con donne protagoniste vendono bene. E Hollywood, che in sostanza è business e mercato, è più disposto ad investire in grandi ruoli femminili. E noi siamo qui da sempre che aspettiamo…”

 

“Lei  ha dedicato il suo Oscar (Oscar come miglior attrice in The Blind Side nel 2010 – NdR) a sua madre. La causa delle donne, della loro creatività le è sempre stata a cuore”.

 

Sul viso di Sandra Bullock qualcosa vibra. Come chi colga un profumo nell’aria, un sapore che lo proietta altrove. E il bordo inferiore dei suoi occhi è lucido di commozione.

 

“Sì ho dedicato l’Oscar a mia madre” ripete annuendo. E si concentra per essere certa che sia chiaro ciò che sta per dire, “Ho ricevuto molto dalle donne, molti grandi doni. Mia madre, prima di morire, è riuscita a vedere, almeno in parte, il successo che ho avuto nel lavoro. Mi sarebbe piaciuto che vedesse anche il resto, mio figlio…”.

Quel figlio adottivo di tre anni e mezzo che ritornerà sempre nelle sue risposte. I siti internet raccontano della separazione dal marito scapestrato con cui aveva avviato le pratiche per l’adozione.

 

“Avrei voluto che vedesse tutte le cose belle che ho avuto oltre al lavoro. Vorrei che mia madre, mia nonna e le donne della mia famiglia prima di loro vedessero ciò che ho adesso, perché è a loro che lo devo, a quello che hanno fatto per me in tempi che per le donne erano più difficili”.

Sorride, solleva il braccio ad indicare tutto attorno: Venezia alle sue spalle, il profilo delle gondole che si intravedono in lontananza.

 

“Anche Venezia lo devo a lei. Mia madre mi portava sempre qui quando ero bambina, era tedesca, una cantante d’opera. Quando vivevamo in Germania, o durante le sue tournée venivamo spesso in Italia, che lei adorava. E grazie a quei viaggi Venezia mi è rimasta dentro, insieme ad altre immagini bellissime. Per questo adesso viaggio sempre con mio figlio perché anche lui conservi le immagini, i ricordi.

 

Ma tornando alle donne e all’arte, io sono cresciuta in una famiglia di artisti e non c’era differenza tra un’artista donna o uomo. Che si fosse maschi o femmine, l’importante era la passione per le cose che si facevano. Se vuoi essere artista devi mettere passione e duro lavoro.  Sono cresciuta con l’idea che bisogna lottare per creare”.

 

“E George Clooney? Come è stato passeggiare con lui nello spazio? È diverso dagli altri partner maschili con cui ha lavorato?”

 

“Oh ogni attore è diverso, non si possono fare confronti. Ogni film è un mondo a parte. Ma con George ci conosciamo da molto prima che uno di noi potesse permettersi i soldi per l’affitto, ci conosciamo dai tempi del liceo”, sorride, sembra che riveda il George giovane di quegli anni.

“E il George di allora è lo stesso George di adesso, forse ora è diventato ancora più generoso di un tempo. Vuole che tutti stiano bene, che tutti possano avere ciò che lui ha. Sul set è una ventata di gioia, di vita, di allegria. Quando George se ne va sembra che il set muoia, si spenga. In Gravity purtroppo non c’è stato molto tempo per stare insieme”.

 

Si interrompe un istante. I suoi occhi si riempiono di ironia. “Non eravamo certo nello spazio, almeno avrei visto qualcosa di bello. Invece non si vedeva un bel niente, abbiamo lavorato tutto il tempo in un teatro di posa, ero chiusa dentro una sorta di marchingegno, tagliata fuori da ogni suono, da ogni rumore, avevo solo degli auricolari dove ogni tanto mi arrivava la voce di Cuarón, o la voce di George, ed era bellissimo ascoltare le loro voci. E in quel silenzio e in quel buio dovevo compiere dei movimenti calcolati matematicamente alla perfezione, quando si avvicinavano con il computer per indicarmi esattamente l’ampiezza del movimento che dovevo compiere con un braccio mi sentivo morire, oddio ecco che tornano, mi dicevo, e mentre muovevo il braccio con precisione matematica dovevo trasmettere nelle parole l’emozione del mio personaggio. Ed io per trasmettere qualcosa, devo provarla, avere almeno qualcosa a cui afferrarmi. E a cosa potevo afferrarmi in quello spazio vuoto? È stata questa la difficoltà più grande: riuscire a contattare la parte più profonda di me da cui attingere le emozioni. Alfonso Cuarón mi ha aiutato con la musica. Facendomi arrivare in quel vuoto la musica che poteva aiutarmi.”

 

“Qual è stata la cosa più difficile e quella che le ha dato più emozioni durante la lavorazione?”

 

“Oh tutto è stato difficile, difficoltà ed emozione vanno insieme. Era difficile essere sempre soli, senza nessun contatto umano, difficile superare la claustrofobia, io sono molto claustrofobica”, sembra arrossire un istante, poi sul suo viso appare la determinazione, la forza, “ma tutto questo lo usi. Usi la solitudine terribile che provi, la disperazione, il silenzio, usi il panico e la frustrazione, lo riversi nel tuo personaggio. Perché è lo stesso panico, la stessa frustrazione che probabilmente provano gli astronauti lassù.

