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La prima volta

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Mi fissava con aria desolata con quegli occhi grandi perennemente truccati. Pensai che Ken le fosse venuto a noia, oppure che fosse stanca di avere i segni del centrino sotto al sedere. Sono quasi certo che quando l’ho sollevata abbia fatto un sospiro di sollievo, Barbie bionda deliziosa.

Mi fissava con aria desolata con quegli occhi grandi perennemente truccati. Pensai che Ken le fosse venuto a noia, oppure che fosse stanca di avere i segni del centrino sotto al sedere. Sono quasi certo che quando l’ho sollevata abbia fatto un sospiro di sollievo, Barbie bionda deliziosa.
Mia sorella non vuole che ci giochi, non vuole che la sporchi. Dice che solo lei ha il diritto di cambiarle i vestitini. Ma Barbie è stufa, lo so. Mi pare chiaro. Evidente. Glielo leggo negli occhi, nella maniera in cui si lascia stringere dalla mia mano, Barbie buona e profumata.
E così l’ho presa. L’ho annusata. Aveva quell’odore di colorante e plastica, di scatola di giocattoli, tutta nuova e intatta. Le ho pettinato i capelli, sembrava tranquillissima. Quando siamo usciti al sole la prima volta l’ho tenuta stretta, temevo mi sfuggisse dalle mani. L’ho portata sul retro della casa, oltre il recinto vicino a quelle siepi di rovi piene di more squisite. Mi ricordo che un’altra bambola di mia sorella sapeva di mora. Le succhiavo le manine minuscole e sapeva di mora. Ormai portavo Barbie sempre vicino a queste siepi.
Un giorno, qui sotto le spine, dove sgattaiola chissà quale animale peloso ogni volta che mi avvicino, ho scavato una piccola buca con le mani nella terra scura e umida e, dopo averla rassicurata ancora una volta, l’ho ricoperta di terra. Le ho messo anche un piccolo pezzo di busta di plastica stretto sulla faccia e la testa, per non farle sporcare i capelli. E poi sono rimasto lì. Ci ha messo po’ di minuti a morire. Ma poi è successo.

Quando mia sorella è tornata a casa mi ha accusato di aver preso la sua bambola, ma io ho mentito dicendo che non ero mai entrato nella sua stanza. Mia madre mi è venuta inaspettatamente in soccorso, dicendo che ero stato a giocare fuori tutto il tempo. Piuttosto mia sorella cercasse di ricordare dove aveva lasciato la bambola, visto che era così disordinata.
Mia sorella mi guardò accigliata, quasi in lacrime e io le sorrisi innocente. Lei corse via, ma ormai mia madre era dalla mia parte.
Passarono i giorni. Mia sorella raccontò alle sue amiche che qualcuno le aveva rubato la Barbie. Ricordo bene che si guardava bene dall’accusarmi in pubblico, credo che in qualche modo avesse paura di me.
Una notte me la ritrovai ai piedi del letto che frugava tra le mie cose.
Mi misi seduto sul letto e lei mi guardò negli occhi. “Cosa le hai fatto?” mi chiese, gonfiando il petto e facendosi coraggio. Povera sorellina temeraria, con i capelli arruffati e il pigiamino. Che potevo dirle? Cominciai a sorridere di nuovo mentre la fissavo e lei corse via spaventata.
Adesso che la sua Barbie era salva, nella terra, mi sentivo così in pace con tutto. Presto però l’urgenza di aiutare altre Barbie tornò a farsi sentire. Poiché mia sorella non aveva più il suo giocattolo preferito, alcune sue amichette portavano oltre alla loro

