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A Calabria, n’to core ppe sempe!

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"Robbberttto, dddevi venire accà. Este uggente! Una questione di vita o di morte e pe l’amicizia e u rispettu tra mia ,tttia e i nostri patri aiu bisognu i tia! Mi fido solu i tia".

“Robbberttto, dddevi venire accà. Este uggente! Una questione di vita o di morte e pe l’amicizia e u rispettu tra mia ,tttia e i nostri patri aiu bisognu i tia! Mi fido solu i tia”.

Rimango immobilizzato e penso al miglior modo per defilarmi con una valida scusa. Ma davanti a me l’immagine di noi ragazzi sempre pronti a spalleggiarci. Mio padre si sarebbe rivoltato nella tomba.

D’accordo Vincenzo, parto subito.”

Roberto, sono 10 anni ccche ‘ntttoorni a RRRossarno.

Dall’incendio all’azienda di papà.

Robertttho, cangiaru un pocu i  cose accà!

Biglietto su Internet, valigia, mi catapulto puntuale alla stazione Termini. Cammino lungo il binario e seguo con attenzione i numeri dei vagoni. Carrozza 7 la mia, posto 12 occupato! “Mi scusi questo è il mio posto, ho la prenotazione”. Un signore di mezza età  con golf di lana bordeaux e giacca aperta per la protuberanza della sua pancia si alza in modo molto affabile; poggia la sua mano sulla mia spalla e con il viso molto vicino al mio, tanto da poter sentire l’odore del suo alito, mi guarda dritto negli occhi ed esclama gesticolando con l’altra mano: “Aviti raggiuni, guardati u me postu  este chiddu. Se gentilmente voi potete accomodarvi lì mi fareste una grande cortesia visto ccche io e a mia famiddia stamu sempri uniti, faccia la cortesia vi prego!”.

Rivolgo lo sguardo alla famigliola felice: padre, figlio, madre, nonna e, viste le dimensioni di ogni membro, non ho alcuna obiezione ad accomodarmi al mio nuovo posto, molto vicino a loro. Di fronte a me una giovane ragazza veramente beddicchia. Lunghi capelli neri, occhi grandi e rotondi scuri con delle lunghe ciglia nere, una quinta di reggiseno. Le accenno un sorriso per sondare il terreno di una possibile conoscenza, ma a rompere questo idillio l’annuncio che partiremo con mezz’ora di ritardo!

Alzo gli occhi al cielo, non ricordo un viaggio all’insegna della puntualità. Batto il piede destro, penso e ripenso alle parole di Vincenzo. Un leggero formicolio, concentrato alla bocca dello stomaco, gradualmente pervade tutto il mio corpo, devo assolutamente fumare una sigaretta. Mi dirigo verso la porta del treno ma la trovo bloccata e naturalmente non c’è neanche l’ombra di un dipendente a cui chiedere aiuto. Sto per tirare un pugno alla porta quando si avvicina un anziano signore che mi chiede aiuto per chiamare suo figlio. Compongo il numero da lui dettato sul suo telefono “PPPronttoo Nunziceddu, mi senti fiddio meo, mi senttti? partimmu cu mezz’ora di ritardu, mi phiddi tu alla stazione? Piddiami tu cui niputi che i voddiu salutari, capiscisti? Ma piddiu se no eh? Mi scialu co i picciriddi.“. E prima di salutare aggiunge “mi raccumandu Nunziceddu ccccando nescite, accuppatevi bonu picchì faci friddu”. L’anziano signore nel ringraziarmi ripetutamente tossisce lanciando sul collo della mia camicia un tocco di catarro. Che schifooo! urlo senza controllo e corro alla ricerca di un bagno. Raggiungo il più vicino ed è chiuso, cambio carrozza e non c’è la carta, più avanti un’altra toilette … ma è fuori servizio, proseguo e incontro una coppia che sta discutendo, mentre si lava le mani dentro l’unico bagno funzionante: “Salvattthore tthuo ppadre è anziano, meddio che ccci prendeee u meo alla stazione.

Ma che diciiii, che figura ci faccio. Per rispetttto di tthuo ppadre ave a venire u meo, lo sai che la tua famiddiia ci tiene a ste cose” ,

“Eh ccerto e se si sdirrupa  n‘to  burrone pecchì sbanda’nta curva? pe’ ire pà casa nostra sunnu strade i muntagna, scure e ci stanno gli  animali selvatici.”.

Sti due mi stanno sfracassando i cuddiuni e il catarro si sta asciugando sulla mia camicia, che schifo! Dopo essermi pulito, nnnasiato torno al mio posto senza aver fumato la sigaretta, prendo il corriere dello sport dalla valigia e sorrido all’unica luce di quella giornata: la beddicchia ragazza. Ed è proprio lei a rompere il ghiaccio.

