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Una storia nella storia

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Era una sera di marzo e i genitori di Simone, che ormai aveva 15 anni, erano andati a vedere uno spettacolo a teatro, e quindi era rimasto solo a casa. Non era la prima volta, gli era già capitato di dormire da solo, ma aveva un pessimo ricordo di quelle serate tristi e noiose.

3I, Scuola media Settembrini

Era una sera di marzo e i genitori di Simone, che ormai aveva 15 anni, erano andati a vedere uno spettacolo a teatro, e quindi era rimasto solo a casa. Non era la prima volta, gli era già capitato di dormire da solo, ma aveva un pessimo ricordo di quelle serate tristi e noiose.

Per sfuggire alla noia Simone andò a frugare in soffitta per cercare qualche vecchio oggetto che magari avevano lasciato lì i suoi genitori o i suoi nonni. Così salì le strette scale a chiocciola che conducevano in soffitta e aprì la porticina.

La soffitta era buia e piena di ragnatele sui muri. Si guardò intorno e vide un baule. Era più forte di lui, ogni volta che vedeva una scatola gli veniva l’impulso di aprirla, così aprì il baule e trovo… peccato il baule era vuoto… Simone sperava ci fosse qualcosa di interessante per passare la serata, ma così non fu.

“Tutta colpa dello scrittore! Non potrebbe farmi passare una serata divertente ogni tanto? No. Mi doveva capitare uno scrittore noioso! Uno scrittore dovrebbe avere spunti geniali per i suoi libri, dovrebbe essere intelligente, ma anche un po’ matto, ma soprattutto dovrebbe capire quello che desidera il protagonista e non farlo annoiare tutto il giorno!”.

Ad un tratto, dal baule, uscì una persona che iniziò ad urlare:

“È qui che mi hanno chiamato?”.

Simone rimase di stucco.

L’uomo era un quarantenne con pochi capelli rizzati sulla testa. Aveva un’espressione simpatica. Aveva gli occhi verdi e sembrava… sì, era truccato! Indossava una giaca e dei pantaloni eleganti, che erano imbrattati di inchiostro. Iniziò a parlare:

“Ehi, perchè mi fissi? Sei te che mi hai chiamato? Ebbene, ti farò smettere di annoiare… Come può uno scrittore abbandonare così il protagonista?”.

L’uomo tirò fuori una penna dal taschino. Ad un tratto la sua espressione divenne seria e Simone non ebbe una buona sensazione. L’uomo prese un foglio e iniziò a scrivere in caratteri incomprensibili e, mentre scriveva, la casa iniziava a cancellarsi intorno a lui e presto rimasero solo i mobili sulla strada.

“Che hai combinato? Era casa mia!”.

“Ehi ehi, calmo. Non ho ancora finito. Ti chiami Simone? Ma dove ha la testa quello… neanche un nome decente…” L’uomo scarabocchiò qualcosa sul foglio.

Il ragazzo rispose:

“Simone? Non ho mai sentito questo nome. Io mi chiamo Benjamin!”.

“Ah, scusa, devo aver preso un abbaglio. Proseguiamo!”.

Continuò a scrivere in quello strano codice e ad un tratto dal baule uscirono in processione persone che sembravano provenire da tutto il mondo: ne uscirono a migliaia e una volta tutti fuori, urlarono coordinati:

“È qui la festa?”. Con un colpo di penna dello scrittore misterioso ciò che restava della casa si trasformò in un’enorme discoteca, che attirò anche tutto il vicinato. Un’altro colpo di penna e la musica si scatenò per tutta la città. I brasiliani saltavano sulla scrivania, mentre un paio di americani erano saliti sull’armadio. I cinesi confabulavano qualcosa all’angolo, mentre l’uomo scriveva a ritmo frenetico.

Nel frattempo, nel mio studio, io ero privo di idee e tra un po’ lo sarei stato anche di quattrini. Guardai la storia che ormai avevo abbandonato, ma mi sembrò più lunga di come l’avevo lasciata… presto mi accorsi che le pagine continuavano ad aumentare e che il libro si stava scrivendo da solo!

A casa di Benjamin intanto era finita la festa e anche l’ultimo australiano era tornato nel baule. Lo scrittore misterioso tirò di nuovo fuori la penna e continuò a scrivere. Mentre scriveva le mura della casa si ricomponevano, ma stavolta la casa assomigliava all’appartamento di un palazzo moderno. Benjamin si affacciò alla finestra e scorse una lunghissima strada di grattacieli. Nonostante fosse notte le strade erano affollatissime e illuminate a giorno. Probabilmente stavano al cinquantesimo piano. A quel punto lo scrittore misterioso rivolse per l’ultima volta la parola a Benjamin:

“Be’ il tuo scrittore si è beccato una bella lezione. Vorrei restare qui a divertirmi, ma qualche altro sbadato si e dimenticato un cavaliere dentro la bocca di un drago… sta lì da una settimana…”. Detto questo scomparve scrivendo due parole sul foglio e nello stesso momento suonò il citofono: erano i genitori di Benjamin.

Nel mio studio riflettei spesso a quello che era accaduto e a volte mi ci fermo a pensare tutt’ora. Forse l’ho scritto dormendo o forse sono semplicemente diventato pazzo… ma il libro era ormai terminato. Lo consegnai alla casa editrice e ne ricavai un ottimo guadagno, ma qualcosa mi diceva che quella storia non era finita.

Qualche tempo dopo sentii qualcuno che bussava alla porta. Quando andai ad aprire trovai un gruppo di cinesi.

“È questa la casa dello scrittore del nostro libro?”.

Io rimasi esterrefatto da quella domanda e risposi:

“Si, sono io…”.

“Bene! C’è un’emergenza! Pare che Benjamin sia rimasto intrappolato in un incendio!”.

Io ero confuso e chiesi spiegazioni, ma nel frattempo era comparso un uomo sulla quarantina, con solo pochi capelli rizzati in testa, che scrisse qualcosa su un foglio e fece scomparire il buffo gruppo. Allora mi precipitai nello studio e cercai il libro che la casa editrice mi aveva pubblicato. Le pagine erano aumentate. Lessi nell’ultima pagina che Benjamin era rimasto intrappolato in un incendio che si era scatenato nel grattacielo dove viveva. Notai che i caratteri stavano diventando sempre più sbiaditi e confusi, si stavano cancellando. Di scatto agguantai una penna e mi misi a scrivere:

 

Benjamin se la vide davvero brutta in quell’incendio, ma di lì a poco arrivarono i pompieri, che salvarono appena in tempo il nostro eroe.

 

Allora, i caratteri tornarono chiari e comprensibili e il libro continuò a crescere.

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