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Un uomo chiamato Little

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Finalmente Matteo era riuscito ad introdursi nell’appartamento. Osservava le pareti, disseminate di cornici con all’interno vinili che lui per anni aveva cercato e desiderato per completare la sua collezione.

Finalmente Matteo era riuscito ad introdursi nell’appartamento. Osservava le pareti, disseminate di cornici con all’interno vinili che lui per anni aveva cercato e desiderato per completare la sua collezione. Non credeva ai suoi occhi: davanti a lui c’era una copia perfettamente integra di “Questo mondo non mi va”, una di “No, no mai” e molti altri introvabili successi del suo idolo. Casa di Antonio Ciacci, in arte Little Tony, era esattamente come lui per anni l’aveva immaginata: sobria ed elegante ma con quel pizzico di vanità ed autocompiacenza disseminato un po’ in ogni stanza, a ricordare che quella era la reggia di un grande cantautore che aveva indiscutibilmente segnato la storia della musica italiana.

Nonostante l’ansia che pervadeva il suo corpo e che si concretizzava con tremori alle gambe e ripetuti battiti di ciglia, la sensazione più forte era una gioia grandissima. Certo, avrebbe preferito entrare in quella casa in un altro modo e per diversi motivi, gli sarebbe piaciuto sorseggiare un tè con Antonio seduto nel soggiorno su quelle sedie anticheggianti con imbottitura di pelle rossa: Matteo avrebbe potuto elencare a Little Tony tutti i concerti cui aveva assistito da quando era bambino e come era nata la sfrenata passione per lui e per le sue canzoni. Una passione così grande che lo aveva spinto a decidere di crearne un mestiere. Per anni aveva pensato a quale potesse essere il modo migliore per unire l’utile al dilettevole e l’illuminazione era arrivata in una calda giornata d’Agosto, mentre si caricava sulle spalle letti e armadi nel corso di un ennesimo trasloco per cui sarebbe stato pagato, come sempre, cinquanta euro dal suo capo. In quarant’anni aveva realizzato poco: una laurea in filosofia nel cassetto, i primi passi per intraprendere una carriera universitaria che poi, però, non era proseguita. Matteo era sempre stato poco competitivo e nell’ambiente accademico bisognava combattere con le unghie e con i denti per ottenere qualche riconoscimento. Aveva continuato a leggere, a studiare, sempre pervaso da quella voglia di capire il mondo con gli occhi degli altri, di cercare di analizzarne l’essenza e smembrarne continuamente tutti gli aspetti. In un uomo come lui che conservava in sé tutti gli stereopiti dell’intellettuale tipico la stima assoluta per Little Tony stonava parecchio, quasi quanto la scelta di fare il traslocatore. In fondo però i traslochi, per quanto faticosi, gli fruttavano abbastanza e gli lasciavano il tempo per dedicarsi alle sue grandi passioni: la filosofia estetica e, appunto, il grande Antonio Ciacci

Alla domanda su cosa c’entrassero “La critica della ragion pura” con “Cuore Matto” lui rispondeva che se Kant si era interrogato sui limiti delle possibilità umane, Little Tony le aveva sfidate cercando di riportare in Italia l’irraggiungibile mito di Elvis senza per questo essersi mai reso ridicolo. La gente lo aveva amato e lo amava ancora perché era l’unico artista che, pur sentendosi e volendosi sentire “Sosia” si era reso unico e lontano dall’originale. Fin da piccolo era incuriosito da quell’uomo abbronzatissimo e con i capelli cotonati che la madre amava tanto: era lei che lo aveva portato la prima volta ad un concerto a Roma e dal momento in cui lo aveva sentito cantare Matteo non si era mai stancato di farlo, nonostante le prese in giro dei suoi coetanei che lo ritenevano un interprete ridicolo e mediocre. La passione di Matteo non si fermava solo alle parole ed alle melodie delle canzoni di Antonio, ma si estendeva agli abiti ed agli oggetti che Antonio Ciacci utilizzava per trasformarsi, sul palco, in Little Tony. Aveva deciso di raccogliere le cose appartenute al cantante, ne era divenuto uno dei più grandi collezionisti in Italia: molti lo contattavano e gli offrivano soldi per accaparrarsi un paio di occhiali da sole o una camicia del grande artista ma lui conservava geloso la sua collezione che in trent’anni aveva arricchito mese dopo mese con non pochi sacrifici di tempo ed economici. I soldi che non spendeva in libri finivano nelle aste di beneficenza e nei mercatini vintage. Possedeva di tutto: dai calzini alla brillantina, dai pantaloni a zampa di elefante agli stivali di pitone. E, spiegava spesso ai suoi amici, quello che poteva sembrare un piacere era quasi un lavoro, che richiedeva tempo, impegno e molta dedizione.

