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L’ascesa

di

Data

Il gilet di Guglielmo s’è sporcato di sugo al primo boccone di pasta che ha ingurgitato. Ha usato il tovagliolo per rimuovere la polpa. Gocce di sudore gli colano dalla fronte, puntualmente intercettate dalle sue mani gonfie cariche d’anelli.

Il gilet di Guglielmo s’è sporcato di sugo al primo boccone di pasta che ha ingurgitato. Ha usato il tovagliolo per rimuovere la polpa. Gocce di sudore gli colano dalla fronte, puntualmente intercettate dalle sue mani gonfie cariche d’anelli. Lo guardo di sottecchi, al di qua del tavolo, come un bambino guarda un gorilla allo zoo, con timore ed ammirazione al tempo stesso. Ai tempi della scuola quell’energumeno me le suonava di santa ragione ogni volta che ne aveva l’occasione. Io incassavo e tacevo. Non dissi nulla neanche quando tentò d’annegarmi nel water. In un batter d’occhio il bagno s’era riempito di ragazzi che scommettevano su quanto tempo ci avrei messo a tirare le cuoia; ma Guglielmo non voleva uccidermi, avrebbe perduto la sua più preziosa fonte di divertimento.  Mi acchiappò per i capelli, tirò su la mia testa gocciolante e mi rivolse per la prima volta la parola: “Da oggi sarai il mio schiavo” disse sogghignando, con un filino di bava che gli colava da un lato della bocca. “Io ordino, tu esegui”, aggiunse. All’epoca Guglielmo faceva coppia fissa con Savino, un gigante pari a lui. I due terrorizzavano la gente con ogni sorta di intimidazioni. Rubavano giubbotti, scarpe, orologi, qualsiasi oggetto di un certo valore, purché fosse rivendibile. Ai derubati toccava abbozzare: chi raccontava veniva malmenato per bene, e se dico per bene, intendo dire per bene! Il giorno del mio bagno nel cesso Guglielmo mi ha arruolato nel suo mini esercito. Lui era il generale, io il soldato. Durante i colpi mi usava come palo. Quasi sempre, per via della mia agilità, supportata da una struttura esile ma estremamente resistente, mi affidava la refurtiva per portarla al sicuro. Da allora un sacco d’acqua è passata sotto i ponti; io corro ancora come un forsennato e lui non è cambiato di una virgola. “Passami il pane, frocetto!” La frase risuona profonda nella sala del ristorante. Ogni occhio converge su di me neanche fossi un giocoliere in procinto di eseguire un numero di alta scuola. Arrotolo nervosamente gli spaghetti, li porto lentamente alla bocca e prelevo dal cestino una fetta di casareccio. Gliela porgo e lui resta immobile, interdetto. “Mi prendi per il culo?”, dice in un silenzio surreale. “Quella miseria mangiatela te. T’ho chiesto il pane, mica l’elemosina”. Per rimediare, rimetto la fetta dov’era, afferro l’intero cestino e glielo accosto al piatto. “Così va bene, bravo!”. Mi guarda compiaciuto e ricomincia a mangiare. Io deglutisco. Essere il tirapiedi di un maiale sarebbe meno umiliante, me ne rendo conto, ma stare vicino a Guglielmo mi dà sicurezza e, in un certo senso, m’arricchisce. Io e lui godiamo di una certa immunità: la polizia non ci sfiora nemmeno. Guglielmo sa trattare da gentiluomo con chi potrebbe recargli danno e schifa tutti gli altri, da vero boss. Quando ruppe con Savino, per via di alcuni Rolex misteriosamente scomparsi, non si prese nemmeno la briga di chiedergli spiegazioni; sputò per terra e s’avviò verso l’uscita. Si fermò sulla soglia, mi fece cenno di seguirlo e s’incamminò taciturno. Per gran parte della notte vagammo senza meta. All’alba, dopo una lunga pisciata, mollata tra il ciglio del marciapiede e un albero secolare, disse con voce grave:  “Sti’ cazzi! Morto un Papa, se ne fa un altro”. Sta di fatto che nessuna fumata bianca s’è levata in cielo. Il generale e il soldato viaggiano ancora soli, ma Guglielmo ha allargato il suo giro d’affari. A un certo punto gli è sembrato opportuno lasciare vecchi e ragazzini da spennare ai pivelli che via via venivano su. Ora si occupa di fare da intermediario nel ramo dello spaccio e del riciclaggio, cose più serie e redditizie. Quasi