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Fatta in casa

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Era il compleanno di Paolo. Aveva invitato tutti gli amici per un pic-nic a villa Ada. "Ognuno porta qualcosa", diceva l’e-mail. Però poi c’era una postilla: "P.S. Filippa? Puoi portare quella favolosa crostata che hai fatto l’altra volta?".

Era il compleanno di Paolo. Aveva invitato tutti gli amici per un pic-nic a villa Ada. “Ognuno porta qualcosa”, diceva l’e-mail. Però poi c’era una postilla: “P.S. Filippa? Puoi portare quella favolosa crostata che hai fatto l’altra volta?”.

La crostata non le veniva mai bene, quella era stata una botta di culo clamorosa. Nella  sua famiglia nessuno la sapeva fare. Quando era piccola sua madre glie ne preparava una a tutte le feste di compleanno, dura, con la marmellata cristallizzata. Fatta in casa ma cristallizzata.

Aveva sempre pensato che le crostate non le piacessero.

Aveva sempre pensato che la marmellata, in generale, senza specifiche, non le piacesse. Che fosse di uva fragola, di susine o di pesche aveva sempre lo stesso sapore: caramello bruciato. E sempre la stessa consistenza: solida. L’unico incontro con un altro tipo di composta, era la marmellatina dell’albergo, alla fragola, quando andavano in vacanza. Questo finché non conobbe Tiziano. Quando faceva colazione a casa sua, non c’era altro da mangiare se non fette biscottate e marmellata.

Mirtilli: eccezionale.

Albicocche: stratosferica.

Fichi: mhhhhh.

Comprese presto che il problema era familiare e iniziò a comprare marmellate e composte di ogni tipo.

Restava l’ostacolo della pasta frolla. I ricettari delle nonne non riportavano nulla di valido. La crostata di Marisa sapeva troppo di burro. Né il talismano della felicità, né internet le avevano risolto il problema.

L’altra volta aveva provato la ricetta della signora Isidora, napoletana doc, che nella pasta frolla metteva una noce di strutto, margarina e poco burro. Solo che le dosi che le aveva dato erano per un chilo di farina, mezzo chilo di zucchero e mezzo chilo di grassi animali e vegetali. Mica poteva fare due chili di pasta frolla!! Isidora diceva “te la surgeli e ti dura per tre mesi”.

Aprì la dispensa, cercò la farina e subito disattese la ricetta: non c’era un chilo di farina. Ma neanche mezzo chilo. Forse mischiando quella integrale, quella di semi di lino e il restante della bianca… Aggiunse lo zucchero, un po’ di canna un po’ bianco, le uova, e… lo strutto non l’aveva, il burro nemmeno, la margarina… poca. La integrò con l’olio di semi.
Isidora diceva di grattarci il limone dentro. Di quello ne aveva sempre tanto in casa:  ne grattuggiò tre. Poi diceva di metterci il lievito. Una bustina per un chilo di farina. Lei ne aveva mezzo… “ma si, buttiamocela tutta dentro! Quella della mamma era sempre così dura…” Un pizzico di sale, che ci sta sempre bene, e mischiare, -con le mani, mi raccomando- le aveva detto la cuoca  napoletana.

Così iniziò a impiastricciarsi tutte le dita. Non riusciva più a staccare la pasta. Ci voleva altra farina, ma l’aveva messa già tutta dentro… come fare? Provò a liberare una mano per volta, con un coltello, con una forchetta.. ma non fece altro che aggiungere pezzi a quella mappazza.

Era necessario seccare il composto troppo umido. Le venne in mente che doveva avere del pan grattato da qualche parte. Si girò verso la dispensa con tutta la sua palla di pasta, il coltello e la forchetta fra le mani. Provò a cercare il barattolo di pan grattato con lo sguardo. Era tanto che non lo usava. Probabilmente era stato seppellito sotto i barattoli di marmellata vuoti che si ostinava a conservare per quando avrebbe

e fatto lei la composta. Allora si che sua madre e sua nonna avrebbero capito qual’era il reale sapore della marmellata fatta in casa!

Allungò un gomito, e scansò la prima fila di barattoli, poi la seconda. Ma nulla.
Si tolse una pantofola, e rovistò col piede sinistro sul ripiano in basso, rimanendo in equilibrio sul piede destro, con le mani unite in un tuttuno di pastafrolla. Ecco il pan grattato: era in una bustina, chiusa da una molletta di legno! Molto meglio!

