La campagna elettorale di Riccardo III

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«Totus mundus agit istrionem». Tutto il mondo agisce come un istrione, è scritto sulla bandiera che svetta dal Globe Theatre di Londra.

 

«Totus mundus agit istrionem». Tutto il mondo agisce come un istrione, è scritto sulla bandiera che svetta dal Globe Theatre di Londra. E proprio di questo principio – partorito nel Medioevo da un pensatore cristiano – William Shakespeare innerva tante sue opere, specie quelle politiche.

Rispetto al passato la politica a teatro è meno presente. Non si può dire altrettanto del teatro nella politica. Infatti, grazie alle sue poliedriche perfomance, l’uomo politico veste spesso i panni del navigato commediante, così come i comizi elettorali trasmettono quanto di più artificioso, ostentato, esasperato si potrebbe assistere in una pièce. Un passaggio, quello alla teatralizzazione della politica, che coincide con il fenomeno della “personalizzazione del potere”, del leaderismo, per il quale il politico non è più chi trasmette un messaggio ma è egli stesso il messaggio. L’accezione non è sempre positiva, tutt’altro.

Quando si parla di incarnazione negativa del potere e di manipolazione non si può non citare la figura shakespeariana di Riccardo III.

Dal 29 agosto all’8 settembre lo vediamo inserito nel cartellone del Silvano Toti Globe Theatre a Villa Borghese, che vanta da dieci anni la direzione artistica Gigi Proietti.

Il Globe si integra nel XVII Secolo in quel contesto di barocchismo dello stile e di una società in cui (all’epoca ma anche oggi) le parole d’ordine sono “spettacolarizzazione” e “visibilità”. Visibilità degli attori e degli spettatori. In effetti, superata l’usanza del buio in sala, tutto nel teatro elisabettiano è traboccante di luce. Quello che allora caratterizza sia l’aspetto estetico che comunicativo, è la volontà di abbattere la barriera tra palcoscenico e pubblico, esaltandone l’inevitabile legame. Un po’ come l’interazione del politico con i suoi elettori.

Attraverso “Riccardo III” e i conflitti di interesse sopraggiunti dopo la Guerra delle due Rose, combattuta dalle casate dei Lancaster e degli York nel 1400, si evidenziano i caratteri universali della brutta politica:  ipocrite alleanze, improbabili rimpasti, effetti devastanti che la morale di un governante produce sulla salute dello stato, dinamiche di dominio che si assoggettano a mere pulsioni individualistiche.

Il regista e scenografo Marco Carniti, in scena al Globe di Villa Borghese, intende mostrare ciò che accade all’interno dell’essere umano quando viene a contatto con il potere. In un’intervista cita esempi limite come Assad e Saddam Hussein, ma ammette che in realtà nessun governante è in grado di  gestire il potere, né di evitarne i meccanismi di abuso.

Lo studioso Paul Corrigan nel suo libro “Shakespeare e il management. Lezioni di leadership per i manager d’oggi” sostiene che Riccardo III sia uno dei quei leader che caldeggiano il cambiamento. Potrebbe essere definito un “rottamatore”. Purtroppo però è poco sviluppato il suo spirito di collaborazione e tende a prediligere la solitudine del potere assoluto al lavoro di squadra. Finirà per questo in una spirale discendente che lo porterà alla rovina.
Le parole che Riccardo rivolge al suo “pubblico/elettorato” si tramutano infatti in azioni sempre negative. Già dal primo monologo – in cui palesa l’invidia verso il re d’Inghilterra, suo fratello Edward – dichiara apertamente lealtà al Male. Munito di gobba e di gamba claudicante, Maurizio Donadoni è un perfetto Riccardo, abietto, egoista, affabulatore, profittatore, ma che con il suo carisma ci attrae e ci fa simpatizzare per lui. Quando racconta che la spietatezza insita in lui ha origine dalla sua deformità fisica, lo fa con un misto di autocelebrazione e autoreferenzialità, calcando sul pronome “io”. «Io che non sono fatto per il sollazzi d’amore. Né tagliato per contemplarmi compiaciuto in uno specchio; io che una perfida natura ha defraudato d’ogni armonia di tratti e d’ogni lineamento aggraziato mandandomi anzi tempo deforme e incompleto in questo mondo di vivi». Ma è solo la sua strategia discorsiva per essere (eletto) incoronato. Utilizzando elementi della retorica classica, punta al raggiungimento del consenso, non tanto con la fase aristotelica del fidem facere (ispirare fiducia) ma con quella dell’ animos impellere  (persuadere gli animi).

Come sostiene il politologo Murray J. Edelman, il linguaggio politico è “il linguaggio attraverso cui si esprime una relazione di potere”, è un vero e proprio strumento del fare politica. Il suo “dire”, “fa”: espone progetti, sollecita alleanze, mobilita consensi, neutralizza dissensi.

Sono proprio le vesti linguistiche adottate (lessico, figure retoriche e musicalità) che consentono a Riccardo di sedurre Lady Anna, far imprigionare Clarence e ottenere la morte di Hastings.

Riccardo fa presa sul destinatario anche con quelli che oggi Umberto Eco definisce “tratti soprasegmentali” (giochi di sguardi, gesti, sorrisi, artifici vocali, ammiccamenti). Con la modulazione della voce – che passa da poetica e indulgente, a roca e minacciosa, a piccolo sussurro ironico e beffardo – , rivela il suo vero io.

Dotate di attrazione estetica, in quanto legate al fascino dell’ambiguità, sono le figure retoriche, che costituiscono un ottimo mezzo per la captatio benevololentiae del pubblico. Le metafore, in particolar modo, sono una scelta accattivante ed evocativa. «Le estati brevi hanno probabilmente una precoce primavera» dice Riccardo del giovane principe Edward, non augurandogli certo lunga vita e giustificando così il male che compirà su di lui come parte del ciclo naturale delle stagioni.
Particolarmente abusate sono le “interrogative retoriche”: «È forse vuoto il trono? La spada non ha chi l’impugni? Il re è morto? L’impero è vacante?
Quale erede di York c’è in vita se non noi?
E chi è re d’Inghilterra se non l’erede del grande York?».

Il leader, in questo caso, si rivolge direttamente al destinatario ma le domande equivalgono in realtà ad affermazioni vere e proprie e focalizzano l’attenzione non sulla forma ma sull’inevitabilità della conclusione, instaurando così una circolarità comunicativa.

Un lungo discorso/azione quello di Riccardo III che non si limita a descrivere la realtà ma vuole agire sulla medesima con l’intento di operarvi una trasformazione, connotandosi perciò alla stessa stregua di una studiata dichiarazione propagandistica.

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