E quel giorno d’Agosto, mentre Matteo si caricava sulle spalle un’anta smontata d’armadio in legno, l’idea di un lavoro legato alla mitica figura di Little Tony si era materializzata davvero.

Si stava lentamente rialzando con il maestoso pezzo di legno sulle spalle appena sollevato da terra quando vide sbucare da uno degli scatoloni semiaperti pronti per essere portati via un vecchio bicchiere impolverato riportante il marchio “Hard Rock Cafè”. Quel souvenir così insignificante aprì a Matteo un nuovo mondo: come aveva fatto a non pensarci prima? Immaginò un locale con l’insegna “Little Tony’s Cafè” arredato in stile anni 60; fantasticò su come lui avrebbe accolto la gente all’entrata e sulle spiegazioni che avrebbe dato mostrando i cimeli appartenuti al grande Antonio conservati dietro alle vetrinette. Finalmente avrebbe valorizzato il suo idolo anche agli occhi degli altri, e finalmente avrebbe potuto realizzarsi professionalmente. Dal giorno successivo era iniziata la pianificazione del progetto: si era a lungo informato sui prezzi degli affitti dei locali a Roma ma le sue finanze lo avevano costretto a ripiegare su un paese limitrofo. Nonostante il finanziamento ottenuto dalle banche con la garanzia dei genitori le spese erano numerosissime e l’unico edificio economicamente accessibile era un bugigattolo di un centinaio di metri quadri a Genazzano. Matteo non si perdeva comunque d’animo, pensava che in fondo nei paesi c’erano meno locali e meno attrattive e il suo disco-pub avrebbe rappresentato una ventata di novità non solo per gli appassionati di Little Tony ma anche per i poveri ragazzi dei paesi limitrofi che non sapevano come passare la serata. Era determinato e ottimista e in breve tempo il suo progetto aveva iniziato a concretizzarsi. Procedeva tutto a gonfie vele quando avvenne però qualcosa che scombinò in modo inaspettato i suoi piani.

Il casus belli fu una tazzina di caffè che Matteo, per sbaglio, urtò con un gomito mentre compilava l’inventario degli oggetti da esporre nel negozio,e che in pochi istanti si riversò completamente su un giubbotto bianco di camoscio con le frange. Ora per molti quel capo d’abbigliamento poteva essere uguale o simile a tanti altri.

Per Matteo, però, no. Quella era una delle rarissime giacche che Little Tony indossava durante le partecipazioni al Cantagiro, che Matteo era riuscito ad accaparrarsi durante un’asta pagandola molto di più di quanto erano disposti a sborsare gli altri fans del cantante.

Invano l’aveva portata in tintoria (la macchia non si era tolta bene) e invano aveva cercato un pezzo simile nelle aste on-line e nei mercatini dell’usato.

Senza quella giacca il suo bar era rimasto orfano di uno dei pezzi più importanti della collezione. I veri appassionati di Little Tony non avrebbero potuto non accorgersi di tale mancanza e il suo progetto avrebbe perduto di credibilità. Disperato, pensò a lungo a come risolvere questa difficile situazione. Il vero problema era che l’unico che poteva possedere una giacca come quella era proprio lui, il mitico Antonio Ciacci. Dopo giorni e giorni di ipotesi l’unica soluzione possibile gli sembrò quindi quella di introdursi furtivamente in casa di Little Tony per trafugare l’agognato oggetto.

Fu quindi questo il motivo per il quale si intrufolò non senza fatica nella lussuosa casa della rock-star, dove guardandosi intorno affascinato si rese conto che, per quanto la sua ricca collezione di oggetti appartenenti al cantante sembrava completa, c’erano parecchie cosette che sarebbero servite a rendere più appetibile la visita al suo locale tematico: guardò a lungo in uno stato di adorazione gli occhiali con la montatura dorata che con ogni probabilità Antonio aveva indossato compiendo i primissimi passi verso il successo, gli speroni per gli stivali che aveva a lungo cercato senza avere mai trovato, le rarissime foto con Rocky Roberts e Bobby Solo, suoi rivali sul palco ma grandissimi amici nella vita, in cui cantavano tutti e tre insieme.