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ultima Barbie qualche modello più vecchio e un po’ rovinato. Mia sorella si contentava di giocare con quella. Spesso le toccava il ruolo della cameriera, o della giardiniera o della baby sitter. Purtroppo la Barbie che le prestavano aveva sempre i capelli tagliati a sforbiciate, o un occhio colorato, e i vestitini spaiati. Quindi non poteva certo essere la protagonista della storia che di volta in volta le bambine inventavano.
Durante queste loro riunioni io facevo in modo di capitare per caso in soggiorno o in camera di mia sorella per spiare i loro giochi e soprattutto per spiare le Barbie. Rimanevo in silenzio lunghi minuti ad osservare il mondo creato dalla loro fantasia, le case delle bambole, le auto, i vestiti. Più guardavo le bambine arricchire di dettagli le storie in cui costringevano quelle povere bambole, più ai miei occhi era chiaro quanto venisse rovinata irrimediabilmente la loro originaria bellezza. Erano completamente al servizio di quelle stupide bambine, obbligate a fingere di essere felici, completamente schiave di storielle idiote, di sciocchi deliri di femmine, con principesse e amori immaginari. Odiavo come mia sorella leziosamente cambiasse voce per far parlare la sua bambola, e odiavo come Rebecca facesse innamorare la sua sempre dello stesso pupazzo, all’infinito, tutte le volte. Che ossessione senza scampo.
Mia sorella, quando poi  mi vedeva entrare, serrava le labbra e stringeva la sua bambola al petto.
Inutile precauzione, perché le barbie rovinate o troppo usate per me erano ormai da abbandonare al loro destino. Non possedevano più l’intatto profumo della scatola di cui erano avvolte, la morbida seta dei capelli biondi. Rebecca ad esempio, l’amica del cuore di mia sorella, teneva tutte le barbie vecchie in un unico cassone, tutte impilate una sull’altra, mezze nude, con i capelli rasati, gli occhi tinti di nero, la faccia scritta. Uno spettacolo ributtante. Ormai non si poteva fare nulla per loro.
Ma le altre si, quelle le potevo liberare.
In una di queste mie incursioni improvvisate ebbi la netta sensazione che Barbie Ambasciatrice mi stesse lanciando dei segnali. Mi fermai sulla porta, le bambine non si erano ancora accorte di me, e vidi chiaramente Barbie Ambasciatrice guardarmi supplichevole. La sua espressione simulava indifferenza, ma io capivo quanto dolore stessero esprimendo i suoi occhi. Era lei. Era lei che dovevo salvare.
Ma dovevo pensare ad una strategia. Non potevo sottrarre alla piccola Rebecca la sua bambola preferita in casa mia. Poi avrebbero accusato mia sorella, e non sarebbe stato giusto. Così dovetti aspettare l’occasione buona.
Il weekend successivo le nostre famiglie andarono al vicino lago per un picnic. Ovviamente le bambine avevano portato le loro bambole e io avevo il mio pallone con cui giocare. Io e il fratello di Rebecca non eravamo proprio amici, era un po’ tonto. Ma lo invitai a giocare varie volte per far capire a tutti che io ero impegnato a fare giochi da maschi. Quel giorno Rebecca aveva tolto a Barbie Ambasciatrice il pesante abito lungo di velluto blu e le aveva fatto indossare un bikini a righe della nuova collezione estiva. Barbie era radiosa. Io la guardai con ammirazione e sono certo che se ne accorse perché evitò i miei sguardi chiaramente imbarazzata.

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Ad un certo punto, tutti noi, bambini e adulti andammo verso la sponda del lago per fare il bagno. Le bambine lasciarono i loro giochi e io mi attardai un po’ prima di raggiungere il resto del gruppo. Fu un attimo. Barbie Ambasciatrice era seduta su una sdraietta rosa insieme alla bambola prestata a mia sorella, quella che un tempo era stata Barbie Fior di Pesco. Non appena mi vide trasalì. La afferrai e me la infilai sotto la maglietta. Lei rimase lì buona e io la portai sotto un albero. Più tardi l’avrei recuperata.
Rimanemmo tutti in acqua per  quasi un’ora. Le bambine prendevano la rincorsa per fare dei tuffi, le nostre mamme si riparavano i capelli, il papà di Rebecca beveva una birra con i piedi a mollo nel lago, mia sorella si nascose in un cespuglio vicino alla riva per fare la pipì perché non voleva farla in acqua. Si arrabbiò tantissimo per essere stata scoperta e la prendemmo tutti in giro e scoppiammo poi tutti a ridere. Fu una giornata splendida.
Quando tornammo vicino alla nostra roba ci accorgemmo che le due bambole erano sparite. Rebecca iniziò a strillare.
Io fui sorpreso. Forse anche Fior di Pesco si era data alla fuga, ma certo non potevo prendermene il merito. Mia sorella mi guardava allarmata ma, poiché sul serio non ero l’artefice della sparizione di Fior di Pesco, riuscii a simulare una credibile sorpresa.
I genitori di Rebecca la sgridarono per aver lasciato incustoditi i suoi giochi e decidemmo di tornare tutti a casa. Finsi di dover recuperare il pallone e andai sotto l’albero a prendere Barbie Ambasciatrice. Fior di Pesco non era lì e mi chiesi quale fine avesse fatto, tutta sola nel bosco.
La sera stessa uscii di casa, mi avvicinai alla siepe e feci una piccola buca vicino a quella della prima Barbie. Mentre scavavo apparve una sua manina. Cercando di non guardare infilai anche ad Ambasciatrice una bustina di plastica sulla testa per non sporcarle i capelli e la deposi sottoterra. Aspettai che morisse. Bastarono pochi minuti.
Dopo questo secondo episodio sentivo di aver acquisito una certa sicurezza. Ero capace di aspettare mesi prima di compiere l’ennesimo salvataggio. Ascoltavo le chiacchiere di mia sorella sui compleanni delle amiche, sui regali di Natale e ogni volta che spuntava fuori una Barbie prendevo nota. Bastava passare in bicicletta vicino alla casa della bambina in questione durante un pomeriggio d’estate e osservare i suoi giochi con la nuova Barbie. Al primo sguardo tra me e la bambola, capivo se aveva bisogno di aiuto. Poi bastava aspettare che le bambine del quartiere andassero a giocare nella villetta comunale e lì potevo sottrarre la bambola abbastanza facilmente. Col tempo ero diventato abile e veloce.
Ricordo di averne salvate tante. Barbie California, Barbie Dottoressa, Barbie Fata dei Sogni, Barbie Rock, Barbie Cuore di Zucchero. Erano state tutte grate del loro salvataggio. Solo in un caso ebbi difficoltà. Barbie Premaman aveva deciso di seguirmi ma all’ultimo minuto iniziò a fare storie. Usai tutta la buona volontà per tranquillizzarla, ma non si calmava. Alla fine capii. Le smontai il pancione e tirai fuori il bimbetto che aveva in corpo. Lui no, lui non potevo salvarlo. Lo poggiai

