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Il meglio è dentro

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Ormai da quelle parti ci andava tutti i fine settimana. Ci andava per guardare le nuvole mosse dal vento, il loro avanzare in silenzio, diverso da quello che vedeva in città, dove c’erano sempre rumori che sembravano spingerle.

Ormai da quelle parti ci andava tutti i fine settimana. Ci andava per guardare le nuvole mosse dal vento, il loro avanzare in silenzio, diverso da quello che vedeva in città, dove c’erano sempre rumori che sembravano spingerle. Fuggiva da quel paesaggio metropolitano di automobili e palazzi che non aveva mai sopportato, e ora anche dalle sue nostalgie domestiche, che insieme facevano una gabbia tentacolare che lo confondeva tra il bisogno di restare a casa e il desiderio di uscire all’aria aperta.
Fu proprio seguendo una nuvola scomparire dietro un tetto che un pomeriggio di fine estate scorse appeso a un balcone un annuncio di affitto. La casa era in cima a un poggio, lontano dalle altre case, sulla sommità di una valle e nei pressi di un bosco che si arrampicava in lontananza sulle colline di fronte, che dall’altra parte facevano da sponda a un lago. Salì a vedere, l’interno era piccolo e rifinito male. Ma appena uscito sulla veranda sentì che davanti a sé c’era tutto lo spazio che cercava. Decise di non pensare.
Arrivò lì nell’ultimo mese d’autunno. L’aria era fredda e umida e la notte più lunga del giorno. Sistemò sommariamente le sue cose, mise in un cassetto tutte le foto della vita precedente, lasciò i muri bianchi, cercò di osservare il luogo come fosse nato un’ora prima. Rientrava la sera e trovava il gatto Annibale che lo seguiva pure mentre pisciava, gli dava da mangiare e poi mangiava lui, leggendo e parlando ad alta voce.
Dopo qualche giorno si accorse che parlava ad Annibale come a un vero interlocutore, e gli fece uno strano effetto, come un’eco dentro al cervello. Quella sera si fermò di colpo, si guardò allo specchio e vide due zavorre sotto agli occhi, terribilmente invecchiato. Scolò la bottiglia, salutò il gatto che dormiva e uscì a passeggiare.
Percorse il lungo viale che scendeva fuori dal paese e al termine della fila di case si trovò in un largo spiazzo sterrato, all’imbocco del bosco. Proseguì un centinaio di metri nel buio e si fermò poco prima della curva che chiudeva il sentiero dietro un cespuglio di rovi. Nel cielo vedeva uno spicchio sottile di luna, una folla di stelle e una grande nuvola opaca che sembrava poggiata nel ventre della valle tra le due colline laterali, che disegnava con precisione i bordi scuri dei rilievi rivestiti di querce e faggi. Non c’era vento, ma riusciva a udire il fruscio debole degli alberi che risuonava come un respiro lungo, profondo e continuo. Respirava così anche lui e pensò che poteva restare in piedi lì pure tutta la notte.
Ma poi cominciò a far freddo.
Si voltò e tornò indietro, camminando quasi senza sentire i suoi passi. Osservò pigramente la casa che aveva di fronte, l’ultima del viale. La parete che dava sul bosco era senza finestre, le altre erano tutte chiuse con persiane, tranne una in alto a sinistra dalla parte della strada. A un tratto vide lì accendersi una luce. Si fermò e restò a guardare.
Due sagome erano dietro la tenda, una di fronte l’altra, un uomo e una donna. L’uomo alzò lentamente una mano verso la testa della donna. La donna si ritrasse scansando la mano con un movimento veloce. Poi l’uomo, rimasto solo, aprì la tenda e guardò fuori verso la strada.
Bernardo si voltò e riprese a camminare, puntando dritto davanti a sé. Pensò che fosse una stupida idea lasciare un’intera parete senza finestre, per giunta dalla parte del bosco. Fosse stato per lui ci avrebbe fatto aprire una bella vetrata spaziosa dove affacciarsi tutti i giorni, prima e dopo ogni sonno.
La sera successiva cenò senza parlare al gatto. Sul tavolo sembrava mancare qualcosa. Si alzò una prima volta per prendere il sale. Poi di nuovo per l’olio. Subito dopo per recuperare il cellulare in bagno. Infine andò ad accendere lo stereo. Bevve un bicchiere di vino quasi d’un fiato per mandare giù un boccone di bistecca nervosa che non riusciva a masticare. E si alzò ancora una volta a prendere le chiavi di casa. Lasciò metà pasto nel piatto e uscì senza salutare Annibale.
C’era una nebbia fitta ed era pieno di piccolissime gocce d’acqua che sembravano sospese nel vuoto, senza cadere. Si fermò prima dell’inizio del sentiero e restò sullo spiazzo sterrato, perché con quel tempo non gli andava di addentrarsi nel bosco. Guardò di nuovo e attentamente la casa.