interamente sepolto nel tovagliolo sudicio, il cellulare di Guglielmo inizia a vibrare. Il generale risponde. Tace e annuisce, con lo sguardo rivolto verso un punto indefinito dello spazio. Non appena chiude la comunicazione mi indica con la testa che devo andare. So esattamente dove. Mi aspettano due chilometri di strada da fare al buio e di corsa. Esco immediatamente dal locale. Appena fuori, parto a razzo. Arrivo a destinazione in sette minuti. Una scheggia! Prelevo il materiale dal tronco cavo di un grosso albero e, sempre correndo, lo trasporto in un parcheggio, dove mi attende un’auto in sosta. Infilo il pacco nel bagagliaio e l’auto se ne va inghiottita dalla notte. Più veloce di un missile, torno al ristorante. Durante il tragitto la vista s’annebbia e le gambe sembrano andare per conto proprio. La luce fioca dei lampioni s’infila negli occhi e s’espande nel cervello come nebbia. Di fronte alla porta a vetri, mi sembra di stare all’interno di un grosso acquario, tutto fluttua. Riprendo fiato ed entro. Guglielmo è lì che spolpa alcuni pezzi d’abbacchio. Noto afflitto che il mio piatto è sparito, assieme al bicchiere e alle posate. “Ecco il mio centometrista del cazzo”, spara senza ritegno. Guglielmo ha un sarcasmo raffinato, tagliente, capace di andare a segno con precisione chirurgica. Ingurgita un bicchiere di vino rosso e mi chiede ridendo: “Stanco?”. Annuisco. Ho la gola secca, il viso in fiamme e poca voglia di convenevoli. “Spero per te che tu non abbia anche fame! Ho fatto portar via…” Mentalmente stacco la spina. Non ho voglia di stare a sentire le sue finte giustificazioni. Vorrei dirgli: ‘Ho fame e, soprattutto, sete, brutto stronzo’, invece sto zitto e mi limito a muovere la testa a destra e a sinistra. “Buon per te! Non avresti avuto il tempo di startene qui a rimpinzarti. Mentre eri via ha chiamato Paoletto. Devi togliergli quel peso dallo stomaco. Entro mezzanotte!”. Evito di ragionare; so per esperienza che è meglio così. Faccio al generale il saluto militare, giro i tacchi e mi dirigo di nuovo verso l’uscita. La serata è calda e umida. Mi aspetta un’altra corsa estenuante, ma posso farcela, nonostante lo stomaco vuoto. Paoletto abita a tre isolati da qui. E’ un ricettatore dal fisico abbondante e dal cervello rattrappito. Per lui il solito servizio rapido e indolore. Si tratta di portare via da casa sua della merce compromettente, riporla in luoghi sicuri e attendere con pazienza che le acque si calmino. In un secondo momento gliela faremo riavere, quando sarà il tempo propizio per essere immessa sul mercato. In un quarto d’ora ho concluso l’operazione. Attraverso a piedi il parco degli alberi da frutto. Uscito fuori noto un insolito viavai di volanti della polizia. Passeggio tranquillo lungo il ciglio della strada e giungo in prossimità del ristorante. La maggior parte delle auto è ferma lì di fronte. Mi avvicino con discrezione e chiedo a un curioso cosa è successo. Quello mi risponde che hanno ammazzato uno, un tipo grosso, pelato, con delle mani gonfie cariche d’anelli. Pare che il killer, prima di fare fuoco, abbia urlato: ‘da parte degli amici che hai fottuto‘. A quanto pare il soldato è rimasto solo. E’ stanco e s’affretta a mettere la testa sotto il getto d’acqua di una fontanella poco distante. Beve a garganella fino a sentire che la pancia gli si gonfia, fino a  sembrargli un palloncino stracarico di liquido. S’incammina verso casa fischiettando un motivetto stupido che mette allegria. Non lo ha fatto apposta. Non aveva un piano. Però, se il fato ha voluto che finisse così, allora vuol dire che è stato tutto giusto, che niente è stato sbagliato. Dovrà trovare il modo di piazzare gli oggetti che ha sottratto, piano piano, senza fretta, con discrezione. Solo allora, con un po’ di soldi in tasca e tante certezze in più nell’animo, potrà pensare di cambiare vita, di diventare il generale, l’uomo che obbligherà qualcun altro a correre per lui.

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