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delicatamente per terra per non allarmare Barbie Premaman, ma ero furioso. Lei voleva rimontarsi il pancione, così fui costretto, costretto, a stringere forte il sacchetto di plastica e a guardarla morire. Che orrore! Da allora quando succede così, questa cosa mi ferisce troppo. L’ho poi infilata sottoterra, l’ho coperta in fretta e ho preso il bambino.
La sera dopo sono passato veloce in bici vicino a casa dell’amichetta di mia sorella e ho lanciato nel giardino pancione e bimbo. Che se la sbrigasse lei con loro.

A parte mia sorella, che mi evitava, nessuno sospettò mai nulla. Solo una persona aveva scoperto il mio segreto. Solo una.
Una sera sul tardi mentre ero chino sulla buca dopo averla ricoperta mi ritrovai alle spalle Alice, una ragazzina della mia età che ogni tanto aiutava mia sorella con i compiti. Me la ritrovai all’improvviso dietro di me.
“Che cosa nascondi?” mi chiese canzonatoria.
Risposi con vaghezza e cercai di allontanarla da lì, ma ormai aveva visto la terra smossa.
“Di la verità, nascondi quei giornaletti lì vero? Quelli che guardate voi maschi…”
“Non è vero!” sibilai.
Ma un secondo dopo lei stava scavando e afferrò qualcosa.
Le ordinai di stare ferma.
Lei sentì un oggetto duro e iniziò a tirarlo fuori.
Quasi piangevo mentre tentavo di fermarla.
Quando vidi che aveva tirato fuori Barbie California, che era lì da almeno un anno, ebbi un conato di vomito.
Lei guardò la bambola stupita, e poi, voltandosi verso di me, iniziò a ridacchiare. Mi chiese perché nascondessi lì le mie bamboline e si meravigliò che ce ne fossero tante.
Io mi lanciai verso di lei, ma fece in tempo e schivarmi.
Si alzò e corse vero la strada con la bambola in mano. La inseguii.
Si diresse verso la vicina villetta illuminata da qualche lampioncino con me alle calcagna. Ce l’avevo quasi fatta a fermarla.
Ad un certo punto la afferrai per la maglietta mentre lei continuava a ridere a crepapelle, canzonandomi. Eravamo io e lei nella villetta, soli.
Le parlai supplichevole, cercai di farmi restituire la bambola, ero spaventato. Le dissi che era di mia sorella, ma lei continuò a ridere, aveva le lacrime agli occhi.
Poi si voltò verso di me e allora la vidi chiaramente. Aveva  i capelli lunghi biondi, gli occhi azzurri, era alta e sottile. Era così bella. Così bella e deliziosa.
Le afferrai il collo e le dissi che io l’avrei salvata. Ma lei continuava a ridere e si muoveva, cercando di liberarsi.

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Ma io stringevo.  Ad un certo punto la vidi allarmata. Afferrò le mie mani ma io ero più forte.
Strinsi ancora e ancora e ancora. Lei voleva essere salvata, ecco perché era venuta da me. Era chiaro. Era evidente.
Alice lasciò cadere la bambola per terra e  dopo pochi secondi si afflosciò anche lei.
Mi guardai attorno. Vidi nell’erba un sacchetto di plastica. La distesi per bene mettendole le gambe dritte e la braccia lungo i fianchi e le infilai il sacchetto in testa perché non si sporcasse i capelli.
Non dovevo aspettare che morisse perché era già morta. Lo sentivo nelle mie mani.
Questa volta era stato solo un po’ più difficile. Ma alla fine lo avevo fatto.

Ricordo che durante la notte le sirene della polizia ci svegliarono. I miei genitori erano in veranda in pigiama. Un poliziotto chiedeva gentilmente a mia madre quando avesse visto Alice per l’ultima volta e mia madre, sconvolta e in lacrime, non riusciva a formulare una parola. Guardai da una finestra del soggiorno verso l’ingresso della villetta e lì c’erano una autoambulanza e i genitori di Alice immobili.
Mia sorella si precipitò all’improvviso verso la porta di ingresso e, uscendo in veranda, abbracciò una gamba di mia madre. Lei la guardò atterrita e, come per proteggerla, le disse di non stare fuori e di rientrare subito in casa.
Io ero fermo vicino alla finestra. La vidi che correva in camera.
Poi tornò nel soggiorno lentamente.
Stringeva al petto Fior di Pesco e mi fissava, pallida e muta.

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