“Era un film per cui era difficile prepararsi anche se, prima di iniziare le riprese, abbiamo parlato molto con Cuarón di Ryan Stone, del mio personaggio. Chi è, che segni le ha lasciato la grande tragedia che ha vissuto.

“Eppure alla fine non avevo idea di come sarebbe stato il film. E ieri quando l’ho visto per la prima volta è stato grandioso. L’universo, la terra come sono stati ricostruiti sembrano così veri, così vivi”

 

“E chi è Ryan Stone?”

 

“È una donna che ha vissuto una grande tragedia. E si è chiusa in se stessa, tagliando ogni legame con il mondo che la circonda. È solo il guscio della persona che era un tempo. Fa il suo lavoro, ma si tiene lontana dalle emozioni. E l’universo, lo spazio infinito, dove gli astronauti sono soli e vedono la terra da lontano (le meravigliose sequenze iniziali del film) sono anche una metafora di come ci si possa allontanare dalla vita dopo aver vissuto esperienze molto dolorose, quando si è stati colpiti nel profondo”.

 

“Ma il film sembra dire che ci sono sempre delle ragioni per tornare a vivere per andare avanti. Per lei quali sono?”.

 

“Oh per me ce ne sono tantissime: ho la salute e sono felice. Amo la mia vita. Non dò niente per scontato: mio figlio, la mia famiglia, il mio lavoro…”, ride, “…almeno finché non mi butteranno fuori a calci. Per me il senso della vita è nella gratitudine che provo ogni mattina, l’immensa gratitudine al risveglio per ciò che mi circonda.  Ci sono momenti come ieri sera, momenti come pensi che non ci saranno mai nella tua vita ed invece arrivano e la cosa più bella è che puoi vivere quei momenti con gli amici, con George”.

Ieri sera si dice che si siano divertiti molto sul tappeto rosso.

“Quelle ragazzine che sono lì ad aspettarti per ore mi riportano alla mia adolescenza. Mi riportano indietro ai tempi di scuola. Alla parte bella della scuola. E vorrei essere lì con loro. Non mi sono mai sentita a mio agio davanti ai fotografi, nelle foto ho sempre la stessa espressione, ma con quelle ragazzine è diverso”.

 

 

“E alla fine quale crede che sia la soluzione per uscire da una situazione di stallo, quando si rimane bloccati nel proprio dolore, distaccati dal mondo?” Sandra Bullock ci pensa un istante. I suoi occhi sembrano più scuri, più profondi.

 

“Credo che la lezione del film, senza rivelare nulla, sia che bisogna saper lasciar andare le cose. The hardest thing is to let go. Vogliamo sempre controllare tutto, e questo non è possibile, ci sono cose che necessariamente ci sfuggono, non sono come vorremmo e dobbiamo accettarlo. Abbiamo così tanto, questo universo immenso che ci circonda ed invece ci chiudiamo, ci isoliamo”.

 

“E lei sullo spazio ci andrebbe? Alcuni suoi colleghi si sono già prenotati per il primo giro turistico nello spazio”.

 

“No, non fa per me. Ho parlato con degli astronauti, per prepararmi, mio cognato è riuscito a mettersi in contatto con il fratello di un astronauta. Sono persone che ammiro moltissimo, hanno grande amore per l’universo. Ma io preferisco stare qui. I am not a good flyer. Se mio figlio un giorno volesse andarci lo accompagno, ma non ha mai fatto parte dei miei sogni. Sto bene con i piedi a terra”.

 

“Lo spazio è visto da molti come una comfort zone. Se per lei non è lo spazio qual è allora…?”.

 

“…la mia comfort zone? Oh credo sia fatta delle cose più semplici, più terra terra…”, ci pensa ancora, “giocare con mio figlio, credo che sia la cosa che mi fa stare meglio, giocare con lui, senza avere problemi a cui pensare. I bambini quando giocano, si divertono con qualunque cosa, siamo noi adulti che abbiamo bisogno di cose complesse, mio figlio crea giochi meravigliosi dal nulla, i bambini ti ricordano quanto sono semplici e dolci le cose più belle”, ride, “mio figlio mi tiene in forma, ho sempre amato fare sport, ma adesso ancora di più perché se lui mi chiede di rincorrerlo voglio poterlo fare sempre”.

Sorride, piena di dolcezza. L’amore per suo figlio non sembra artefatto, ritorna sempre e arriva dal più profondo, da quella zona dove in questo film era così difficile arrivare.

 

Bisogna lasciar andare, è vero, let it go. Ciò che non si può controllare, ciò che non si può trattenere: l’età che passa, un marito che non c’è più, e con lui l’idea della famiglia che si era costruita insieme. Lasciarlo andare.

 

Ma bisogna avere cura, dicono i suoi occhi profondi, la cura più attenta e amorosa per ciò che la vita ci lascia. Per ciò che resta quando i detriti che distruggono l’astronave sono ormai lontani. C’è un figlio, c’è l’arte, e i ricordi e le immagini di Venezia che adesso appare grandiosa dal roof garden che si affaccia su san Giorgio Maggiore.

Sandra Bullock seduta al tavolo contempla la meravigliosa laguna con il suo  sguardo assorto, lontano, guarda la meraviglia di ciò che resta: i ricordi dei suoi viaggi di bambina insieme alla madre cantante d’opera (“Spero ci stia guardando” ha detto poco fa) e il futuro di suo figlio, che gioca da qualche parte qui vicino inventandosi giochi dal nulla come anche i bambini ricchi sanno fare.

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