Gli angeli di Pesaro

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C’è a Pesaro una certa luce, un certo luogo segreto. Il cortile di un palazzo dove sono disposti i tavolini di un caffè a cui serve un ragazzo...

C’è a Pesaro una certa luce, un certo luogo segreto.

Il cortile di un palazzo dove sono disposti i tavolini di un caffè a cui serve un ragazzo dagli occhi scuri scintillanti.

Attorno a uno di questi tavoli siede un gruppo di ragazzi. Che discutono, parlano, ridono, a volte se ne stanno come assorti, imbambolati, altre volte  si fanno seri e rispondono con leggerezza e profondità alle domande che  vengono loro rivolte.

Perché nel cortile ci si riposa tra la visione di un film ed un altro, talvolta invece ci si affolla per le  conferenze stampa.

Sono ragazzi un po’ speciali, uno se ne accorge subito anche se non subito si capisce perché.

Sono i giovani registi cileni a cui la Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, diretto da Pedro Armocida, ha dedicato quest’anno la sua retrospettiva.

Alcuni sono giovanissimi, 24 ,25 anni come Ignacio Rodríguez regista e Tomás Arriagada produttore de La chupilca del Diablo,  che rivela una conoscenza della vita, della solitudine e del Tempo che in 24 anni sembra difficile poter accumulare.

O altri come Matías Bize, di poco più grande e già al suo quarto film.

Minuto, asciutto, i modi gentili, cammina per le strade di Pesaro e sembra un angelo. Anche se non è bello, quel viso un po’ storto, il naso allungato, ma a parlarci diventa bellissimo per l’immensità di mondo che si porta negli occhi.

E le ragazze qui lo adorano.

Li adorano tutti questi registi così talentuosi, sorridenti, leggeri.

Sebastián Lelio, minuto anche lui, con un sorriso raggiante e occhi azzurri vivissimi regista di Gloria il primo film di questa ondata di giovani che verrà distribuito anche in Italia dalla Lucky Red in autunno. Prodotto da Fábula dei fratelli Larraín. E c’è il regista di Huacho, Alejandro Fernández Almendras un ragazzone grande con i capelli neri folli che quando lo vedi pensi che senz’altro farà film dell’horror o film surreali, di un punk urbano. Ed invece parla della vita nelle campagne, dove ha trascorso la sua infanzia prima di trasferirsi in America,  dove la modernità dilaga convivendo con la vita di un tempo. E delle campagne nel suo film vuole salvare la lingua della gente che la televisione sembra aver cancellato.

 

Di giorno questi ragazzi bevono Coca Cola seduti nel cortile, si accompagnano reciprocamente alle proiezioni dei propri film, la sera vanno a giocare a calcetto sulla spiaggia, e tirano tardi nei locali fino alle tre di notte, ragazzi con il viso un po’ scottato dal sole, che continueranno a viaggiare per l’Europa con la tessera del treno. Che approfittano dell’invito al Festival per conoscere il mondo. Hanno pochi soldi. E fanno film che parlano di cose profonde che sembrano insolite per la loro età.

La Chupilca del Diablo narra della solitudine di un vecchio che si ostina a produrre liquori di contrabbando per cui non esiste più un mercato nella società moderna.

I film di Matías parlano di relazioni, di rapporti di coppia con una profondità e una verità che continuano a lungo a scavare dentro rivelando insieme il contesto sociale, il mondo in cui queste relazioni si formano.

Altri film parlano della tragedia dello Tsunami e della perdita della libertà. Sono storie dove i giovani registi scelgono come personaggi i loro genitori, i loro nonni, le loro vite, le loro storie. E ne danno ritratti pieni di verità.

Forse è proprio la sensazione di verità a stupirci.

 

Ma perché dovrebbe sorprenderci che registi così giovani sappiano cogliere la vita nella sua profondità?

È triste che ci si debba stupire.

Non hanno scarpe griffate i ragazzi cileni, né maglie di moda, né abbronzature perfette, né occhiali da sole solo una profondità intrisa di leggerezza. E un entusiasmo enorme.

E quindi ce ne stiamo ben attaccati a loro, che ci guardano come una mamma, forse anche una nonna chissà – in America Latina si fanno figli in giovane età – ci attacchiamo a questi nipoti perché ci illuminino con la loro energia, la loro sapienza.

Ne raccogliamo ogni parola.

Ed eccoci alla conferenza stampa di La chupilca del Diablo (nome di una miscela di acquavite e polvere da sparo che si dava da bere ai soldati cileni nella guerra del Pacifico e li rendeva estremamente potenti e aggressivi. Intossicandoli talvolta per sempre). Regista e produttore siedono dietro ad un tavolo del cortile. Sorridono un po’ impacciati, emozionati, increduli: il loro film, nato come tesi di laurea alla Escuela de Cine ha infranto la barriera accademica ed è diventato  un film in concorso ad un festival (dove arriverà secondo).

