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Avanti il prossimo

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«A dotto’, nun faccia er furbo! Se metta in fila come tutti.» «Carlo, ci siamo solo io e te qui.» «Ao’, nu ricominciamo co ‘sta storia, eh! Qui ce sta un sacco de gente! Faccia er bravo e aspetti er turno suo.» «E quando arriva il mio turno, cosa dovrei fare?» «E che ne so! Dipende da quello c’hanno deciso loro. Mica so legge nel pensiero io.»

«A dotto’, nun faccia er furbo! Se metta in fila come tutti.»

«Carlo, ci siamo solo io e te qui.»

«Ao’, nu ricominciamo co ‘sta storia, eh! Qui ce sta un sacco de gente! Faccia er bravo e aspetti er turno suo.»

«E quando arriva il mio turno, cosa dovrei fare?»

«E che ne so! Dipende da quello c’hanno deciso loro. Mica so legge nel pensiero io.»

«Va bene, va bene. Ora devo andare. Tu cerca di non arrivare tardi a pranzo. E’ pronto tra cinque minuti. Ci vediamo domani. Ciao.»

«Ciao dotto’, ciao. Tanto lo sapevo che mollava. Va sempre de corsa lei…»

Lo lasciò in piedi lì, solo e con la faccia verso il muro, nel corridoio vuoto al piano terra del padiglione 4, pochi metri dopo la porta della sala mensa. Gli dispiacque di dover scappare, perché Carlo ce lo aveva in simpatia, fin da quando era arrivato. Lo avevano prelevato in tre da un ufficio postale dove era andato in escandescenza mentre era in coda per pagare una multa.

Uscì dal cancello ed entrò in auto. Partì. Era tutto bloccato, come al solito.

 

Ogni volta la scoperta gli faceva male, gli massacrava i nervi, e lui faceva respiri lenti e profondi per tenere a bada l’agitazione.

Quel pomeriggio però qualcosa andò storto. Reagì come sgonfiandosi. Il corpo si afflosciò sul sedile, la testa piegata sul collo, le spalle in giù. Solo nelle mani aveva un po’ di tono, nella destra per il cambio, in due dita della sinistra per il volante; e su entrambe le caviglie per la ginnastica tra frizione, freno e acceleratore.

Mise la freccia a destra e svoltò.

Avanzava a passo d’uomo, tre o quattro metri e poi fermo di nuovo, lo sguardo spento sulla macchina di fronte, la coda dell’occhio sull’altra fila immobile nella corsia opposta. Faceva caldo ma teneva il finestrino chiuso, per proteggersi dal rumore e dalla puzza, che comunque si insinuavano tra le intercapedini dell’abitacolo.

Squillò il cellulare. Lesse “papà” sul display e stava per rispondere, pronto a sfruttare l’occasione per scaricare un po’ di nervi. Ma lasciò cadere il telefono perché uno entrò da destra e gli si piantò davanti, fermo in attesa che la fila sull’altra corsia lo facesse passare. Quando passò lo guardò con un’espressione schifata. E gli fece ancor più schifo quando questi agitò fuori il braccio peloso verso un altro che lo aveva appena insultato, urlando versi incomprensibili che venivano risucchiati dalla vettura che se lo portava via.

Cominciò a sentire un formicolio addosso, una tensione sottile che riempiva il corpo, arieggiava i polmoni, faceva scivolare il sangue nella pancia. La sensazione gli piacque. Lo scrollava dal torpore, gli dava forza per reagire. Ma per fare cosa? Per andare dove? Era sempre lì, seduto su una poltrona e legato come un prigioniero, con macchine davanti, di dietro e pure di lato. Tutte ferme, incastrate. Come lui.

Qualcuno suonò il clacson, qualcun altro rispose.

«Ma che cazzo suonate?»

Chiuse gli occhi e aspettò che finissero.

Smise di pensare e cominciò a contare. Contò le automobili che si allungavano sulla strada in salita, contò gli incroci che attraversava, i semafori che passava, gli arresti che faceva, contò i secondi che restava fermo, i metri che percorreva. Contò i battiti del cuore, e si accorse che rallentavano. Pensò che stava funzionando.

Arrivò davanti a un cantiere stradale. Un tipo grosso e sporco gli fece cenno di passare con il lato verde di un cartello. Spinse la macchina oltre e poco dopo udì una voce dire come in un sussurro:

«Avanti il prossimo!»

Si voltò verso il sedile a fianco, poi su quello posteriore, infine scrutò attraverso il parabrezza la strada appena percorsa. Il tipo col cartello era già a una trentina di metri, non era stato lui a parlare.

Tornò a guardare avanti.

 

A un tratto una City car gli tagliò la strada. Scorse Carlo, proprio Carlo, alla guida del veicolo. Impossibile. Si convinse che fosse solo una banale somiglianza.

