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E poi vedi il Giro

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E poi vedi il Giro d’Italia, l’arrivo in salita a duemilatrecento metri, tra la neve, neve vera, e freddo, temperatura sotto lo zero all’arrivo, l’arrivo, le Tre Cime...

E poi vedi il Giro d’Italia, l’arrivo in salita a duemilatrecento metri, tra la neve, neve vera, e freddo, temperatura sotto lo zero all’arrivo, l’arrivo, le Tre Cime di Lavaredo nascoste dalla neve, e Santabrogio che, al volo, dopo il traguardo ammette “sono finito”, e Scarponi che non riesce a parlare perché il gelo gli ha bloccato la mascella, parole che escono a pezzi, a cristalli, sembra vecchio Scarponi, la fatica gli ha stravolto i tratti somatici stilizzandoli in una maschera, lo vedi che è lì che vorrebbe solo un po’ di caldo, come un bimbo, ma prima di andare ha qualcosa da dire, e parla Scarponi, parla a stento, parla per ringraziare lo splendido pubblico che ha aspettato per ore al freddo solo per vedere i propri eroi passare per un attimo, applaudendo, correndo per un pezzo di salita con loro, e loro, gli eroi, i Ciclisti, che arrivano al traguardo con i guanti attaccati alle mani che ci vuole un thé caldo da versare sopra, e Nibali, la Maglia Rosa, il Giro è già suo ma fa un’impresa, ed è anche vero che nello sport si usano superlativi e parole roboanti, ma nel ciclismo non è mai un’iperbole, non c’è retorica, è vestire la verità con l’abito della realtà, e l’impresa non la fa solo chi vince, l’impresa la fa anche chi come Evans non molla mai, neanche quando non sta bene o ha problemi al cambio, perché lui “piuttosto ci muoio sulla bici, ma non mi arrendo”, e l’impresa è anche del gregario che prende il vento in faccia e scorta il capitano per poi farsi da parte, e l’impresa è di chi arriva ultimo con la fatica doppia di chi non ha una motivazione, che vede un chilometro non finire mai, che “conta i metri” come ha detto Scarponi, perché la salita è infinita, e se non ti poni dei traguardi intermedi, lo scoramento ti distrugge, e so già che qualcuno dirà, o penserà, li pagano per quello, per pedalare, e ci mancherebbe anche che lo facessero gratis, ma chi vince il Giro prende novanta mila euro, quanto una settimana di un attaccante di calcio, che gioca venti minuti a partita forse, e tra una rimessa laterale e altre perdite di tempo hai voglie a pause, pause che nel ciclismo non puoi avere, se ti rilassi l’altro ti scatta in faccia con forze sovraumane, come ha fatto oggi Nibali, che poteva controllare la corsa, un vantaggio in classifica generale da permettersi di perdere pure tre minuti, ma Nibali attacca rischiando di buttare il Giro, di sprecare troppe energie e andare in crisi, attacca Nibali, attacca perché il giorno prima non si è corso, neve e maltempo, troppo pericoloso, specialmente in quelle discese su un nastro di asfalto bagnato tra una parete di granito e il baratro, e il giorno prima Di Luca, uno che il Giro l’ha vinto nel 2007, è stato trovato positivo all’EPO, doping, il doping, quella macchia scura che da sempre mangia dall’interno il ciclismo, come un cancro maligno che più lo estirpi e più lo vedi rigenerarsi in altre forme, dalla Bomba dei tempi di Coppi e Bartali, al Cera e alle trasfusioni di Armstrong, ed è anche per combattere questa malattia schifosa che Nibali scatta, mica può farlo per i soldi, un vincitore di tappa prende duemilacinquecento euro, troppo pochi per la fatica immane che deve fare, si soffia nelle mani Nibali, e attacca,

