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Tutta un’altra storia

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Quando pochi mesi prima la regina gli aveva ordinato di portare nella sua casa del bosco la giovane figlia indomabile, il Cacciatore aveva accettato con piacere il compito.

Quando pochi mesi prima la regina gli aveva ordinato di portare nella sua casa del bosco la giovane figlia indomabile, il Cacciatore aveva accettato con piacere il compito. La sua vita solitaria nella foresta sarebbe stata allietata dalla delicata compagnia della giovane ragazza, che ricordava bambina, e nello stesso tempo avrebbe con piacere insegnato all’adolescente vivace che era diventata, un po’ di buone maniere. Sapeva infatti direttamente dalla povera regina Grimilde quanto ingestibile fosse diventata Biancaneve.

Era stata una bimba adorabile. Parlava con coniglietti e cerbiatti, cantava con gli uccellini vicino alla fontana del cortile del palazzo, inventava giochi di fate e filtri magici ed era golosa di mele caramellate. Una bambina ordinaria insomma, forse un po’ troppo persa nel suo mondo, ma tranquilla.

Poi era giunta l’adolescenza ed era diventata scontrosa. Se prima adorava passare le ore nella serra della Regina, dove Grimilde si dilettava per ore con il giardinaggio, adesso era scostante e inquieta. Se prima era contentissima quando la madre le faceva cucire un vestitino, ora non voleva più mettersi gli abiti che la Regina aveva fatto confezionare per lei.

Aveva anche iniziato a mangiare di meno a tavola.

Il povero vecchio Re, che era abituato a passeggiare con lei nei cortili del castello nel tardo pomeriggio, si era rassegnato alla sua assenza. Lo si poteva scorgere sotto le finestre della ragazza intento ad ascoltare i suoni che venivano dalla sua stanza. Biancaneve aveva infatti chiesto e ottenuto di avere un paio di musici personali e così passava lunghe ore del pomeriggio rinchiusa in stanza ad ascoltare vigorose esecuzioni di una musica che andava molto al di là dei gusti del Re. All’inizio si era opposto aspramente a tale assordante rumore, ma quando Biancaneve si era chiusa in camera per due giorni senza cibo, aveva dovuto rassegnarsi. In seguito la concesse addirittura il permesso di andare a sentire un gruppo di musici che si esibivano nel reame vicino, e che stavano avendo molto successo in tutte le fiere.

Ad un certo punto la ragazza aveva passato il segno. Una notte una sentinella l’aveva trovata chiusa nella serra della madre, intenta a fumare certe foglie dolci insieme ad un giovane stalliere. Il Re e la regina riuscirono a tacitare lo scandalo e misero in giro la voce che la ragazza era scesa a cercare dell’erba medica per il mal di testa e il giovane stalliere si era offerto di farle strada, ma sapevano che dovevano porre un limite alla ragazza, prima che fosse accusata di stregoneria e arsa viva nella piazza centrale. Pensarono che un po’ di dura vita dei boschi le avrebbe fatto bene. Lontana dalle distrazioni del castello si sarebbe ripresa e avrebbe messo la testa a posto.

Così la regina un giorno chiamò il Cacciatore, vecchio e fedele servitore del Regno, e le affidò la ragazza immusonita. Egli prese la ragazza, la mise in sella e la condusse fuori dal castello, e i due genitori la guardarono allontanarsi, fiduciosi che quella dura lezione le sarebbe stata utile.

Ma le cose non andarono come avrebbero dovuto. Biancaneve si rivelò più cocciuta del previsto. Preferiva girare cenciosa per casa piuttosto che vestirsi, trattava il povero Cacciatore come l’ultimo dei servi e si considerava praticamente in esilio. Sulle prime il Cacciatore pensò che la giovane avrebbe semplicemente passato un difficile periodo di adattamento, ma con il passare del tempo la ragazza non dava segni di voler sentire ragioni.

Ad un trattò la situazione mutò e l’irrequietezza di Biancaneve trovò uno sfogo. Aveva preso l’abitudine di fare lunghe e mute passeggiate nel dintorni della casa e spesso tornava con lo sguardo acceso di chi ha fatto una scoperta. Il Cacciatore aveva preso ad osservarla, ma nonostante i suoi tentativi di scoprire qualcosa, non ne venne a capo perché la ragazza era molto cauta. Fece delle domande, ma lei lo guardava con ostinazione, come se fosse sdegnata da tanta impudenza. Alla fine lui si arrendeva e la lasciava fare.