Stava per varcare l’ennesimo semaforo, quando l’auto che lo precedeva inchiodò col giallo. Cercò gli occhi del guidatore nello specchietto retrovisore. Riusciva a vederne solo un ritaglio, ma non ebbe dubbi che quegli occhi fossero tali e quali a quelli di Carlo. Volle uscire, ma esitò un istante di troppo. Era di nuovo verde.

All’imbocco di una curva un agente della Municipale accompagnava il corteo di auto facendole sfilare una ad una. Superò la curva e si trovò davanti un autobus col parabrezza sfondato e uno scooter incastrato tra i resti del fanale e il grigio dell’asfalto. Il corpo del conducente era cinque metri oltre la coda dell’autobus, a terra e con il casco ancora in testa. L’uomo era immobile e teneva gli occhi sbarrati verso l’alto, ignaro dei due agenti che lo proteggevano dal passaggio delle macchine. Riconobbe il volto di Carlo.

Sentì una stretta al torace. Gli sembrò di soffocare, voleva gridare ma aveva la gola bloccata, le braccia aggrappate al volante. Mise in folle e si fermò in mezzo alla strada, guardando il cruscotto, i pedali, il freno a mano, il vano portaoggetti, la luce sul tettuccio: tutto gli sembrò così vicino, come se l’abitacolo si stesse restringendo. Sganciò la cintura e aprì lo sportello, pronto a saltar fuori. Ma udì un clacson avvicinarsi e richiuse di riflesso. Sentiva il corpo espandersi e la testa che si gonfiava. Stava per scoppiare.

 

Poi, all’improvviso, non si vide più il braccio sinistro. Poi toccò al destro:  nessuna mano teneva il volante. Sparirono anche le gambe, una dietro l’altra. La macchina non poteva ripartire né frenare. Scrutò in basso e vide il sedile vuoto, senza un’impronta. Sentì il corpo farsi leggero, la testa diventare inconsistente.

Non aveva più bisogno di respirare, né di ascoltare il cuore, e neanche di star seduto in macchina. Sfilò le chiavi, aprì lo sportello e uscì guardandosi intorno.

Raggiunse l’auto ferma dietro di lui ed entrò dalla parte del passeggero. L’uomo con gli occhiali, la cravatta allentata e la camicia sudata si voltò di scatto e rimase a guardare lo sportello. Poi ripartì senza dire niente. Lo lasciò fare una dozzina di metri e gli alzò la leva della freccia, che iniziò a lampeggiare a destra. L’auto girò e raggiunse un semaforo rosso.

Scese e salì sul furgone che si era messo in coda. L’omone alla guida si voltò al suo fianco come se stesse cercando qualcuno, ma non poté che guardare oltre lui. Il furgone ripartì e giunto all’incrocio l’omone mise la freccia a sinistra. Si allungò sotto al volante e risollevò la leva della freccia, facendola scattare due volte. Il furgone controsterzò di colpo, quasi investì una signora con un cane, girando deciso a destra. Poi si fermò di fronte un alimentari, il motore si spense e l’omone tirò su il freno a mano.

Scese di nuovo e vide una donna entrare in un’auto parcheggiata. Entrò con lei e si allacciò la cintura. La donna aveva un viso ovale con lineamenti sottili e morbidi, una cornice di capelli lisci e neri fino alle spalle, le dita lunghe e affusolate, una gonna di jeans corta che lasciava intravedere uno slip in pizzo di colore verde acqua, in cima a due gambe sode perfettamente proporzionate. Restò ad ammirarla mentre guidava. Fece cadere il portaocchiali dal cruscotto; quando lei si abbassò, riuscì a vedere un giovane seno liscio rigonfiarsi in avanti e scoprirsi oltre metà dalla camicetta bianca. Sorrise. Solo in quell’istante rimpianse di essere trasparente.

Dopo il semaforo la donna svoltò a destra. Giunse al parcheggio e trovò posto davanti al cancello.

 

Scese prima di lei ed entrò nell’edificio. Attraversò quasi tutto il corridoio del padiglione e si diresse in sala, dove i piatti erano già a tavola. Si sedette all’unico posto libero.

«Ciao Carlo, alla fine è arrivato il tuo turno?»

«Certo, dotto’, come sempre! Ma vedo che è arrivato pure er turno suo.»

«Sì, basta solo avere un po’ di pazienza.»

«E che non lo so? Ma aspetti a comincia’, dotto’! L’infermiere m’ha dato l’ultima Zyprexa, pe’ la sua è andato a fa’ rifornimento in Geriatria. Mica s’offenderà se je danno la roba dei vecchi?»

«Figurati, Carlo. Una compressa è sempre una compressa. E poi ormai non vado di corsa. Posso aspettare tutto il tempo.»

«Bravo, dotto’! La vita bisogna prendela con calma. Ma lo sa che m’è successo oggi all’ufficio postale?»

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