Va in Calabria?

Si, lei no?

Io proseguo per  la Sicilia. Comunque io sono Serena

Piacere io Roberto, e ci stringiamo la mano. Che fa a Roma? le domando

L’avvocato penalista.

Veramente? lo sa anche io volevo  studiare giurisprudenza. Con un  mio caro amico sognavamo di fare qualcosa nella lotta contro la mafia.

E poi che è successo? mi domanda

Alla fine ognuno ha preso la propria strada e io ho scelto ingegneria, perché era più facile trovare  lavoro.

In mezzo a tutta questa confusione parlare con la beddicchia mi ha calmato il mal di testa, ma nella mia mente riecheggia ancora la voce di Vincenzo che dice “cangiaru un po’ di cose”. Provo a chiamarlo. Ciao Vincenzo sono a Napoli, ancora 5 ore e sono arrivato! accamora avimu un ppocu i ritardu. Va bonu? Comunque ti chiamo quando arrivo vicino a Rosarno, così mi vieni a prendere alla stazione o t’incrisci? Senti Vincenzo ma puoi accennarmi qualcosa per telefono? quello che puoi? Sono preoccupato!”

 “A mejju parola e chida ca non si dica, sopratttuttto pe ttttelefono. Avimu a fari nu discursu pecchè succediru un pocu i cosi che hanno a che fari con l’attività.” Attacchiamo e sono più preoccupato di prima.

Un profumo di cibo invade tutta la carrozza.  La famigliola felice ha conzato la tavola. Sotto gli occhi di tutti un tipico menu calabrese: una teglia di parmigiana di mulingiane, pipi china, panini cu satizzu, cui pumuduri sicchi e capocollo, crostini con la ‘nduja. Senza chiedermi niente il signore di mezza età con la giacca aperta passa un piatto preparato appositamente per me e la beddicchia contenente i peperoni ripieni e il panino con la salsiccia. E per completare ci offre un bicchiere di vino rosso. Mangiamo, ci sorridiamo tutti e la mia testa gira forte.

Ho bisogno di un caffè e attraverso l’altra parte del treno, ancora a me oscura, in direzione del vagone ristorante. Faccio pochissimi passi e il dondolio della percorrenza aumenta i miei giramenti di testa finchè una brusca frenata del treno mi scaraventa addosso a un passeggero. Siamo fermi in mezzo alle montagne calabresi, dopo Cosenza e torno al mio posto. Mi siedo e mi rialzo continuamente, cammino su e giù per il corridoio. Sudo freddo! Su e giù … ancora su e giù, avanti e indietro, i finestrini non si aprono, e le porte sono tutte bloccate, siamo tutti ingabbiati dentro il treno e io vado di fretta con il mio mal di testa che aumenta. Osservo i miei compagni di viaggio tutti calmi e rilassati, ma io non ce la faccio più e impreco tutte le malanove che mi passano.

Ma che cazzo vi siete messi in testa oggi? Ritardo, guasti, un treno che faci schifo! Cririti veramente di aviti a chi fari cu dei babbasuni? Parlo con voi ferrovie del mio cazzo! Vi denuncio, mannaia la terra, anzi mannaia a voi!A chi devo scrivere la lettera di reclamo?

La gente nel vagone mi guarda. Il capo famigliola felice mi prende sottobraccio e mi accompagna al mio posto. Non sono abituato a queste reazioni e mi  siedo in preda a un abbassamento di pressione. La beddicchia ragazza sorridendo mi porge una bottiglietta d’acqua, mi bagna la faccia, il collo e i polsi con un fazzoletto, mi fa aria sventolando il mio corriere dello sport. Il silenzio diventa l’unico suono dominante. Mi addormento profondamente.

Gioia Tauro, siamo in arrivo a Gioia Tauro dice una voce lontana.

Apro gli occhi, ho un attimo di confusione e non capisco. Vedo le labbra della beddicchia Serena pronunciare qualcosa ma sento lontano, mentre con le braccia intorno al mio collo cerca di muovere la mia schiena  su e giù per svegliarmi. Guardo fuori e vedo il cartello blu che preannuncia la stazione di arrivo di Gioia Tauro. Sussulto sul sedile. I pensieri più assurdi passano per la mia testa confusa: Gioia Tauro? ma forse è una nuova stazione? oppure hanno cambiato il nome a Rosarno, o magari hanno spostato la città. Sgrullo la mia testa verso destra e sinistra per riprendere il controllo della situazione, mi rendo conto dell’illogicità dei mie pensieri, recupero il corriere dello sport e velocemente vi scrivo sopra il mio numero di telefono.

