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Guardò il display per vedere le ultime foto della sera prima. Non ricordava nulla, aveva bevuto un bicchiere di vino rosso, non lo faceva mai, non lo reggeva. Non capiva bene cosa avesse fotografato ieri, quelle immagini gli sembravano tutte eguali.

Guardò il display per vedere le ultime foto della sera prima. Non ricordava nulla, aveva bevuto un bicchiere di vino rosso, non lo faceva mai, non lo reggeva. Non capiva bene cosa avesse fotografato ieri, quelle immagini gli sembravano tutte eguali. Guardò meglio, era assurdo. Aveva fotografato i suoi piedi nudi, solo i suoi piedi nudi, niente altro, Fotografati, fotografati, in modo ripetuto, ossessivo. I suoi piedi nudi e magri. Le unghie curate, arcuati come i piedi di un orientale.

I suoi piedi avevano grazia, gli piacevano, erano l’unica cosa che gli piaceva del suo corpo. Aveva iniziato a fotografarli, non sapeva perché. Non sapeva cosa farsene di tutte quelle foto, tutte eguali e tutte di- verse, eppure gli piacevano.

Scese di casa, faceva ancora caldo, troppo caldo.

Prese la vespa per andare in centro, il casco gli dava fastidio. Iniziò a girare, così senza una direzione precisa come sempre, ma non vedeva nulla, nulla che gli piacesse. Si sentì perduto, non sapeva nem- meno più fotografare, non aveva più voglia. Sapeva fotografare solo i suoi piedi, non vedeva altro, non riusciva più a fotografare altro. Prese a guardare di nuovo le foto dei suoi piedi sul display

della macchina fotografica. Doveva trovare qualcosa da fare per riempire le sue giornate, tutto quel tempo senza niente da fare. Entrò nel negozio di fotografia. La stampa digitale è solo un attimo e hai le foto, perfette lucide, senza poesia. La poesia non serviva più, non interessava nessuno. Uscì, aveva stampato cento copie della stessa immagine, i suoi piedi alla luce artificiale della sua camera da letto.

Aveva iniziato a farlo senza pensarci, aveva iniziato a lasciare quelle foto, le foto dei suoi piedi, dove capitava, nei bar, sulle scale di una chiesa, al supermercato, nella metro, ovunque. Girò tutto il giorno, si sentiva meglio, come se le foto dei suoi piedi potessero parlare di lui, di quello che non andava. Tornò a casa.

Si svegliò meno stanco del solito. Per la prima volta uscì senza la macchina fotografica, aveva con sé solo la scheda, voleva stampare altre foto, sempre la stessa immagine, i suoi piedi, alla luce fredda della sua stanza. Aveva stampato altre cento foto dei suoi piedi, le lasciò a caso di nuovo, forse negli stessi posti, faceva sempre lo stesso giro, quasi senza accorgersene. Cam- minava con quelle foto sotto il braccio, chiuse in una busta verde, il nome del laboratorio di stampa color oro, non aveva voglia di parlare con nessuno, ma voleva che qualcuno vedesse quelle foto. L’insalata con il mais, presa nel suo bar di sempre, non gli piaceva, non aveva molta fame. Non aveva voglia di tor- nare a casa, voleva continuare a camminare, almeno fino a quando non avesse finito di lasciare le foto.

Era sera oramai, ma faceva ancora caldo, gli era venuta fame. Si fermò a mangiare qualcosa nel ristorantino sotto casa, il vino bianco lo stordì un po’. Aveva lasciato tutte le foto. Gli mancava solo una copia, l’ultima copia della foto dei suoi piedi.

Vide la vespa bianca, parcheggiata sotto casa, vicino alla sua, una vecchia 125 TS. Incastrò la foto nel parabrezza della vespa bianca. Quella sera dormì bene.

Gli sembrò di avere dormito solo un attimo, invece aveva dormito tutta la notte, senza svegliarsi. La sua vespa non partiva quella mattina, non voleva saperne. Guardò il cruscotto, la spia della benzina, forse aveva finito la benzina. La vide, chiusa in una busta trasparente, sulla sella della sua vespa, fermata con del nastro adesivo. Una piccola foto in bianco e nero, i bordi bianchi, come le foto di una volta. Guardò bene prima di capire. Nella piccola foto in bianco e nero si vedevano due piedi, due piedi da donna piccoli, due piedi quasi da bambina. Pensò a uno scherzo. Guardò meglio la foto, in basso una scritta a ma- tita, quasi illeggibile, solo una parola, cercami.