L’attrazione per ciò che aveva intorno provocò purtroppo un esito inaspettato e molto pericoloso per quello che doveva essere un furtarello veloce e senza conseguenze: mentre Matteo girava da una camera all’altra estasiato come un bimbo in un negozio di dolciumi, sentì girare la chiave nella toppa della porta. Si irrigidì e cominciò a sudare freddo, chi poteva essere? Si era fatto i suoi calcoli e sapeva che a quell’ora Antonio era impegnato, come tutte le sere, nel centro estetico vicino per fare il suo messaggio ayurvedico. La servitù quel giorno aveva il riposo settimanale. Chiunque fosse, il tempo per interrogarsi sul perché e il per come era pochissimo, doveva assolutamente trovare un posto in cui nascondersi. Purtroppo la casa, essendo arredata in stile antico, offriva solo una grande quantità di credenze a vetri piene di suppellettili che non potevano in alcun modo fungere da rifugio, e fu costretto a ripiegare su un posto classico: si appiatti e strisciò come una lucertola sotto il letto. Udì la voce di Little Tony che, come molte persone abituate a vivere da sole fanno, ragionava ad alta voce: “Mah…ero sicuro di aver preso tutto…mi sa che oggi dovrò rinunciare al mio massag… ma che diavolo è successo qui??”

Il cantante aveva notato un insolito disordine causato dalle ricerche di Matteo, il quale udita la sua voce provò ad assottigliarsi, per quanto possibile, ancora di più, fino a desiderare di diventare tutt’uno con il pavimento come solo i fantasmi riescono a fare.

“C’è qualcuno? Chiamo subito la polizia!”

Silenzio. E nel silenzio, inesorabile, partì con una registrazione lievemente metallica ma alta un brano ad Antonio Ciacci molto noto:

“Era uno sguardo d’amore la spada è nel cuore e ci resterà.”

Matteo trasalì mentre cercava di bloccare la musica nel taschino che vibrava: chiunque in quel momento lo stesse chiamando sul suo cellulare, sarebbe stato maledetto fino alla sua morte ogni singolo giorno.

Il cantante con la voce sempre più tesa urlò:

“Uscite immediatamente da dove siete!!”

Matteo pensò ad una rocambolesca fuga in stile film poliziesco, ma poi si chiese dove mai sarebbe potuto andare. Aveva il volto scoperto e non poteva evitare Little Tony, che in seguito non avrebbe esitato a fornire un identikit alla polizia rendendo la sua conseguente cattura pressoché inevitabile. Vide sfumare d’un colpo tutti i suoi sogni: il bar e la sua realizzazione personale si allontanavano sempre di più fino a divenire miraggio. Come sarebbe uscito da quella situazione? Rassegnato strisciò fino a portare il suo volto ad uno dei bordi del letto, in una posizione da cui vedeva distintamente il cantante, mentre il cantante non poteva ancora avvistare lui. Furono pochi, brevi istanti in cui Matteo poté osservare il suo idolo in una veste inedita: era struccato, pieno di rughe e con lo sguardo malinconico. Pensò che come tanti non aveva sopportato il decadimento di quegli anni, l’improvviso calo di fama e la costrizione a riproporre nelle nostalgiche trasmissioni televisive quei pezzi che avevano fatto successo e che magari lui odiava senza poter proporre mai i lati B dei suoi 45 giri. Forse era proprio quello il motivo per cui, a differenza di tanti altri fan di Little Tony, non aveva mai provato ad avvicinarlo per scambiare due chiacchiere. Se da una parte aveva sempre desiderato conoscerlo, dall’altra aveva preferito conservare di lui un’immagine impalpabile e incorruttibile piuttosto che immaginarlo la mattina mentre andava a prendere il cappuccino al bar triste e pensoso o davanti ad un’edicola a chiacchierare con il giornalaio. A conti fatti, pensava ora, se l’avesse conosciuto sarebbe stato tutto molto più semplice: avrebbe potuto chiedergli la concessione di quella maledetta giacca come un favore da fare ad un amico, e magari il cantante gliel’avrebbe prestata senza problemi e lui non avrebbe rischiato la galera come invece stava facendo. Ma non era il momento dei se e dei forse: si fece coraggio e uscì con le mani sollevate per mostrare il suo disarmo: “Eccomi, sono solo”.

La remissione non bastò a Little Tony, che trasalì e gli intimò di stargli distante :”Si faccia indietro, chiamo immediatamente la polizia”! Matteo lo osservò afferrare il telefono, ma mentre stava per digitare il numero l’apparecchio gli scivolò dalle mani e il cantante si sedette di peso. “Dio, il mio cuore…” Little Tony aveva assunto uno strano colore in volto: il suo giovane ammiratore capì subito che aveva bisogno di aiuto. Conosceva i problemi cardiaci del cantante che in passato gli avevano già causato un infarto e non poteva assolutamente permettere che rischiasse ancora la vita. “Non si preoccupi, ci penso io. Chiamo immediatamente un cardiologo!!” Ma Antonio Ciacci in breve ritornò al suo colorito originario: “Non si preoccupi, sto bene. Ma… lei perché non ne ha approfittato per fuggire?”