Appena prende la parola, però, Ignacio perde l’impaccio, le sue parole vanno dirette al cuore della domanda.

Gli chiedono quale sia la formazione necessaria per arrivare a fare un film.

“Credo che per fare cinema bisogna coltivarsi in ogni ambito, accostarsi alla vita, conoscerla. Credo di aver scelto il cinema perché è un’arte rinascimentale, richiede la conoscenza di più mestieri. Non mi è chiaro come sono arrivato qui. C’è una sorta di mistero dietro alla motivazione che porta a fare un film, è un processo di conoscenza permanente. Mi piace l’idea che il processo creativo sia un processo di apprendimento costante.”

Molti qui nel cortile si stupiscono che sia questo ragazzo, bello, delicato, il regista del film che ieri sera è stato proiettato in piazza. In questa 49a edizione la sera in piazza fa molto freddo e minaccia pioggia fino all’ultimo; gli organizzatori impazziscono per capire se sia meglio restare fuori o spostare tutti in sala.

Ieri sera si è rimasti in Piazza a guardare La chupilca del Diablo, i pesaresi con il cappotto, ma nessuno se ne è andato.

“Dietro il film c’è un’ispirazione personale. Il vecchio è mio nonno. Mi ha sempre colpito la figura di quest’uomo, che vive lontano dalla famiglia e si fa vedere una volta all’anno in occasione di un Natale o di una festa. Ostinandosi a portare avanti un’attività fallimentare. Mi colpisce sempre il desiderio in alcune persone di fermare il tempo, di voler perpetuare il passato nonostante tutto attorno sia ormai cambiato. Questa ostinazione cieca in mio nonno mi ha sempre colpito. Ostinazione, caparbietà, illusione. E sempre mi ha colpito la sua solitudine. Come è possibile che si ostini a produrre liquori con un sistema artigianale in un contesto dove le multinazionali hanno  accaparrato il mercato. È la rappresentazione dell’uomo della campagna, anche se mio nonno  vive in città, ma dentro è un uomo della campagna che non è abituato all’immensa voragine della società attuale.”

I film di questi giovani cileni parlano della società, dell’uomo nel suo rapporto con la modernità, con la contemporaneità. Non c’è traccia di ideologia, di politica. E lo diranno, in un incontro organizzato per parlare del nuovo cinema cileno oggi. Ragioni e definizioni di questa nuova ondata. Diranno: c’era uno squilibrio in Cile tra il progresso della società e l’arretratezza del cinema. Il cinema non rifletteva la vita. E ognuno di loro ha cercato secondo il suo modo, il suo gusto di rifletterla.

“Nel film nasce un rapporto tra la figura del nonno scontroso, solitario e un nipote che cerca di aiutarlo a salvare la baracca dal fallimento”

“Sì, nonno e nipote in parte sono simili, perché entrambi sono degli outsider nella famiglia, entrambi negano il contesto in cui vivono; ma tra loro alla fine non potrà esserci vera complicità. Non era possibile un happy end. Il vecchio rimarrà da solo. Era impossibile che cambiasse. Ma per il nipote si intravede, è solo un piccolissimo accenno, una possibilità di cambiamento. Forse il contatto con suo nonno lo ha aiutato a maturare un poco, a vedere la vita in un’altra prospettiva. Questa è l’unica possibilità, credo, in una famiglia che non funziona. L’esperienza non servirà direttamente a chi l’ha vissuta, ma permetterà forse ad un’altra persona di non ripetere lo stesso errore. Permetterà che il fallimento di una famiglia non si perpetui nel futuro.”

Un film interpretato da un grande attore, Jaime Vadell, una personalità di spicco in Cile nel mondo del cinema e del teatro.

“Ha avuto coraggio a scegliere un attore così importante”

“Essendo io inesperto” dice Ignacio  “volevo un attore a cui potermi affidare. Tutti i suoi suggerimenti mi sono stati utili, ed è stato molto facile; le riprese sono state incredibilmente facili. Il suo personaggio è scontroso, ma lui ha una carica comica, un umorismo incredibile.”

La conferenza stampa finisce.

C’è l’aperitivo in cortile. Le ragazze si avvicinano estasiate, sorridono. E i due arrossiscono e sorridono. Parlano cercando di superare la barriera della lingua, loro parlano l’inglese, ma i ragazzi di qui fanno fatica. E così si sorride, si sorride.