Prese la molletta fra alluce e indice e con un’abile mossa portò la busta fuori dalla dispensa. Si sedette su una sedia e provò a tirare su il pan grattato con entrambi i piedi, per portarlo verso la bocca. Ma più si chinava, più la pasta frolla si attaccava fra cosce e grembiule.

Il problema erano le mani: non potevano trovarsi nel raggio di azione fra bocca e piedi. Le allungò sopra la testa, come le facevano fare a yoga, e iniziò a scendere, con la schiena dritta dritta verso le gambe. Così però non sarebbe mai riuscita ad arrivare alla bustina  che era fra i piedi. Scivolò a terra, nella posizione del loto, e piano piano, riuscì a prendere con la bocca la molletta e tutto il pacchettino.

Si rialzò dal pavimento, sempre con le mani alte sopra la testa. La pastafrolla  iniziava a lievitare. Filippa indurì l’impasto col pan grattato e si liberò le dita.

Lo lavorò per un quarto d’ora, come aveva detto Isidora, poi lo lasciò riposare in un una terrina coperta da un canovaccio, come facevano sua nonna e sua madre. Non aveva a disposizione i tre giorni previsti dalla ricetta napoletana, così passò dopo una mezzora, a confezionare la torta. Schiacciò la palla direttamente nella teglia, gli fede prendere la forma con le mani, poi svuotò mezzo vasetto di marmellata di mirtilli, il fondo di una confettura di fragole, e dei frutti di bosco che aveva nel surgelatore. Era ancora poco… In dispensa scovò una vecchia “uva fragola, 2011, mamma”. Beh, se fosse riuscita ad estrarla dal barattolo, non ci sarebbe stata male. Lo mise sotto l’acqua calda per un minuto buono, poi ne riversò il contenuto in un pentolino. Provò a girare con un cucchiaio ma quello rimase in piedi, dritto, senza possibilità di movimento. Aggiunse acqua, succo di limone per ammorbidirla poi la unì alle altre marmellate, ricoprì il tutto con striscioline di pasta frolla e infornò.

Pensò di essere salva ormai. E invece… dopo un quarto d’ora la crostata stava gonfiandosi in due grosse dune che spezzavano le linee della pasta frolla, come se un terremoto avesse cambiato la geografia della sua torta.

Mica poteva portare una roba del genere…

Per quanto la regola numero uno della pasticceria casalinga reciti “MAI aprire il forno mentre sta cuocendo un dolce”, mise mano alla torta: la crostata non è il ciambellone, che se apri si smoscia: la crostata DEVE essere piatta! Bucherellò le dune con una forchetta, sperando in un riassesto del terreno.

Dopo altri venti minuti tirò fuori la sua crostata tutta crepe, dalla marmellata multicolore, e dal bordo sofficissimo.

“Speriamo bene” pensò mettendola nel portatorte. E si avviò a villa Ada.

Quando arrivò al laghetto erano già tutti seduti sul prato intorno alla tovaglia a scacchi bianchi e rossi; Paolo al centro distribuiva talmente tanto cibo da sfamare tutta via Salaria.

Filippa raggiunse gli altri e appoggiò il portatorte chiuso, in un angolo del telo, accanto ad altri dolci.

Mangiarono fino allo sfinimento, giocarono, passeggiarono e cantarono tanti auguri a te mettendo le candeline sulla crostata di Marinari portata da Serenella.
Si scordarono tutti di quella di Filippa. E lei si guardò bene dal denunciarne la presenza.

Man mano che scendeva il buio gli amici riprendevano la via di casa, e ogni volta che Filippa faceva per andarsene, Paolo trovava una scusa per trattenerla.

Alla fine rimasero da soli: “Ho aspettato questo momento per tutto il giorno. Ho visto che avevi la crostata con te quando sei arrivata. Non sperare di riportartela via! Io l’ho nascosta per non farla mangiare a nessun altro” disse lui indicando una giacca ammucchiata accanto ai resti dei dolci.

Filippa sorrise imbarazzata, sollevò la giacca e tirò fuori la crostata: “Sei sicuro Paolo? Guarda che è venuta maluccio…”

Lui annuendo, ne staccò un bel pezzo e lo mangiò. Aveva il sorriso di un bambino, la marmellata sparsa intorno alla bocca e i denti così impastati che non riuscì a parlare fino a quando Filippa non gli venne in soccorso con dell’acqua: “Tel’avevo detto Paolo…”
“Non sai che regalo mi hai fatto! Questa crostata sa di casa. Da quando mia madre non c’è più…” Paolo si commosse: “Non potevo festeggiare un compleanno senza che mi preparasse una crostata fatta in casa…”

“Neanche io” gli disse lei mentre lo abbracciava.

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