attacca a tre chilometri dal traguardo, dove la strada punta alla Luna per quanto è ripida, una salita durissima che ha visto vincitore pochi campioni, Merckx il Cannibale, per esempio, e Nibali attacca senza voltarsi indietro, Uran e Betancur gli restano in scia, per un po’, poi si arrendono allo Squalo, che nuota tra due oceani di tifosi che gli corrono affianco, Nibali li spinge via, e il suo non è il gesto di un Ibraimovich snob che scaccia i tifosi, Nibali ha paura che possano scivolare sul fondo viscido di nevischio facendolo cadere, poi è l’ultimo chilometro, transennato, Nibali ha la lucidità di togliersi un guanto, il sinistro, per poter baciare la fede mentre taglia il traguardo, e dopo, all’intervista, Nibali dirà che era una vittoria fortemente voluta, “per tutto quello che è successo ieri” e “per Rachele” e “come tributo a questo pubblico eccezionale” che in tre settimane spazzate dal maltempo ha accompagnato i ciclisti senza mai le isterie e le vigliaccherie dei tifosi di calcio, e quando gli chiedono, sempre a Nibali, di quella sporca faccenda di Di Luca, Nibali, da Campione, dice che ha sentito “tanti giudizi duri”, ma “bisogna aspettare le controanalisi” e, tuttavia, l’aspetto più importante “è stata la dura risposta negativa al doping, soprattutto da parte dei giovani”, e sono parole belle, quelle di Nibali, parole non sporcate di buonismo o di ipocrisia, parole di un Campione che è stato sempre umile e onesto, che ha vinto in discesa, cadendo e rialzandosi e lanciandosi a novanta all’ora su ruote di due centimetri, roba da pelle d’oca pure per Giacomo Agostini, un Campione che ha battuto tutti in salita Nibali, e poi in cronoscalata, e si è difeso in una cronometro costruita per Wiggins, sir Brad, il campione inglese che dopo il Tour e le medaglie olimpiche voleva “la maglia di Coppi” ma che si è arreso al maltempo, e a Nibali, un Campione Nibali, che non ha mai fatto proclami o accampato scuse, ha fatto parlare la strada, e che Nibali sia un campione lo dimostra Agnoli, suo compagno di squadra, che al traguardo scoppia in lacrime neanche l’avesse vinto lui il Giro, una scena pulita, che ricuce lo strappo del doping, una scena che è il trionfo della vita, della Vita sì, perché “il calcio è un gioco, ma il ciclismo è vita”, quella vita fatta di sacrificio, di dolore, fatica, lacrime e sangue e rinunce, e privazioni, e coraggio, dove la salita non è una metafora, è la traduzione in azione dei nostri sogni, sia esso vincere una tappa, avere una famiglia, aprire un negozio, avviare un’attività o scrivere un romanzo che venga letto anche su Marte, e so già che qualcuno dirà o penserà, che i ciclisti sono tutti drogati, e chissà, forse avrà anche ragione, ma spesso chi lo dice non ce la fa manco a salire le scale di casa, e pontifica stravaccato sul divano con una canna tra le labbra e una birra nella mano, ed è la stessa gente che negli insuccessi sorride perché sa già a chi dare la colpa, no, il ciclismo non è tutto marcio, i Campioni ci sono, sono quelli come Nibali che scattano per regalare un’emozione al pubblico, un dono fatto di Fatti, come Pantani, io ricordo ancora il Pirata con il suo cappellino in testa, che finché ce l’aveva sapevi che stava lì con gli altri, poi, quando la salita diventava impossibile per tutti, prendeva il cappellino e lo lanciava alla folla, e tutti sapevano cosa voleva dire quel gesto, lo sapeva il suo avversario, lo sapeva il telecronista, ma soprattutto lo sapeva il ragazzino che saltava sul divano con un sorriso grande grande, e prima ancora che Pantani mani basse sul manubrio e in piedi sui pedali scattasse, il ragazzino già sapeva che il Pirata lo avrebbe fatto sognare, perché Pantani non pedalava con le gambe, ma col cuore, E poi, dicevo all’inizio, poi vedi il Giro d’Italia, e queste e mille altre immagini e pensieri si mischiano in un quadro surrealista, cangiante, mai uguale a sé stesso eppure sempre il medesimo, dove in questa giornata, sabato 25 maggio 2013, in una tappa che definire Epica è solo rendere giustizia a ciò che si è visto, vorrei che tutti, dal mio nipotino di tre anni che mi tira i capelli e ride all’uomo che incontro per la strada, dal sindaco di un paesino di quindici persone a chi governa quest’Italia, dal maestro di scuola all’alunno che non ha nessuno che gli insegni il valore dell’istruzione, ed anche a me, a tutti insomma, vorrei far scoprire, o riscoprire, o ritornare a credere, l’insegnamento che questa tappa ha trasmesso, la bellezza di avere il coraggio di provarci con onestà e fierezza nonostante le avversità, provarci in modo pulito e per il rispetto che proviamo nei confronti di chi amiamo, provarci senza paura di perdere, provarci senza scorciatoie o aiuti, indipendentemente dalla natura dell’impresa in cui siamo coinvolti, e allora

“Grazie a tutti voi, dal primo all’ultimo”.

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