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Pagamento occasionale

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Data

"Sono una ragazza povera, con un bambino piccolo. Datemi qualche centesimo per far mangiare mio figlio. Dio vi benedica" ripeteva con gli occhi vispi e la bocca smorzata in una smorfia Donjeta.

“Sono una ragazza povera, con un bambino piccolo. Datemi qualche centesimo per far mangiare mio figlio. Dio vi benedica” ripeteva con gli occhi vispi e la bocca smorzata in una smorfia Donjeta.

Teneva un bambinetto per mano e con un bicchiere di carta firmato Mc Donald’s passava da una persona all’altra, facendo risuonare le poche monete. Aveva i capelli mossi neri, con delle striature di rame, raccolti alla rinfusa in uno chignon. Indossava una t-shirt gialla sbiadita e un pantalone alla pinocchietto. Non capivo se fosse abbronzata o semplicemente se quella pelle fosse l’elemento distintivo della sua popolazione.

Me lo appuntai sul taccuino: “Pelle arsa dal sole o tratto etnico? Vedi Google”

A me gli zingari facevano schifo e nonostante non avessi espresso mai giudizi personali sui miei pezzi e ancor meno sul lavoro assegnato, quella volta avrei veramente voluto mandare a quel paese quel bastardo di Finizi.

Mi disse: “Se davvero vuoi lavorare, ti devi sporcare le mani, devi raccontare dei rom e del loro tempo speso sui mezzi pubblici”.

E il display della metropolitana diceva che la prossima fermata sarebbe stata Termini. Nel frattempo dallo smartphone di un ragazzo seduto accanto a me risuonava una canzone dei Red Hot Chili Peppers.

La mattina dopo fu una levataccia. Decisi che dovevo arrivare lì alle 5, all’apertura della stazione, per capire a che ora Donjeta sarebbe arrivata.

Le facce che attraversano la stazione a quell’ora sono uguali in tutto il mondo. Zombie che si sono lasciati andare, in attesa che un giorno cambi tutto. Gente che non ce l’ha fatta e sopravvive. Io invece volevo fare il giornalista e ho fatto il giornalista. E’ vero guadagno 8 euro al pezzo, ma la gavetta la devono fare tutti, no? Io farò il giornalista d’inchiesta e racconterò le cose di cui tutti questi pezzenti hanno paura.

Ma ecco Donjeta. Oggi si è messa una maglia rossa a pois viola, ma indossa ancora gli stessi pantaloni del giorno precedente. Mi piazzo dietro ad una colonna e la vedo lì a cercare nel carrello della spesa che si trascina dietro, un mandarino da mangiare. Lo sbuccia come una vampira e uno spicchio lo mangia lei, un altro lo dà al suo bambino, dopo averlo masticato un po’. Che schifo.

La settimana successiva accompagna con il microfono il figlio che suona “Lasciatemi cantare” come fosse una mazurka. Poi cantano “All I need is love” e chiudono ad Anagnina con la colonna sonora di Titanic.

Ma quante lingue sanno questi zingari? Avranno invaso le periferie di tutto il mondo e saranno stati cacciati da tutti gli stati onesti.

Mi appunto sulla moleskina “Flussi migratori degli zingari. Vedi Wikipedia”.

Di Domenica Donjeta non si presenta mai alla metropolitana. E’ festivo anche per lei. Va al mercato di Monte Mario, a due passi dalla stazione. Scoprirlo è stato quasi un caso. Ero lì a distribuire gli ultimi volantini dell’attività di comunicazione pubblicitaria che svolgevo durante il fine settimana. Ero diretto a San Pietro e, all’improvviso, come per miracolo, l’ho vista. Ho rimandato la benedizione della settimana per seguire quella cenciosa.

Ho iniziato a seguirla tra la folla urlante, tra la puzza dell’aglio che mi veniva sparata in faccia, tra le canzoni neomelodiche napoletane e le azalee vendute in fiore. Altro che i suq, altro che Cinatown, questo è molto peggio.

Non capivo perché la gente veniva qui a divertirsi, a rilassarsi, a trascorrere la domenica mattina. Mi sembrava un girone dell’inferno.

Ma ad un certo punto Donjeta si volta e mi guarda fisso. Cammina ancora in avanti e poi di nuovo, si volta. Ma guarda proprio me? Inizia a correre. Io la seguo, corro.

Corro. Ma lei anche corre. Qualcuno dietro di me urla: “E’ una ladra!!” Vorrei dire che non è vero, vorrei discolparla, ma… no. E’ troppo bello che lei corra perché ha paura di me. Esce dalla folla, si rotola verso una scarpata. Io le corro dietro ancora, lei si volta e mi sputa dritto in faccia.

Mi pulisco alla meno peggio e continuo a correrle dietro, lungo il vialone che porta alla stazione. Lei sta per entrare all’ingresso, ma ecco che si trova davanti due vigili urbani grassocci che la bloccano.