Suo nonno è ancora vivo. Spiega Ignacio un po’ con i gesti, un po’ con le parole. Le lunghe ciglia che ombreggiano le guance arrossate. E continua a produrre liquori. In fin dei conti a lui nella vita le cose vanno molto meglio di come gli sono andate nel film. Il film non ha voluto vederlo, ma ha accettato che fosse girato nel suo stabilimento. Per fortuna. E adesso dal film un vantaggio suo nonno l’ha avuto. Perchè altri film, altre produzioni hanno chiesto di poter girare nel suo stabilimento. E il nonno è ben contento: ha trovato un nuovo modo di fare affari. Sorride Ignacio. Un sorriso gentile, ironico.

 

Una delle ragazze, nel cortile, sta scrivendo una tesi su Matías Bize e ci chiede di aiutarla. E Bize si siede e racconta. Disponibile, sorridente, serio. Qui al Festival è stato presentato Sábado il film con cui è uscito dalla Escuela de Cine. E stasera ci sarà la presentazione di La vida de los peces il suo ultimo film.

Sábado è un film incredibile nella sua genialità, nella sua semplicità. Inizi a vederlo e vorresti non finisse mai. Cattura la vita e cattura lo spettatore nella vita. È stato girato da un attore. Dopo lunghissime prove. Un unico piano sequenza: una ragazza, filmata da un amico, va a casa di un’altra già vestita da sposa e le comunica di essere incinta del ragazzo che sposerà tra qualche ora. La futura sposa nel suo abito bianco chiede al cameraman di continuare a filmare perché resti memoria e gli chiede di salire in macchina e di andare con lei a casa dello sposo a chiedere conto di quanto succede. E così continua la sequenza, senza interruzioni, da una casa all’altra, in mezzo alla strada, in macchina, ai giardinetti, la macchina da presa incollata sul viso, sulle emozioni, sui corpi della sposa tradita, dello sposo smascherato. Degli amici.

Un’idea semplice per un film geniale.

Un’uscita perfetta dalla scuola di cinema dimostrando come la macchina da presa sappia catturare e rendere la vita. Matías l’ha girato a 23 anni. Ora ne ha 34.

“Prima di Sábado avevo girato altri corti, ma sapevo bene che era importante che uscissi dalla scuola più che con un titolo, con un film che dimostrasse qualcosa di me. Che mi permettesse di chiedere e ottenere fondi con cui continuare a lavorare.

L’idea del film l’ha avuta Julio Rojas, lo sceneggiatore con cui ho continuato a lavorare anche per gli altri film.

Più che il tema mi interessava la forma. Il modo in cui avrei raccontato la storia. Un unico piano sequenza. Il film è una sorta di esercitazione. Ci eravamo proposti di farlo così. Dentro c’è molto teatro: abbiamo fatto infinite prove con gli attori, e poi abbiamo girato. Se gli attori avessero commesso un errore sapevano che avrebbero dovuto, in qualche modo, inserirlo nella storia. E oltre al teatro c’è la performance. Attori famosi hanno recitato all’aperto all’impronta (senza permessi). Lo sposo nudo corre in strada appena uscito dalla doccia. Sapevo che il livello alto di adrenalina e la paura li avrebbero aiutati.

Volevo che tutto fosse vero, che ci fosse assoluta verità nel film . Che fosse come uno di quei video che si filmano in casa per il compleanno di qualcuno. Per questo non abbiamo chiesto permessi. Non abbiamo programmato nulla, quando la sposa parcheggia la macchina sotto casa di lui non le ho tenuto un posto libero. Lei sapeva che se non lo avesse trovato avrebbe dovuto continuare a guidare per cercare parcheggio.”

“Secondo te cosa ha funzionato nel film?”

Perché qualcosa deve aver funzionato davvero se una prova di scuola ha ottenuto il premio Rainer Werner Fassbinder al Festival Internazionale del cinema Mannheim- Heildeberg. E ha continuato a girare e a ricevere premi nei Festival di tutto il mondo.

“Credo l’energia della sceneggiatura, l’interpretazione degli attori davvero straordinaria, costi di produzione, un caso estremo trenta dollari. ”

“Qual è la differenza con i film che sono venuti dopo?”

“Nei miei film si parla di relazioni personali, di rapporti di coppia. Parlo sempre di questo. In Sábado mi interessava soprattutto la forma, il come, dopo tutto è stato sul cosa. Nel mio primo film En la cama parlo di una coppia che si innamora nel corso di una notte in una stanza d’albergo.

Nel secondo Lo bueno de llorar, ambientato a Barcellona, si parla di una coppia che si separa, sempre nell’arco di una notte. E ne La vida de los peces di una coppia che si ritrova ad una festa dopo dieci anni di separazione. Mi piace l’unità di tempo, di luogo. Permette di centrare l’interesse nella relazione. Sono film molto personali anche se non autobiografici.  In qualche modo ho creato una trilogia, sebbene non fosse mia intenzione. Mi piace ai Festival vedere la reazione del pubblico. Vedere che i miei film arrivano ad un livello molto profondo, molto personale. Chiunque abbia avuto una relazione finisce per identificarsi. Per me la verità di ciò che si vive è uno degli aspetti più importanti”

“E non è stato difficile in Sábado affidarsi completamente agli attori?”