La porta era illuminata da un faretto che mostrava le venature del legno scuro verniciato da poco e l’intarsio di una volpe che dava il benvenuto agli ospiti; si raggiungeva con un breve percorso di qualche metro di lastroni bianchi tutti pari e spianati con precisione fin dal cancello, accompagnati sulla destra da una siepe di pinetti fitti e senza punte. Oltre, un quadrato di giardino con prato inglese, un barbeque di mattoni giusto nel mezzo e piante di alloro lungo la recinzione; sotto le finestre e sopra la base di cotto beige che cingeva la casa, una piccola catasta di legna coi ciocchi ben ordinati, una cuccia per un cane di media taglia e una bicicletta rosa con le rotelle, sui cui raggi posteriori si leggevano quattro lettere attaccate come bandierine a formare un nome, Alba. Le imposte erano chiuse, ma dentro c’era qualcuno, dal comignolo usciva una nuvola di fumo più densa e leggera dell’aria. Sicuramente stavano tutti intorno al fuoco, padre, madre, figlia e pure il cane, perché la cuccia era vuota.
Improvvisamente vide aprire la porta, un uomo spuntare deciso percorrere a passi larghi il vialetto fino al cancello e appena fuori scrutare frettolosamente da una parte e dall’altra, dove incrociò lo sguardo di Bernardo, che si irrigidì come un ladro colto in flagrante.
«Ha mica visto un cane? Un boxer con collare verde. L’ha visto uscire, passare di qua?»
Rispose di no, avvicinandosi più rilassato verso il cancello.
«Mia moglie s’è scordata di legarlo, me lo ha detto solo ora… Ogni volta che sente una femmina in calore non si tiene più. Mi aiuta a cercarlo?»
Partecipò alla battuta di caccia come un tirocinante, lasciandosi guidare nella perlustrazione. Non gli dispiacque affatto quella circostanza come pretesto per fare conoscenza.
«Lei è di qui?»
Gli disse dove abitava e che era lì da poco.
«È venuto con famiglia?»
Stava per rispondere con la prima balla che gli veniva in mente. Ma subito pensò che non c’era motivo di prendere in quel modo le distanze. No, nessuna famiglia.
«Capisco. Non si annoierà mica allora?…», gli chiese guardandolo dal basso e con un sorriso allusivo.
Rispose che non si annoiava, ricambiando il sorriso.
«Eh, le femmine sono una vera e propria schiavitù. Per loro riusciamo a fare qualunque sciocchezza. Come il mio cane, che scappa per amore.»
Lo ascoltava più per curiosità che per piacere e non ebbe bisogno di fare domande.
«Io ne ho ben due. Di padrone, intendo. Una moglie e una figlia. Sono il servo dell’una e dell’altra. Specie quando si accorgono che insieme sono più forti di me.»
Avvertì qualcosa di supponente in quelle parole, come se volessero trasmettere un insegnamento, una qualche regola di condotta. Ma il tono era scherzoso e ironico, e questa seconda impressione prese il sopravvento sulla prima.
Trovò Bernardo il cane, che grufolava in una busta dietro un cassonetto.
«Eccolo! Ma guardalo, altro che femmina. La merda si è messo a mangiare. Mi scusi, eh? Anzi grazie, grazie tante…»
Si salutarono allo stesso modo di come si erano incontrati, senza convenevoli né preavviso. L’uomo si fermò sulla soglia di casa e quando aprì la porta si trovò davanti una bambina di cinque anni vestita con un pigiamino rosa, gli occhi gonfi di lacrime e uno sguardo triste e aggrottato che lo fissava dal basso verso l’alto; faceva strani versi, insistenti, imploranti, con la bocca serrata. L’uomo le disse che aveva ritrovato il cane, con quella voce che si usa coi bambini quando si porta loro un regalo, si annuncia una bella sorpresa; poi si abbassò allungando le braccia verso di lei, ma la bambina corse dentro prima che lui riuscisse a prenderla. Voltandosi verso Bernardo gli sorrise alzando le spalle, poi entrò e si richiuse la porta dietro.
A Bernardo il tipo parve decisamente bizzarro e provò per lui un’istintiva simpatia. Rientrato a casa venne però preso da un forte malumore. Si accorse di aver ascoltato con invidia le parole dell’uomo e non poté non tornare con la memoria a poche settimane prima, quando viveva assieme a Claudia.
Era stato lui a lasciarla. Le aveva spiegato che sentiva il bisogno di stare solo, che non riusciva a pensare al suo futuro come una cosa da condividere, che non c’era un’altra donna. Bernardo aprì il cassetto dove aveva riposto la sua vita precedente e tirò fuori una foto di Claudia. La fissò a lungo, restò su quel sorriso pieno, su quello sguardo lieto che riusciva a parlargli anche senza dire una parola. Ricordò che le parole erano state le prime a venire meno, portandosi via anche il desiderio di fare l’amore.
Il giorno dopo uscì prima di cenare. Raggiunse con la macchina lo spiazzo sterrato, perché c’era una fontana e voleva riempire una cassetta di bottiglie d’acqua. Appena sceso però si incamminò sul sentiero fino dentro al bosco. Era buio, ma quel buio non lo spaventava. Non era come l’oscurità di una casa quando non c’è nessuno dentro. Il bosco di notte pullulava di vita, emanava l’odore umido della terra, del muschio, della resina; vibrava il rumore delle foglie mosse dal vento, delle ghiande che cadono dai rami, di civette, scoiattoli e ricci che cercano cibo o riparo. Tutto questo lo rassicurava, gli scacciava via i cattivi pensieri.
