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Tutte pazze del Topo

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Perché leggo? Probabilmente per colpa della mia insegnante d’italiano delle medie. Credo che se non fosse stato per lei forse non avrei iniziato, o almeno non così presto.

Perché leggo? Probabilmente per colpa della mia insegnante d’italiano delle medie. Credo che se non fosse stato per lei forse non avrei iniziato, o almeno non così presto. Perché a casa mia i libri ci son sempre stati, negli scaffali ma mai nessuno che si fosse azzardato a prenderne uno, in mia presenza, per leggerlo; forse per spostarlo o magari per spolverarlo.

Ci sono persone che posizionano un libro sul comodino, solitamente bello alto, per fare scena o per poter dichiarare di avere un libro sul comodino. Qualche volta per sentirsi in pace con la coscienza lo aprono per dare un’occhiata cercando delle frasi chiave, salvo finire alle ultime pagine per poter asserire di aver letto il libro nel caso in cui qualcuno dovesse chiederglielo. Come quelli che vanno a Messa la domenica, ma verso la fine per saltarsi tutta la manfrina sul Vangelo e dopo essersi beccata un’immeritata benedizione se ne tornano a casa tutti contenti. Ma i miei non hanno mai avuto questo rimorso di coscienza, dopotutto con il da fare procurato da tre figlie del nostro calibro chi potrebbe biasimarli?

Nonostante questo io ho iniziato a leggere qualcosa di più serio di Topolino nell’estate fra la prima e la seconda media; non so se quello sia stato veramente il mio primo libro ma nella memoria ormai rimane il punto di svolta decisivo che mi procurò la fama d’intellettuale della famiglia.

Già quando divoravo i fumetti per loro ero un po’ strana, ma si rassicuravano pensando che dopotutto anche mio padre ne era stato amante da giovane. Il problema dei fumetti, però, per quanto mi riguardava, era l’uscita settimanale. Se compravo Topolino il mercoledì mattina, la sera lo avevo già finito e mi toccava aspettare un’altra settimana, allora adottai diverse tecniche. Leggevo una storia alla volta, costringendomi ad aspettare un paio d’ore prima di attaccarne un’altra. Funzionava, ma arrivavo giusto al giovedì. Non era abbastanza, potevo fare di meglio. Ampliai la gamma delle letture, scoprii le antologie che raccoglievano storie vecchie. Ma poi il problema iniziava a diventare di natura economica. A 8-9 anni, per giunta più di un ventennio fa, le paghette non è che fossero granché cospicue. Quando ricevevi diecimila lire potevi considerarti fortunato tanto che avresti voluto offrire a tutti al bar, che ne so, un Lemonissimo. Allora escogitai un sistema per rientrare delle spese sostenute per la lettura. Ogni pomeriggio, io e le mie coetanee vicine di casa, allestivamo una bancarella di vecchi numeri di Topolino, Minnie, Paperinik e via dicendo. Qualche volta arricchivamo il banchetto con bomboniere di cui le nostre mamme erano felici di disfarsi, almeno non le avrebbero dovute spolverare ad ogni giro di boa.

All’inizio il posto designato era il marciapiede davanti alle nostre case, ben presto ci accorgemmo che spostandoci nella via accanto avremmo fatto più affari, perché ci saremmo accaparrata anche la clientela della gelateria. Piccole imprenditrici crescono. Non ci crederete, ma la gente comprava. C’erano i collezionisti che ne approfittavano per recuperare qualche numero perso, c’erano quelli a cui facevamo leggermente pena e gli amici dei nostri genitori che volevano evitare la figura dei tirchi. Ecco, è così che ho cominciato a leggere e a fare affari.

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