Mai piccolo malore fu più propizio. Matteo intuì che il cantante si era reso conto che davanti a sé non aveva un balordo e ne approfittò per confidarsi con lui, descrivendogli il progetto del locale e la disgrazia causata da quella maledetta tazzina che l’aveva portato a dover introdursi in casa sua.

“Io posso anche crederti, ma come faccio a non denunciarti? Tu comunque sei un ladro e non posso lasciarti andar via così”

“La prego, mi lasci andare e farò tutto quello che mi chiederà!” incalzò Matteo.

“Ragazzo, so che sto per farti una richiesta molto difficile ma se mi aiuterai oltre a risparmiarti la galera ti donerò anche la giacca e tutto quello che credi possa esserti utile per il tuo locale”.

Il suo ammiratore lo guardò notevolmente incuriosito

“Vedi, mi sono rimasti pochi anni da vivere e li voglio vivere da uomo qualunque. Sono stanco di essere riconosciuto per strada, di dovermi tingere i capelli e di vestirmi come mi vestivo quarant’anni fa per fare contenti i miei fan”.

Il cantante spiegò che il suo progetto era di lasciare un biglietto in cui spiegava che si sarebbe tolto la vita. Lui avrebbe dovuto aiutarlo a trovare un luogo per mangiare e dormire e a fornirgli una nuova identità; inoltre avrebbe tratto da questa finta morte un beneficio non indifferente: Little Tony sarebbe entrato nel mito, come Jim Morrison, Amy Whinehouse e Kurt Cobain che si erano tolti la vita in circostanze misteriose, con un alone di mistero anche maggiore visto che il corpo non si sarebbe mai ritrovato. Questa fama improvvisa avrebbe donato più prestigio al locale e i visitatori sarebbero accorsi a frotte.

Matteo era totalmente sconvolto. Little Tony non era, come lui aveva pensato ,un uomo triste e deluso dal suo calo di fama, ma al contrario non ne poteva più di sentirsi rinchiuso nella sua maschera di mito, che lui per anni aveva idolatrato e difeso. Facendo morire lui, sarebbe morta una parte di sé. Chi aveva rincorso in tutto quel tempo? Un uomo giovanile, abbronzatissimo, patinato ed energico. Ora si rendeva conto che Antonio Ciacci non era altri che un uomo qualunque, che come gli altri era invecchiato e come tante rock-stars soffriva della sua eccessiva ricchezza e della sua notorietà.

Matteo si rese conto che se voleva realizzare l’impresa per la quale aveva già speso tanti soldi ed energie, non poteva non accettare il ricatto del suo idolo. Ma aveva ancora senso realizzare quel sogno, mostrare agli altri con orgoglio tutti gli accessori che avevano contribuito a trasformare Antonio in Little Tony? In fondo, pensò, si, perché per lui rimaneva un mito che aveva fatto sognare lui e tanti altri giovani e meno giovani come lui.

Aiutò Antonio a realizzare il suo piano: il cantante scrisse una lettera strappalacrime che avrebbe convinto chiunque della sua volontà di suicidio e si rifugiò per qualche giorno nei quaranta metri quadri fatiscenti in cui viveva Matteo. Per fornirgli una nuova identità Matteo dovette girare negli ambienti malfamati di Roma fino a che trovò chi gli poteva fornire un documento falso.

Solamente la figlia di Little Tony sapeva la verità e, pur non condividendo la follia del suo piano, fu costretta ad accettarla.

Migliaia di persone piansero al funerale del loro idolo: in prima fila i suoi colleghi di sempre che nelle ripetute interviste raccontarono aneddoti inventati su di lui e su una inesistente depressione dovuta al passare degli anni.

Delle circostanze del suicidio si occupò anche il programma “Chi l’ha visto?”. In studio telefonò una signora che giurava di averlo visto di sera in riva al Lago di Castel Gandolfo, e una ragazza che era sicura di averlo notato mentre acquistava una pistola.

Antonio non si tingeva più i capelli e non faceva più lampade. In città molti lo avvicinavano per complimentarsi della sua somiglianza con il cantante e lui ringraziava compiaciuto. Ringraziò mille volte Matteo per questa nuova vita e gli regalò la giacca che li aveva fatti incontrare.

Il locale fu un successone: anche chi non si era mai avvicinato alla musica di Little Tony lo visitava e Matteo mostrava fiero tutti i suoi cimeli raccontando curiosi aneddoti sulla sua carriera.

Dopo aver chiuso il locale, mentre contava gli incassi, osservava spesso quella giacca conservata dietro una vetrinetta e si interrogava su quanta distanza ci fosse tra l’uomo ed il mito.

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