Tornando vide qualcuno alla fontana e riconobbe l’uomo del cane. Questi lo salutò entusiasta:
«Ehilà, buonasera! Cosa fa di bello qui?»
Veniva a prendere l’acqua.
«Ma scusi, è entrato da solo nel bosco?»
Rispose di sì, come quasi tutte le sere.
«Accidenti, lei ha molto coraggio! Non è prudente camminare di notte là sotto. Ci sono cinghiali da queste parti, lo sa?»
Lo ringraziò e disse che avrebbe fatto più attenzione. Ma allora come mai lui era venuto ad abitare lì?
«Beh, anch’io amo la natura. Ma nel bosco ci vado solo di giorno e in compagnia. Abito qui perché mi piace stare tranquillo con la mia famiglia. Per me il meglio è dentro, non fuori. La casa è il luogo dove riesco a star bene, dove posso costruire qualcosa. E per fare questo occorre usare la ragione, che è una cosa tipicamente umana, molto diversa da quello che c’è laggiù tra gli alberi. In realtà è una cosa tipicamente maschile. Ma non vorrei che pensasse male di me…»
Rispose sullo stesso registro, tra il dotto e la chiacchiera da bar. Disse che secondo lui la ragione è una cosa che hanno le persone, qualcuna di più, qualcuna di meno. E che a volte le persone quando usano la ragione fanno più errori degli animali.
«Io credo che ognuno deve stare al suo posto. Vicini, certo. Come la mia casa ai margini del bosco. Come il cane con la cuccia fuori.»
Avevano riempito entrambi le bottiglie. Bernardo notò che quelle dell’uomo avevano tutte la stessa etichetta. Lo salutò e fece per andare. Quello rispose al saluto, poi lo richiamò:
«Senta, non le andrebbe di fare una passeggiata nel bosco? Insieme, di giorno ovviamente. Vede, è un po’ che non entro lì. Gliel’ho detto, mi fa una certa paura. Però lei non ha questo problema, mi pare. Se le fa piacere ci vediamo qui domenica mattina alle undici.»
Accettò la proposta, anche se non gli fu chiaro quanto questa fosse un invito e quanto una richiesta. Così si lasciarono.
Il giorno prima dell’appuntamento Bernardo era tornato in città, da dove non rientrò che a notte fonda, dalla casa di un amico che non vedeva da tempo. La mattina dopo il cielo era scuro e minacciava pioggia. L’uomo del cane non si presentò e lui attese un’ora buona. Si diresse un po’ seccato verso la casa. Ma quando giunse all’abitazione si trovò di fronte uno spettacolo inaspettato.
Il giardino era circondato da un nastro bianco e rosso, sul cancello un cartello con scritto Sequestro Giudiziario; la parte in alto a destra dell’edificio non c’era più, completamente sventrata, come fosse stata colpita da una granata; i tronconi dei tubi dell’acqua scolavano le macerie sul prato imbrattato di detriti, una cascatella che aveva il grigio e il marrone della guerra e della morte; la bici con le rotelle spuntava da sotto un blocco di cemento armato che ne aveva fracassato la parte anteriore, la ruota dietro era sospesa in aria e girava lentamente in un verso e poi nell’altro, sospinta dal vento, senza più le bandierine col nome. Bernardo restò a guardare irrigidito. Sentì più forte la tristezza che lo sgomento.
Poi dalla casa a fianco uscì un signore. Gli chiese cosa era successo. L’uomo rispose con voce tremula:
«È successo che è impazzito. Ha ammazzato tutti, tutte… pure lui s’è ammazzato! È tornato a casa ieri sera con un bouquet di fiori, che era il compleanno della moglie. Poi l’ho visto uscire, tutto sudato e bianco che pareva già morto… Gli ho detto – Ma dove vai?- Non m’ha risposto e se ne è andato giù nel bosco, da solo… non ci andava mai! E dopo ho sentito la bambina che urlava… piangeva… quella povera bambina con un sacco di problemi… Poi un botto… un botto terribile… e quando sono uscito la casa non c’era più! È impazzito, maledetto… maledetto…»
Bernardo tornò a casa. Lungo la strada sentì odore di brace, e poi di rosmarino, ma intorno non vide né fumo né piante aromatiche. Avvertì forte un bisogno di protezione. Dentro trovò Annibale che lo salutò con una serie di miagolii prolungati. Gli parvero insolitamente insistenti e lamentosi e gli diede subito da mangiare. Quello si avvicinò, annusò il cibo e poi si girò di nuovo verso di lui, riprendendo a miagolare. Lo prese in braccio e cominciò ad accarezzarlo. Uscì sulla veranda, alzò lo sguardo e rimase a osservare. Il cielo era coperto da un’unica grande nuvola grigia. Faceva rumore. E sembrava ferma, immobile sopra di lui.

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