Caccio fuori una voce che non avrei mai pensato di avere: “E’ una ladra!!”

Il vigile grasso e basso blocca le mani di Donjeta e lei si volta e mi guarda con un viso senza alcuna espressione. Molto meno eloquente di quello che utilizza per recitare la sua solita cantilena della ragazza povera con un bambino piccolo.

Il vigile grasso e alto urla: “Signora dia subito il portafogli al signore e la finiamo qui, altrimenti oggi non sa come va a finire”.

Donjeta rimane immobile, come una statua. Io respiro affannato, quasi aspettassi davvero il portafogli pieno di tutte le cose più importanti della mia vita: una foto con i miei genitori a casa nostra in Puglia, il libretto dell’università, il biglietto del festival del rock dell’estate romana.

Invece niente, quella nemmeno prova a difendersi.

In mezz’ora mi trovo a seguire l’auto della Polizia Municipale fino alla stazione di Primavalle. E finalmente scopro il suo vero nome “Marta Blaga” nata a Busescu il 19/04/1981. Coetanea e incensurata. Proprio come me. Cioè non proprio come me.

Inizio a pregustare il sapore dolce della gloria da scoop. Immagino già a Gravina mio nonno che racconta al giornalaio di quell’articolo che parla della cattura di una zingara a Roma scritto proprio da suo nipote.

Scrivono la mia testimonianza. La deontologia del giornalismo mi impone di raccontare la verità ai miei lettori. Ma qui non mi legge nessuno, a parte questi due agenti e questa Marta Blaga. Dico che questa signorina mi ha rubato il portafogli nel mercato, per poi gettarlo via durante la nostra corsa rocambolesca.

Ai miei lettori invece racconto la verità che si vogliono sentire raccontare. Una zingara che vive come può e che si guadagna da vivere rubando il portafogli alle persone oneste.

Scrivo l’articolo nella mia cameretta umida in affitto, allego ed invio all’indirizzo di Finizi.

Finizi non risponde subito.

Ricontrollo 2 ore dopo, ancora nulla. Vado a dormire, mi sveglio e apro di nuovo la casella. Niente: solo pillole di viagra e la newsletter della biblioteca.

Che palle. Devo aspettare di arrivare in redazione.

Scendo le scale e vado dritto all’edicola. Magari il pezzo è sul giornale di oggi e Finizi non mi ha nemmeno avvisato. 1 euro con l’inserto tv del martedì.

Cerco frettoloso nella cronaca. No, non c’è nulla che parla dei rom. Beh d’altronde ho inviato il pezzo solo alle 18.00. Non ce l’avrebbero mai fatta a pubblicarlo. Che scemo sono stato a pensare che…

Arrivo in ufficio ed ecco alla scrivania di fronte Finizi, col suo solito completo grigio. Mi guarda serio e dice: “Ti devo parlare”

Ha letto il pezzo. Stavolta non l’ha ignorato. L’ha letto.

“Tu stai migliorando, sei bravo. Sei molto preciso, attento al dettaglio…”

Eh sì. Ho fatto una ricerca sui flussi migratori degli zingari arricchita con date e dettagli. Avevo aggiunto addirittura una scheda di approfondimento sulla loro struttura sociale e su come essa si differenzi a seconda del ceppo della popolazione.  Dai che questa volta mi tengono a lavorare con il contratto fisso!

“Ma purtroppo nella carta stampata non ci sono più soldi. Ci hanno tagliato il budget per il nuovo anno, quindi dal prossimo mese non potremo più permetterci i co.co.pro” dice.

E’ come se le sue parole mi arrivino alle orecchie coperte da ovatta. E l’unica cosa che riesco a dire è: “E il mio pezzo sui rom?”

Finizi fa spallucce.

Vaffanculo Finizi, vaffanculo zingari, Italia paese per vecchi e ladri.

E la verità? Perché nessuno mai dice la verità?

Scendo quattro scale di piani a piedi e finalmente arrivo sul marciapiede di fronte alla redazione. Ora posso respirare e buttare fuori tutto. Cammino a passo svelto. Roma disegna una stupenda giornata e io voglio vivermela, nonostante tutto.

Ma vicino alla fontana, ecco uno della stessa razza di Donjeta. Questo fa pure finta di essere cieco. Ha davanti a sé un cestino con degli spiccioli e qualche banconota che i passanti hanno distrattamente donato.

Ma sarà davvero cieco? Mi guardo alle spalle, poi a destra, poi a sinistra. Sono le 3 del pomeriggio e Roma sembra deserta. Cammino svelto e appena davanti al rom, infilo la mano nel cestino e prendo 8 euro.

Occasionalmente mi sono pagato il pezzo.

Cammino svelto verso la fermata del bus. Il 997 sta arrivando e io ho solo voglia di andarmi a sedere.

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