Tieni Serena appena torni a Roma chiamami, così ci vediamo. Scusami ma vado di fretta. Grazie Serena! – senza rischi di schiaffi volanti, le mollo un bacio veloce e rapido, e scendo dal treno che sta per ripartire. Dalla banchina della stazione la guardo e lei mi sorride, saluto con la mano e guardo il treno ripartire. Quando è ormai lontano mi accorgo di aver dimenticato la valigia. Cazzo! E tiro un calcio alla lattina abbandonata sulla banchina. Cazzo! Questo non è un viaggio è un incubo. Immediatamente sfilo il telefono dalla tasca dei miei pantaloni e provo a chiamare Vincenzo.

“Pronto aundi stai?”

“Enzzo perdono. Sugnu a GGGioa TTTauro, vieni qui?”

“Mannia la terra Roberttto! come facimu, ‘ncesti tempu!”

“che vuoi dire?” domando sempre più preoccupato.

“Mi ribellai Robbertto, m’ribellai! e non pozzu muovermi. Non apro u negozio da iiiorni, ma ttti voddhio dire che io sugnu nnnasiato di tutta sta storia, voddhiu fare qualcosa ma solo cu tia!”

 “Non capisco Vincenzo, che stai dicendo, che stai dicendo?” ripeto più volte urlando ma dall’altra parte nessuna risposta, è caduta la linea. Guardo il mio telefono che si è scaricato. Rimbombano nella mia testa le ultime parole di Vincenzo ma non so cosa fare, non posso fare niente. Mi guardo intorno alla ricerca disperata di qualcuno quando sento una voce familiare che mi chiama.

GGiovanottto, gggiovanottto ma allora lei è di GGGioia TTTauro, ecco perché mi sembrava di conoscervi. – la moglie della famigliola felice mi corre incontro.

Sbagliaia a fermata. Come pozzu ripartire? Aiu arrivare a Rosarno al più presto?”

“GGGiovanottto è pacciu! non c’stannu treni fino a dimani, capiscisti?”

“Nooo, non capiscia. Non pozzu aspettari!”

Fisso il pavimento. Con le mani tra i capelli passeggio per la banchina e penso. La signora continua a parlare incurante del mio silenzio ma non la ascolto fino a quando capisco Giovanotttto, potreste essere mi fiddiu, na pozzu lasciari pa via; venga a curcarsi a me casa.”

“ho fretta di ripartttire”.

 “Giovanotttoooo, su Iamu e curcamundi, ca domani è n’atra cazz i’jornata” urla il Signor Carrozzolo dalla sua macchina.

Cerco una soluzione per avvisare Vincenzo, provo a riaccendere il telefono ma è completamente morto. La cosa più saggia è accettare l’invito così potrò ricaricare la batteria. Dalla macchina ammiro il famoso porto di Gioia Tauro illuminato, il mare è calmo e pieno di pescatori capaci di aspettare silenziosamente, anche per ore, che qualche pesce abbocchi. Io non so a cosa ho abboccato ma mi sento come in quei casi in cui u curnutu è sempre l’ultimu a sapì i cosi! Continuo a pensare a Vincenzo e sono sempre più incapace di aspettare. Parcheggiamo di fronte a una villa sul  mare, non so dire bene dove, ma sul mare. Entriamo a casa, sono le tre di notte e metto immediatamente il telefonino sotto carica. Provo a richiamare Vincenzo, il telefono squilla ma non risponde nessuno. Riprovo e riprovo finchè ho imparato a memoria la voce registrata che interviene dopo una serie di squilli. Perché non risponde più al telefono? Perché non risponde più al telefono? La mia preoccupazione cresce insieme agli squilli del telefono. Mi torna in mente l’incendio al negozio, negli occhi di mio padre la disperazione e la rabbia di chi non vuole arrendersi ma è troppo anziano per lottare, erano 10 anni che non ci pensavo più. Non ho avuto il coraggio di approfondire le cause di quell’incendio, solo Vincenzo mi diceva di andare fino in fondo. Ma io sono scappato e come sempre ci ha pensato lui.

Sobbalzo richiamato dallo squillo del telefono. E’ lui.

Ci vediamo al porto,   mi dice con la sua voce grintosa

Al diavolo la paura, penso e con fermezza mi dirigo verso la famigghia felice per ringraziarla dell’ospitalità e comunicare loro che non posso rimanere lì a causa di un’emergenza alla mia famiglia. Vengo così accompagnato, a notte inoltrata,  al porto dove di Vincenzo non c’è nessuna traccia. Solo e disperato guardo il mare e urlo tutto ciò che non ho urlato in questi anni. Un urlo senza parole, un urlo che raggiunge l’orizzonte interrotto dall’arrivo di un messaggio da un numero sconosciuto:

Ciao Roberto. Volevo avvisarti che ho preso io la tua valigia, la porto con me a Siracusa e te la restituirò a Roma. Notte Serena. 

Guardo il mare, rimango in silenzio, vedo un treno.

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