La vespa bianca 125 TS, era ancora lì, ma la foto dei suoi piedi, che aveva lasciato sul parabrezza la sera prima non c’era più. Guardò meglio la vespa bianca accanto alla sua, cercò di ricordare se avesse visto chi la usava, ma non lo ricordava, non ci aveva mai fatto caso. Magari quella foto l’aveva lasciata lei, quella dei piedi da bambina, lo aveva visto sotto casa lasciare la foto e lo aveva fatto anche lei. Anche lei andava in vespa, la vespa bianca era sua, sarebbe stato facile incontrarla, bastava aspettare, prima o poi sarebbe arrivata. Gli sembrò tutto facile, si senti tranquillo, l’avrebbe trovata. Fu solo un attimo, capì che non poteva essere così facile. Quella vespa non c’entrava nulla, chissà di chi era.

Voleva incontrarla, poteva fare solo una cosa andare in giro dove aveva lasciato le foto. Lui non la conosceva, ma lei si, l’aveva visto da qualche parte e aveva lasciato la foto dei suoi piccoli piedi da bambina. Aveva girato tutto il giorno, inutil- mente, non era successo nulla, si sentì molto stanco.

La sua vespa era ferma davanti al cinema, a Piazza Cavour. Vide la busta trasparente sulla sella della sua vespa, lo aveva se- guito, lei era lì. Si guardò intorno per cercarla, non vide nes- suno. Gli tremavano le mani. Tre foto piccole in bianco e nero. I piedi piccoli e scuri della donna, le unghie laccate, una volta più scure, poi più chiare. In basso la grafia minuta, a matita: cercami, cercami, puoi trovarmi, scritto su tutte e tre le foto. Ma dove, come poteva fare, lei lo seguiva, perché non si faceva vedere, perché faceva così, che gioco era. Si sentì arrabbiato con lei. Doveva smettere, non aveva senso, era solo uno scherzo, uno scherzo di qualcuno che si stava divertendo. Doveva smet- tere, tornare a casa, fare la solita vita, non voleva agitarsi, stava già male così. Voleva tornare a casa, mettersi a letto, dormire, smettere di pensare a quei piccoli piedi scuri, non esserci più.

Fece le scale a piedi, la busta trasparente era lì, attaccata alla porta di casa. Dentro ancora una volta un piccola foto in bianco e nero, in basso una scritta a matita, più minuta del solito quasi illeggibile. Fece fatica a capire. Guarda, guarda bene, puoi tro- varmi, solo quelle poche parole, senza molto senso. Quella sera, guardò quella foto per tanto tempo, non riusciva a capire, non riusciva a dormire.

Alla fine doveva essersi addormentato, la luce del sole illu- minava il brutto armadio bianco davanti al suo letto. Si sentiva

molto stanco, rimase un po’ a letto prima di riuscire ad alzarsi. Aveva attaccato le foto dei piedi della donna sull’anta bianca dell’armadio, una accanto all’altra, per poterle guardare tutte assieme. Quei piedi erano bellissimi, ma dove era, esisteva dav- vero, perché giocava con lui. Non frequentava più nessuno, non aveva incontrato più nessuno da tanto tempo, non sapeva cosa fare. Guardò di nuovo le foto, una accanto all’altra. Un bianco e nero bellissimo, dovevano averle stampate a mano come una volta, una carta pesante, che sapeva d’argento. Le guardò con attenzione una per una. La luce dell’estate le illuminava, non vedeva delle stampe così belle da anni. Le staccò dall’armadio, una ad una per vederle meglio vicino alla finestra, voleva en- trarci dentro.

La vide, nell’ultima foto, quella che aveva trovato attaccata alla porta di casa, quella che gli chiedeva di guardare meglio. Sul dorso del piede sinistro, una scritta quasi impossibile da ve- dere in una foto in bianco e nero così piccola. Ti aspetto, sono da Settembrini, il bar lo conosci, questa sera alle otto, se hai sa- puto trovarmi. Gli girava la testa, lesse quella frase chissà quante volte, era vero, era vero. Doveva prepararsi, presentarsi bene. Il barbiere, la camicia nuova, i mocassini, i jeans. Faceva tutto come se fosse drogato e il tempo sembrava non passare.

Era nel bar finalmente, doveva solo aspettare.

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