Poi, dopo alcune settimane, cominciarono le scorribande notturne. Il cacciatore capì che la ragazza si era fatta dei nuovi amici e purtroppo questi amici erano tristemente noti alla legge. Ragazzoni poco raccomandabili che avevano più di una volta sobillato rivolte contro il Re. Si facevano chiamare “i nani”. Dovevano aver letto chissà dove di qualche antica leggenda del Nord in cui si narrava della popolazione dei nani, esseri mitologici che aveva civilizzato il sottosuolo e costruito enormi città nelle profondità della Terra. Loro si erano limitati ad occupare la Miniera Abbandonata. Nonostante i soldati del Re avessero provato a cacciarli dalla miniera varie volte, non si era mai riusciti a interrompere quell’occupazione e ormai i nani e i loro amici non solo vivevano in quello spazio occupato, ma organizzavano corsi di scherma, corsi di teatro di strada, combattimenti, letture collettive di testi proibiti e soprattutto concerti infernali che mettevano in subbuglio il bosco e duravano per giorni interi. Un luogo scellerato insomma, in cui una ragazza di buona famiglia come Biancaneve non avrebbe dovuto mettere piede.

E invece era proprio lì che la ragazza si recava tutte le notti.

Il cacciatore la pedinò e scoprì la verità. La vide una sera uscire dalla tana dei nani, avvinghiata ad uno di loro, un tipo burbero che si era fatto tatuare il proprio nome, Brontolo, sul petto, in modo -diceva- da farlo ricordare bene al Re durante la prossima marcia contro il Castello.

La ragazza era palesemente ubriaca e si era acconciata i capelli in grosse trecce spesse. Portava enormi anelli nei lobi delle orecchie e persino uno spillo conficcato nel sopracciglio.

Il cacciatore si ritrasse disgustato e impaurito. Forse le presunte capacità stregonesche della ragazza erano vere? Si poteva trasformare a piacimento in un demonio?

Per un attimo il Cacciatore ebbe timore, ma si trattenne dal fuggire. I due rientrarono nella tana e allora il cacciatore si lanciò all’ingresso e, complice l’oscurità, riuscì ad entrare senza essere notato.

Quello che vide gli fece tremare i polsi. Su un lato della sala un folto gruppo di musici con la barba lunga e i capelli dritti sulla testa percuoteva dei tamburi con follia, mentre tutto intorno, come in un sabba infernale, i nani, i loro amici e decine di ragazze, certamente rapite e sedotte, si lanciavano in folli danze, percuotendo i piedi per terra e dimenando le anche. Uomini e donne erano seminudi, coperti di segni sul corpo e pieni di anelli e aghi sul viso, le labbra, la lingua, gli ombelichi. Su tutti loro aleggiava una coltre di fumo dolciastro e presto il cacciatore ne fu inebetito.

Si riebbe a fatica e cercò Biancaneve in quell’Inferno in terra. Dopo averla cercato invano per un bel po’ di tempo le parve di scorgerla in un angolo della grande sala e puntò dritto su di lei. Non appena le fu vicino lei lo riconobbe, ma la sua reazione non fu di stupore, bensì di sfida. Lo guardava infuriata mentre sorseggiava del vinaccio puzzolente che tutti mescevano da una grande giara. Era ubriaca.

Lui la guardò con rimprovero e senza dire nulla le prese la mano e iniziò a condurla fuori. Lei si lasciò condurre silenziosa.

Come poteva immaginare il Cacciatore che quella notte avrebbe portato per sempre con sé un po’ di quell’Inferno chiassoso in cui era penetrato?

Usciti dalla miniera, attraversato il bosco e giunti a casa il Cacciatore decise di mettere a letto la ragazza che nel frattempo giaceva languida tra le sue braccia. Iniziò a scioglierle i capelli, a levarle orecchini e gioielli, a scioglierle i vestiti e fu lì che lei si riscosse. Ma non fu la pudicizia a dominare i suoi gesti, al contrario fu la lussuria. Biancaneve estrasse da una tasca una grossa mela rossa e dopo averle dato un morso la offrì al cacciatore che non seppe sottrarsi. Ne mangiò anche lui e dopo quel morso tutto fu perduto. Le sue vecchie membra ritrovarono il vigore, il suo stanco desiderio si risvegliò, i suoi occhi si riaccesero e in pochi minuti cedette alle lusinghe della giovane. Lei lo serrò tra le gambe e il povero vecchio fu perduto, perduto per sempre.

Avrebbe dovuto punire Biancaneve, educarla alle scomodità della foresta, strapparle il cuore a forza di fatiche e duro lavoro, ma alla fine era stata lei a strappare il cuore a lui. Se ne era innamorato come un vecchio idiota.

Da quel giorno iniziò la sua obbedienza, la sua schiavitù. Certamente potente era il sortilegio che la ragazza gli aveva imposto, perché lui la ricondusse al Castello come lei aveva chiesto, rassicurò i sovrani sulla sua buona condotta e si mise al suo servizio per gli anni che seguirono.

Sapeva il cacciatore, che presto sarebbe arrivato un principe, e lui sarebbe stato messo da parte. Ma fino ad allora sarebbe stato complice di Biancaneve.

E così quando la buona Grimilde, precocemente invecchiata e imbruttita, fu cacciata dal Castello e mandata a vendere mele al mercato, non la difese.

Né si oppose quando il Re fu detronizzato da una rivolta popolare capeggiata da Brontolo.

Né raccontò la verità quando Biancaneve, previdente, iniziò a far circolare sulla sua vita tutta un’altra storia.

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