“No, a me piace molto lavorare con gli attori. Mi piace ricevere i loro consigli, contare sulla loro collaborazione. I miei film poggiano molto sugli attori. Ho continuato a lavorare con gli  interpreti di Sábado. Credo che sia importante la continuità, permette di guadagnare in profondità, di ottenere risultati sempre migliori. ”

 

I suoi film, che nel tempo si sono fatti via via più complessi,  si riconoscono, si riconosce dietro la sua voce. Come si riconoscono le voci degli altri autori che qui al Festival presentano i loro film.  Una delle caratteristiche del nuovo cinema cileno è anche questa: nella più assoluta diversità, dietro ognuno di questi film si riconosce un autore. Sono film che rispecchiano una visione della vita, uno sguardo personale sul mondo. E questo dà respiro. E li rende speciali.

In sala più tardi, presentando La vida de los peces, Matías dice: “I miei film potrebbero essere ambientati ovunque, partono da una genesi personale e alla fine diventano universali. Ma sono allo stesso tempo molto cileni. Appartengono al Cile sebbene i distribuitori non vogliano distribuire perché, dicono, non parlano di miseria, di povertà, di politica. Dunque non sono cileni.”

La vida de los peces si può trovare su You tube insieme a En la cama, è la storia  di due ragazzi che si incontrano di nuovo dopo 10 anni ad una festa. Lui non vive più in Cile, ma in Germania a Berlino (e Berlino è una città che ricorre in chi lascia il Cile); lei è sposata ha due figlie. Il loro ritrovarsi avviene sullo sfondo del mondo di oggi. Di ragazzini che prendono droghe e “funghetti”, di rapporti padri e figli.

Sono sempre i personaggi femminili a portare la storia.

“Mi piace il punto di vista femminile sul mondo. Parto sempre da un personaggio maschile. Poi aggiungo fascino ed intelligenza e diventa un personaggio femminile.

Volevo che fosse un film che aderisse alla realtà, volevo che anche lo spettatore si sentisse presente lì alla festa con il protagonista che dice: Bene adesso me ne vado, e poi come succede in Cile, impiega due ore ad andarsene. Per questo abbiamo girato in ordine cronologico. In modo che l’ultima scena, con la sua emozione e la sua intensità, per me è la scena più importante del film, coincidesse con l’ultimo giorno di riprese con la sua emozione e la sua intensità.

E il film inizia proprio nel momento in cui il ragazzo decide di andare via dalla festa. Ed incontra lei sulle scale. A me piace lavorare così. Essere proprio nel cuore delle cose. Eliminare tutto l’accessorio.”

E come Ignacio poco fa nel cortile anche Matías elenca la molteplicità di interessi che ha fatto di lui un regista.

Nel suo lavoro lo ha ispirato Lars von Trier, ma anche molto il teatro per la possibilità di vedere gli attori dal vivo. E la musica. La musica del film è di suo fratello Diego Fontesilla che l’ha creata partendo dalla sceneggiatura, sviluppandola seguendo lo sviluppo del film.

I due ex amanti parlano guardando i pesci  in un acquario. E la casa stessa, l’unità di luogo in cui si svolge il film, è una sorta di acquario in cui si muovono i personaggi. E come tra l’osservatore ed i pesci c’è sempre l’ ostacolo del vetro, così sembra esserci sempre qualcosa che si interpone tra la macchina da presa ed i personaggi. Una luce. Un colore.

“È stata una grande sfida visiva. Non volevo che l’ambientazione in un interno fosse da ostacolo al fascino visivo.”

Dei suoi film lui è sceneggiatore, regista, montatore. E spiega con umiltà: “Soffro molto la fase della sceneggiatura; la parte delle riprese è la più emozionante. La sceneggiatura è una sorta di mappa e le riprese sono il territorio. Il montaggio è la parte più piacevole. Sei finalmente da solo. È quello il momento in cui il film si fa davvero. ”

 

E ora finita, l’ultima presentazione, inizia la programmazione notturna, sempre in piazza sotto un cielo plumbeo foriero di pioggia, con il film rumeno Matei Copil Miner che vincerà il festival. La regista Alexandra Gulea nei suoi abiti colorati eleganti, con la pacatezza dei suoi gesti, il suo sorriso dolce, il suo sguardo curioso è un altro degli angeli del festival. Si siede in sala a guardare tutti i film degli altri registi piena di modestia, di passione, di desiderio di imparare.

Qui a Pesaro sembra che gli angeli ormai vengano da molto lontano.

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